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A quarant’anni dalla strage di Bologna, la verità è segreta e la falsità è pubblicamente (e giudizialmente) accettata. 2ª Parte

Per conoscenza, nel 1986, si concluse con un nulla di fatto anche il processo a George Habbash, che fu prosciolto in tutti i gradi di giudizio, con la allora usata formula dubitativa di assoluzione per insufficienza di prove.
Se Santovito lo abbiamo già presentato, il colonnello Stefano Giovannone è figura tutt’altro che minoritaria. Secondo alcuni sarebbe stato lui a “trattare” con i palestinesi quei famosi patti fra il terrorismo e il nostro Paese. Sto parlando, finalmente, del cosiddetto “lodo Moro”, del quale si trova traccia anche nel memoriale scritto dallo stesso Aldo Moro durante la prigionia delle BR, e che riguarda un accordo segreto con la dirigenza palestinese, appunto concordato dal SISMI attraverso il colonnello Giovannone. La prigionia, quella di Moro, accaduta due anni prima di Bologna, cui lo Stato non seppe dare risposta, se non quella delle sedute spiritiche di Romano Prodi, e quella della teoria di “non trattare con il terrorismo”… Tornando al lodo Moro, si consiglia la lettura del Dossier sulla Strage di Bologna denominato “La pista segreta” edito nel 2011, a seguito dei lavori della Commissione Stragi (XIII legislatura) e poi della commissione d’inchiesta riguardante il dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana (XIV legislatura) laddove sono emersi elementi inediti sui collegamenti internazionali del terrorismo italiano e sulle reti dei nostri servizi segreti coi principali Paesi arabi come Siria, Libano, Libia, Yemen del Sud e Iraq.
Nel citato dossier è possibile collegare i pezzi di un inquietante mosaico occultato per decenni, quindi verificare e scoprire di uno dei segreti più rilevanti della Repubblica: gli accordi con la dirigenza palestinese, il lodo Moro appunto, che prevedeva che non vi fosse nessun coinvolgimento diretto dell’Italia in attentati palestinesi in cambio di libero accesso al territorio da parte dei gruppi antisraeliani legati all’OLP e l’utilizzo della Penisola per il trasporto sicuro di armi ed esplosivi. In cambio, in oltre, i Paesi arabi avrebbero garantito adeguato afflusso di petrolio per l’Eni ed un accordo commerciale con FIAT. Adesso pensate ai retroscena del traffico di armi tra FPLP e Italia (e l’origine militare, probabilmente para-sovietica, dell’esplosivo usato a Bologna); le minacce al governo italiano per il sequestro dei missili di Ortona e l’arresto del capo dell’FPLP in Italia Abu Anzeh Saleh; i legami di Abu Anzeh Saleh con il terrorista internazionalista Ilich Ramírez Sánchez, detto “Carlos”… sappiate che l’allarme all’antiterrorismo italiano e ai servizi segreti era già pervenuto tre settimane prima della strage; potrebbe essere fallito il tentativo della nostra intelligence di evitare l’azione ritorsiva? Direi di sì… si tenga presente che, ed è accertato, il 1º agosto 1980 è arrivato in Italia il terrorista tedesco Thomas Kram, insieme a Christa Margot Frolich (ricordate questo nome fino alla fine di questo articolo) legato al gruppo di Carlos e ai palestinesi, e che i due erano presenti a Bologna il giorno della strage, salvo poi rifugiarsi a Berlino Est il 5 agosto. Il tedesco Kram era conosciuto come esperto in esplosivi, con un passato nelle Revolutionäre Zellen (Cellule Rivoluzionarie), una organizzazione eversiva della Sinistra estrema attiva nella Germania occidentale, e poi schedato dalla STASI, la Frolich una nota terrorista filopalestinese legata a Carlos… Pensate a tutto questo, pensatelo in quel periodo… Il depistaggio del SISMI sarebbe stato necessario per coprire gli accordi segreti italo-palestinesi, e tutto sommato archiviare la vicenda come stragismo fascista poteva risolvere egregiamente il problema.
«Potrà sembrare, anche qui, una singolare casualità, ma è opportuno riferire per completezza del quadro storico e probatorio la circostanza che Carlos, a metà settembre 1980 (proprio nei giorni in cui si stava mettendo in moto la macchina delle coperture e dei depistaggi) si trovava in Libano, in contatto con ambienti politici filo siriani su probabile iniziativa della Libia. Italo Toni e Graziella de Palo, dunque, furono sacrificati sull’altare dei “patti inconfessabili” tra entità italiane e terrorismo palestinese. È proprio per coprire e tutelare questi “accordi” che i vertici del nostro servizio segreto militare furono costretti a creare una vera e propria “pista alias” che, attraverso un gioco di specchi duplicanti, doveva determinare (semmai gli inquirenti avessero rivolto le loro attenzioni in quella direzione) la deviazione dell’inchiesta in un luogo e su contesti opposti e speculari a quelli che costituivano la verità. Questo vale per il caso dei missili di Ortona, per la strage di Bologna e per la sparizione dei due giornalisti in Libano.» Questo testo, sconvolgente, è nella Relazione della Commissione Mitrokhin sul gruppo Carlos e l’attentato del 2 agosto.
Da questa sommaria analisi delle complicanze del Lodo Moro sulla strage di Bologna, possono emergere, quindi, già due piste alternative di impronta palestinese: una, quella dell’incidente, di cui parla Cossiga, e un’altra, quella della ritorsione per il sequestro dei missili ad Ortona, su cui indagavano Italo Toni e Graziella de Paolo, uccisi. Del resto, il terrorismo palestinese in Italia ha comunque colpito, nei due attentati all’aeroporto di Roma-Fiumicino, uno nel 1973 dove persero la vita 34 persone e uno nel 1985 dove a morire furono in 13. Insomma prima e dopo il lodo Moro. Peraltro sia il FPLP che proprio la OLP collaboravano con le BR-PCC, forse già dai primi anni ’70, e spesso proprio il brigatismo rosso aveva agito da braccio italiano per il terrorismo palestinese, come per la uccisione, a Roma, di Ray Leamon Hunt, il comandante della Sinai Multinational Force and Observer Group, la forza militare multinazionale dell’ONU nel Sinai. Fu ucciso dalle BR su richiesta del terrorismo palestinese. Le BR, quelle che uccisero Aldo Moro. Moro, quello del Lodo Moro con il terrorismo palestinese. Moro, quello che lo Stato ha lasciato morire per mantenere la linea della fermezza. «L’uccisione di Moro è avvenuta per mano delle Brigate Rosse, ma anche e soprattutto per il volere di Giulio Andreotti, Francesco Cossiga e del sottosegretario Nicola Lettieri. Se non mi fossero stati nascosti alcuni documenti – ha dichiarato Ferdinando Imposimato, al tempo giudice istruttore della vicenda del sequestro e dell’uccisione di Moro, – li avrei incriminati per concorso in associazione per il fatto. I servizi segreti avevano scoperto dove le Br lo nascondevano, così come i carabinieri. Il generale Dalla Chiesa avrebbe voluto intervenire con i suoi uomini e la Polizia per liberarlo in tutta sicurezza, ma due giorni prima dell’uccisione ricevettero l’ordine di abbandonare il luogo attiguo a quello della prigionia»
Ma la pista palestinese non è l’unica. il 27 giugno 1980, proprio da Bologna era partito l’aereo DC-9 Itavia, volo IH870 per Palermo, che fu misteriosamente abbattuto al largo di Ustica provocando la morte di 81 persone. Le due stragi sembrano separate, distinte, prive di qualsiasi fattore o nesso comune. È complottismo pensare, invece, che siano collegate? Cosa è successo a Ustica? Senza aprire una digressione enorme, il DC-9, possiamo dirlo, è stato abbattuto. Non si è trattato di un incidente, di un malfunzionamento, né di un ordigno a bordo, come provato dalle parti integre della fusoliera, quali vani carrelli e bagagliaio, che dimostra che non vi fosse stata alcuna esplosione interna. Oltre il DC-9, si ricordi, il 27 giugno 1980, fu abbattuto anche un caccia libico, i cui resti furono ritrovati in Calabria…
Quel disastro aereo, probabilmente, vede coinvolte le operazioni militari franco-americane nel Mediterraneo, contro la Libia: il DC-9 si sarebbe trovato sulla linea di fuoco di un combattimento aereo, venendo colpito per errore da un missile NATO esploso contro un MiG dell’aviazione libica. Francesco Cossiga, Presidente del Consiglio dei Ministri all’epoca dell’incidente aereo, nel 2007 ne attribuì la responsabilità a un missile francese «a risonanza e non a impatto», destinato al velivolo libico su cui, almeno per quanto ricostruito da Cossiga, si sarebbe trovato Gheddafi. Sarà vero? Di fatto, il 20 ottobre del 2011, il convoglio di Muʿammar Gheddafi fu individuato da un drone americano mentre lasciava Sirte e fu attaccato da aerei militari francesi. Il resto è storia.
Di certo, se i francesi e gli americani avessero voluto uccidere Gheddafi con una mossa così ardita, l’operazione avrebbe previsto il coinvolgimento della CIA e di altri servizi segreti, Mossad compreso. E quelli italiani? Forse sapevano, forse no… Forse i servizi italiani, proprio per gli affari che il nostro Paese faceva con la Libia e con il mondo arabo, erano stati tenuti all’oscuro. Altrimenti avrebbero vietato il traffico aereo civile… e se invece sapevano? Che non abbiano interrotto i voli civili proprio per proteggere Gheddafi? Chi lo può dire…
Che siano stati gli stessi servizi “alleati” a rendersi responsabili della strage di Bologna, al fine di punire e mettere sotto pressione il governo italiano e la sua eccessiva diplomazia con il mondo arabo, considerata ambigua e contraria alle direttrici atlantiche? È questa la tesi di Carlos. Il filoarabismo dello Stato italiano avrebbe determinato la ritorsione americana, e, senza dubbio, questa sarebbe una verità da non divulgare per nessuna ragione…
Certo, sono solo teorie, per di più argomentate da un terrorista, che peraltro ha cambiato più volte versione, ma certamente appare suggestiva l’ipotesi di un collegamento fra Ustica e Bologna.
«L’Italia dalla nascita della prima Repubblica è stata, come tutti sanno, un paese a sovranità limitata […] ora, nel momento in cui, per questioni contingenti […] ha fatto – raramente – scelte che si sono rivelate in contrasto con le alleanze di cui vi dicevo, ha compiuto, detto in termini politico-mafioso-diplomatici, uno “sgarro”. E come nella mafia quando un picciotto sbaglia finisce in qualche pilone di cemento o viene privato di qualche parente. Così è fra gli Stati: quando qualche paese sbaglia, non gli si dichiara guerra; ma gli si manda un “avvertimento”, sotto forma di bomba, che esplode in una piazza, su di un treno, su una nave, ecc ecc.». Una tesi audace, che fu proposta da “l’Italia Settimanale” di Marcello Veneziani.
Di un collegamento fra Ustica e Bologna, comunque, parla anche Antonino Arconte, militare ed ex agente segreto di Gladio con il numero G-71, nel suo testo “L’utima missione” edito da Rizzoli nel 2001. Le due stragi avrebbero in comune, ma probabilmente per pura causalità, la città di Bologna e la morte di un numero simile di passeggeri inermi ed innocenti. Hanno in comune insabbiamenti e depistaggi, che abbiano in comune anche la matrice, mandanti ed esecutori? È anche la teoria di Luigi Cipriani, deputato di DP nella X Legislatura.
Cipriani, nel suo discorso in Parlamento del 1990, per il decennale della strage, dichiarò: «Quella di Bologna rispetto alle precedenti fu una strage anomala, perché avvenne in una situazione politica ampiamente stabilizzata, tale da tranquillizzare gli alleati del nostro paese; perciò la strage assume la caratteristica di un tentativo di cancellare dalla città, dall’attenzione della stampa, dal dibattito politico, dall’opera dei magistrati la strage di Ustica. Perché proprio Bologna è presto detto. Innanzitutto perché a Bologna risiedevano gran parte dei familiari delle vittime di Ustica, che dovevano essere zittiti con una strage di enormi proporzioni in città. In secondo luogo perché il Sismi poteva contare sull’appoggio di importanti magistrati alla Procura della Repubblica. Infine, la interpretazione in chiave politica, di attacco alla roccaforte del Pci, sarebbe essa stessa stata un depistaggio sui reali obiettivi, scaricando sulla manovalanza fascista, ampiamente infiltrata dal Sismi, le responsabilità. Come era facilmente prevedibile, il Pci abboccò immediatamente all’amo della strage fascista per colpire le istituzioni democratiche. Ovviamente gli appelli a fare quadrato attorno alle istituzioni contro gli attacchi della destra si sprecarono, tutto il dibattito politico, l’informazione, la magistratura, i servizi vennero impegnati su questo fronte e Ustica cadde nell’oblio. Signor Presidente, da quella lapide dobbiamo togliere le parole “strage fascista”, perché ciò è riduttivo e fa parte del depistaggio operato sulla strage di Bologna, diversa dalle altre stragi e che ha molto più a che fare con Ustica e con i rapporti tra Italia, Francia, Stati Uniti, i servizi occidentali e le strutture segrete. Dire che sono stati Fioravanti e compagni è stato un depistaggio: su quella lapide bisogna scrivere “strage di stato”!»
In alternativa, mantenendo un collegamento fra Ustica e Bologna, ma attribuendo alla seconda una responsabilità libica e non atlantica, c’è la teoria del giudice Priore. Il rais libico Gheddafi, infatti, avrebbe minacciato l’Italia durante un comizio a Tripoli nell’agosto 1979, dicendo che «fra poco gli italiani conosceranno il significato della parola terrore». Il 2 agosto 1980, per di più, lo stesso giorno della strage di Bologna, l’Italia, alla Valletta, firmò un accordo per proteggere Malta da possibili attacchi libici, nell’ambito della crisi Malta-Libia. Le minacce libiche all’Italia furono costanti e perdurarono fino a poche ore prima dello scoppio della bomba; ciò è stato confermato dal diplomatico inviato del governo a Malta per la firma del trattato, Giuseppe Zamberletti. Costui lo disse chiaramente: la firma del trattato alla Valletta avrebbe avuto ripercussioni, anche gravi, nei rapporti con la Libia: «Questa radicale modifica di politica internazionale non poteva non portare alcune tensioni che, nella mia posizione di sottosegretario agli Esteri, avevo letto bene perché c’erano stati dei segni premonitori molto importanti. Il primo segno premonitore è quello del capo del Sismi, generale Santovito. Ricordo che una sera, avendomi incontrato, mi volle parlare di questo tema e mi disse: “lei sta grattando la schiena della tigre; stia attento perché questo gesto va in direzione opposta ad una politica di amicizia e di rapporti particolarmente collaborativi che abbiamo tenuto sempre con quel Paese”. La seconda, mi è venuta da una fonte autorevole. L’allora presidente della commissione Esteri, Andreotti, che in quel periodo non aveva incarichi di governo e mi telefonava per dirmi: “stai attento, abbiamo buone relazioni commerciali ed economiche con la Libia; so che questo gesto di fornire la garanzia militare e, quindi, anche di creare un’antenna militare a Malta, perché sia presidio di questa garanzia, viene letta a Tripoli come un’operazione in funzione anti-libica e, quindi, i nostri rapporti economici possono subire un danno da questa decisione”. Ed aggiunse: “perché per questa piccola isola del Mediterraneo dovremmo mettere in discussione i rapporti che abbiamo da tempo con un paese che è un grande rifornitore di petrolio del nostro paese ed è anche un paese con cui abbiamo buone relazioni economiche?”. Il terzo segnale è l’interpretazione autentica. Una delegazione libica venne alla Farnesina e mi espose l’ostilità libica alla conclusione di questo accordo: “state facendo un gesto che mette a repentaglio i nostri rapporti; non possiamo non leggere con preoccupazione un cambiamento di atteggiamento come questo”. Ancora: “questa cosa si aggiunge allo schieramento dei missili nucleari a Comiso, di fronte alle coste libiche, non possiamo non intravedere un combinato disposto di due minacce che vengono proiettate dal vostro paese nei nostri confronti”.»
Il magistrato Rosario Priore, ex titolare dell’inchiesta su Ustica nonché sui legami tra P2 e Brigate Rosse, peraltro parente di una delle vittime della strage di Bologna, ha argomentato che il DC-9 di Ustica fu abbattuto da un missile libico o francese durante il conflitto fra le aereonautiche militari francesi, statunitensi e libiche, ma che Bologna fu la vendetta di Gheddafi per l’attentato di Ustica e per il Trattato della Valletta dello stesso giorno della strage. Secondo Priore, anche se ad agire fossero stati gruppi terroristici filopalestinesi operanti in Europa come quelli di Carlos, la regia e l’esplosivo usato sarebbero di sicuro stati di origine libica. Ne parla anche l’ex capo brigatista Giovanni Senzani, che attribuirebbe, la strage (assieme all’attentato alla sinagoga di Parigi e quello alla SIOT di Trieste) alla regia del KGB, che tramite la STASI (polizia politica della Germania Est) finanziava il gruppo di Carlos e la causa palestinese. Per avvalorare questa tesi, dovremmo affrontare la questione della 86° vittima della strage di Bologna.
Durante il già citato processo a Cavallini sono emerse prove, attraverso le analisi del DNA all’epoca dei fatti non ancora in uso alla scienza, di una 86° vittima, le cui spoglie sono state sepolte insieme a quelle attribuite a Maria Fresu. Secondo l’ex giudice è possibile che sul corpo di Maria Fresu ci fossero tracce compromettenti, forse dell’esplosivo di origine militare, e che potevano portare alla pista del terrorismo arabo, oppure e addirittura che il corpo di una ottantaseiesima vittima, di sesso femminile, sarebbe stato scambiato col suo, come depistaggio, dai servizi segreti italiani deviati, per evitare indagini sull’identità della donna misteriosa, che poteva condurre alla verità del lodo Moro.
Sta di fatto che il corpo di Maria Fresu non fu mai ricomposto, il suo riconoscimento fu effettuato in maniera molto approssimativa, e fu dichiarato che la povera donna, essendo molto vicina alla esplosione, si fosse in sostanza “disintegrata”… è una tesi molto azzardata, cui la magistratura si è piegata, e facilmente confutabile dal fatto i corpi della figlia di Maria Fresu e di un’amica erano pressoché intatti, mentre un’altra amica, anch’ella vicina alla bomba, incredibilmente si salvò; a ciò si aggiunga la non corrispondenza del gruppo sanguigno ricavato dai pochi lembi di pelle attribuiti alla Fresu. Le indagini di Priore, poi, si sono orientate sul materiale esplodente, che parrebbe di origine militare cecoslovacca e venduto in grandi quantità al governo libico, utilizzato anche per altri attentati negli anni ottanta e venduto, dalla stessa Libia, anche a Cosa Nostra. Si tratta del Semtex, utilizzato per la strage di via D’Amelio, ma anche nella Strage del Rapido 904, il treno Napoli-Milano che vi fu protagonista domenica 23 dicembre 1984, allorquando vi furono 15 morti e 267 feriti.

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Ettore de Conciliis de Iorio

Scritto da Ettore de Conciliis de Iorio

Nato ad Avellino nel 1979, è stato giornalista pubblicista, avvocato, amministratore pubblico, imprenditore. Adesso è assistente parlamentare e presidente di Comitato interprovinciale di un Ente di Promozione Sportiva e Sociale. Probabilmente domani si occuperà di altro: risaputamente è preda di facili ma travolgenti passioni, nelle quali si lancia con ardimento e dedizione fin quando non si innamora di altro, in una ciclica e costante rimodulazione dei suoi studi, dei suoi interessi, delle sue solerzie. Ad ogni modo ama sempre condividere quello di cui si occupa, con generosità autentica seppur talvolta cattedratica. Non si è mai interessato al gioco del calcio.

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