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A quarant’anni dalla strage di Bologna, la verità è segreta e la falsità è pubblicamente (e giudizialmente) accettata. 3ª Parte

In una intervista al quotidiano Il Tempo, Priore dichiarò: «Dopo la strage, una ragazza italiana e un ragazzo mediorientale andarono all’obitorio alla ricerca di qualcuno che conoscevano e non riuscivano a trovare. A un certo punto, quando si trovarono davanti due cadaveri, sobbalzarono, come se avessero riconosciuto dei loro amici. Ebbene, all’epoca nessuno si premurò di sentire testimoni. La donna e l’uomo non si fecero riconoscere e si dileguarono. Nessuno ha mai saputo chi fossero né chi avessero riconosciuto. Ed è davvero molto strano, visto che in un obitorio non si entra e si esce liberamente, soprattutto dopo una strage.»
Se la ipotesi di una attentatrice donna, probabilmente filopalestinese, dotata di esplosivo cecoslovacco fornito dalla Libia per vendetta contro l’Italia, vi sembra troppo forzata, vale la pena di aggiungere che, a Bologna, come confermato dal sottosegretario di Stato Ivan Scalfarotto nel 2015, sul luogo della strage, furono ritrovati il passaporto, una borsa e dei documenti personali di tale Salvatore Muggironi, militante nei gruppi dell’estrema sinistra della Barbagia (Barbagia Rossa, un gruppo vicino alle BR). Nel gruppo di Muggironi militavano anche Giovanni Paba e Franco Secci (anch’essi ritenuti vicini alle BR), che nel 1976 furono arrestati in Olanda per trasporto di armi ed esplosivo su un treno diretto alla stazione di Amsterdam. I due avevano con sé, anche, un elenco di nominativi di terroristi italiani e palestinesi detenuti nelle carceri italiane. Gli alibi di Muggironi furono deboli e non confermati, ma su di lui e i sui legami con le BR, e dei legami di queste ultime con i palestinesi, non si indagò più di tanto.
Poco fa avevo accennato alla presenza del terrorista tedesco Kram a Bologna il giorno della strage. Il giudice Priore ne ha anche per lui, tanto è vero che lo stesso Thomas Kram ha poi querelato Rosario Priore, ma il GIP di Roma Pierluigi Balestrieri ha archiviato la denuncia per diffamazione poiché, a suo dire, la pista tedesca era basata su una “seria e attendibile piattaforma storiografica”; lo stesso Priore, comunque, ammette che, in via teorica, l’esplosivo possa anche essere detonato per errore a causa del caldo estivo, (la teoria dell’incidente di Cossiga) e il suo originale obiettivo poteva essere il super-carcere di Trani, dove i terroristi avrebbero dovuto abbattere le mura per liberare Abu Anzeh Saleh.
Anche l’on. Enzo Raisi, nel suo testo “Bomba o non bomba”, ha sostenuto la tesi che la bomba sarebbe dovuta esplodere contro un obiettivo più simbolico per la causa palestinese, come accadde con le due stragi di Fiumicino (in cui si colpirono, tra le vittime, alcuni italo-israeliani), anche lui, che ha molto approfondito l’accadimento, propende per la tesi di Francesco Cossiga, mentre secondo l’archivio Mitrokhin Bologna sarebbe stata l’obiettivo fin da subito.
Raisi si è molto concentrato su Carlos, su Kram e sulla sua complice, Christa Margot Frohlich (non dimenticate questo nome) a sua volta moglie del brigatista romano Sandro Padula, la quale alloggiava all’Hotel Jolly proprio di fronte alla stazione, e fu vista con una grossa valigia. Anche per Raisi l’assassinio della de Palo e di Toni in Libano faceva parte del depistaggio: l’omicidio sarebbe stato compiuto dal FPLP e dai servizi segreti italiani per coprire il secondo scandalo dopo Ustica che, nel giro di un mese, aveva comportato immani e luttuose tragedie, nonché troppa sfiducia nelle Istituzioni da parte della pubblica opinione che se avesse saputo degli affari fra Italia e terrorismo arabo, di certo, avrebbe avuto una sobillazione non da poco.
Fin qui, quindi, al netto della ipotesi di “punizione americana” per le politiche filoarabe del governo italiano e per distogliere l’attenzione sui fatti di Ustica, le “direttrici arabe” sembrano essere due: quella squisitamente palestinese, che a sua volta potrebbe anche essere solo un incidente o un errore, e quella libica, che invece presuppone una vera azione mirata contro l’Italia. Ovviamente le due piste potrebbero intersecarsi fra di loro, e -come visto- prevedere anche l’intervento di gruppi terroristici operanti in Europa come dei servizi sovietici e del blocco dell’EST. Comunque sia la verità in nessun caso sarebbe potuta venir fuori: non si poteva attribuire la responsabilità alla CIA, altrimenti l’Italia sarebbe, e giustamente, dovuta andar via dalla NATO in piena guerra fredda, né all’OLP per non divulgare il lodo Moro, né alla Libia per non turbare ulteriormente in rapporti già tesi con questo importante partner commerciale petrolifero. Toni e de Paolo, in tutto questo, sono stati considerati “sacrificabili” perché, forse, troppo vicini alla verità. Molto meglio attribuire la colpa a dei ragazzi ventenni della estrema Destra, non c’è che dire… anche se a Bologna, il 2 agosto 1980, dentro la stazione centrale, c’erano almeno tre esponenti della eversione di estrema sinistra, legati al terrorismo palestinese e a quello italiano: Kram, Muggironi e la Frohlich. E probabilmente un’altra persona, la 86° vittima di cui nessuno ha reclamato il corpo o denunciato la scomparsa, che sarebbe morta vicinissima alla deflagrazione…
La vicenda processuale è stata incredibile, e meriterebbe di essere analizzata a parte.
la sentenza finale che ha condannato Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro «come appartenenti alla banda armata che ha organizzato e realizzato l’attentato di Bologna» e per aver «fatto parte del gruppo che sicuramente quell’atto aveva organizzato» è del 1995, mentre nel 2007 è stato condannato Luigi Ciavardini, minorenne all’epoca dei fatti; solo nel 2020, è arrivata la sentenza di condanna per Gilberto Cavallini. Anche questo ultimo dato è emblematico: ci sono voluti ben 40 anni per addivenire all’ultima sentenza di condanna, ma Il 28 agosto 1980, dopo sole tre settimane dalla strage, la Procura della Repubblica di Bologna già decise che le responsabilità fossero fasciste, ed emise 28 ordini di cattura nei confronti di militanti di estrema destra dei Nuclei Armati Rivoluzionari, di Terza Posizione e del Movimento Rivoluzionario Popolare. A questi se ne aggiunsero, in breve, un’altra cinquantina. Le accuse erano di varia natura, anche generica, di associazione sovversiva, banda armata ed eversione dell’ordine democratico. In base ai rapporti della DIGOS, e anche in ragione di testimonianze e dichiarazioni dei detenuti che raccontarono di fatti sentiti in carcere, finirono sotto inchiesta molti esponenti in vista degli ambienti della Destra radicale, e furono sottoposti a misure, oltre la Mambro e Fioravanti, numerosi altri, fra cui Roberto Fiore, Massimo Morsello, Gabriele Adinolfi, Sergio Calore, Elio Giallombardo, Amedeo De Francisci, Massimiliano Fachini, Roberto Rinani, Claudio Mutti, Mario Corsi, Paolo Pizzonia, Ulderico Sica, Francesco Bianco, Alessandro Pucci, Marcello Iannilli, Paolo Signorelli, Pierluigi Scarano, Francesco Furlotti, Aldo Semerari, Guido Zappavigna, Gianluigi Napoli, Fabio De Felice e Maurizio Neri. Tutti furono poi scarcerati, ma molti proseguirono le vicende processuali su Bologna.
Giuseppe Valerio Fioravanti, detto Giusva, ha accumulato 134 anni e 8 mesi di carcere, oltre ad altre sei condanne per 8 omicidi tra il febbraio del 1978 e quello del 1981; Francesca Mambro ha accumulato 84 anni e 8 mesi di reclusione per vari reati. Eppure Fioravanti e Mambro, che hanno sempre ammesso e riconosciuto reati ed omicidi a loro imputati, e che nulla hanno da perdere o da guadagnare, viste le tante condanne a loro carico, si sono sempre dichiarati innocenti ed estranei all’attentato di Bologna. Nessuno ha mai dimostrato la loro presenza a Bologna quel giorno. Al contrario, Mambro e Fioravanti hanno sempre ripetuto che il 2 agosto erano a Treviso in compagnia di Gilberto Cavallini.
Ad “inchiodarli” furono le testimonianze artefatte, contraddittorie, inconcludenti, ritrattate e nebulose di tale Massimo Sparti, criminale comune, arrestato il 9 aprile del 1981 e due giorni dopo già pentito, collaboratore di giustizia e principale accusatore; ad accusare Ciavardini, invece, fu Angelo Izzo, noto come il mostro del Circeo, arrestato per aver violentato, seviziato e quasi ucciso due donne, poi evaso, di nuovo arrestato, poi liberato in libertà vigilata e nuovamente resosi protagonista di efferati reati che culminarono con la morte di due donne nel 2005. Quanto fosse da considerare attendibile la testimonianza di Izzo sfugge ai più, tanto più che Izzo accusò Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini finanche dell’omicidio di Piersanti Mattarella; Izzo, inoltre si è anche autoaccusato dell’omicidio di Amilcare Di Benedetto, ucciso quattro mesi prima del massacro del Circeo, il cui corpo però non è mai stato ritrovato, nonché rivelò ad una giornalista, Donatella Papi (che poi sposerà) di essere responsabile “di altri fatti gravissimi per la nostra Repubblica”. Izzo, quale testimone di alcuni “sentito dire”, si spinse ad accusare della strage di Bologna anche Nanni De Angelis e Massimiliano Taddeini, il loro alibi, però, era oggettivamente di ferro in quanto il 2 agosto 1980 erano entrambi a Terni, per disputare la prima finale nazionale di football americano, ripresi dalle telecamere Rai e alla presenza di circa 2.000 spettatori. Nonostante tutto Angelo Izzo fu considerato attendibile; per la strage di Bologna, il 23 settembre 1980 furono spiccati dei mandati di arresto che riguardano molti esponenti di Terza Posizione tra cui Nanni De Angelis e il fratello Marcello. Nanni De Angelis e Luigi Ciavardini furono arrestati, insieme, il 3 ottobre a Roma e solo due giorni dopo il primo fu ritrovato impiccato nella sua cella, dopo un breve ricovero in ospedale per le percosse subite dalla polizia. Per quanto riguarda Sparti, Ennio Remondino, giornalista della RAI, riuscì a dimostrare a seguito di una inchiesta, che il tumore che garantì la scarcerazione del teste chiave Sparti, nel 1981, era falso, e che la cartella clinica di quest’ultimo era andata distrutta in uno strano incendio divampato, proprio poco tempo prima, all’interno dell’Ospedale San Camillo di Roma.
Sono passati quarant’anni dalla terribile strage alla stazione di Bologna, e la verità giudiziale che è stata pronunciata è priva di elementi essenziali quali mandanti, finanziatori e movente. Dovremmo credere che un gruppo di giovani dediti allo spontaneismo armato, quindi senza mandanti, abbia commesso in totale solitudine un così efferato piano stragista, utilizzando peraltro materiale esplodente di produzione militare, proprio mentre attorno a loro, in un intricato ed inestricabile intreccio, si sviluppavano intrighi diplomatici, terrorismo internazionale, interventi dei servizi segreti di mezzo mondo, depistaggi e cadaveri scomparsi; il tutto senza una rivendicazione, senza un apparente di un risultato politico, e solo sulla base di testimonianze indirette di delinquenti comuni.
Per di più, il recente processo a Cavallini ha fatto emergere numerose novità che dovrebbero rimettere in discussione tutte le risultanze nei confronti dei condannati: oltre la presenza di una 86° vittima, solo di recente è stato individuato l’interruttore dell’ordigno, all’epoca non riconosciuto dai periti ma oggi accertato come tale dall’esplosivista geominerario Danilo Coppe: si tratta di una leva “artigianale” risultata difettosa, molto simile ad un’altra che fu ritrovata meno di due anni dopo, il 18 giugno 1982, durante una perquisizione a Christa Margot Frolich. La stessa Frolich che ha dormito all’hotel Jolly, di fronte la stazione di Bologna, la notte fra l’1 e il 2 agosto, l’amica di Kram, la moglie del brigadista Padula… la stessa Christa Margot Frolich, fermata e arrestata all’aeroporto di Fiumicino, quando trasportava una valigia contenente 3 chilogrammi e mezzo di miccia gommata verde, composta da Pentrite prodotta nei Paesi del Patto di Varsavia, un timer, una sveglietta a batteria marca Emes dalla quale fuoriuscivano due fili elettrici, due detonatori elettrici in alluminio e un oggetto a forma di staffa semicurva con un interruttore, identico a quello trovato dal perito Danilo Coppe.
In conclusione a Bologna sono ufficialmente morte 85 persone; tuttavia le vittime risultano essere 86, assunti gli ultimi ritrovamenti. E, probabilmente, vittime sono anche i quattro condannati per un delitto così grave ed efferato laddove, come credo di aver dimostrato, esiste più di un ragionevole dubbio sulla loro effettiva colpevolezza. Ma c’è anche un’altra vittima: la Verità. Insabbiata, deviata, depistata, occultata, violentata per quarant’anni.
Alcuni uomini, anche di sinistra, hanno avuto la onestà intellettuale di non credere ciecamente alla verità giudiziale, anche attraverso il Comitato trasversale “E se fossero innocenti”. Il 2 agosto 2020, in svariate città italiane, il Comitato “L’ora della Verità” ha manifestato pubblicamente per chiedere, finalmente di fare piena luce sulla strage di Bologna. Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che nell’anniversario della strage auspicava di “squarciare il velo che ci separa dalla Verità sulla strage di Bologna” potrebbe degnarsi di rispondere alla interrogazione del sen. Claudio Barbaro o almeno desegretare quanto ancora coperto sul caso Toni e de Palo.
Nel raccontare alcuni tratti di questa tragica storia italiana, mi è sembrato che la realtà abbia superato la fantasia dei film di spionaggio internazionale o delle più azzardate teorie cospirazioniste. Se anche la metà delle ipotesi alternative alla verità giudiziale che ho tratteggiato fossero vere, ci sarebbe da riscrivere completamente la storia della Repubblica.
Del resto i depistaggi, le manovre dei Servizi e l’apposizione dei Segreti di Stato caratterizzarono tutte le indagini sulle principali stragi avvenute negli anni di piombo, anche da prima di Ustica e Bologna, come la strage di piazza Fontana compiuta il 12 dicembre 1969, la strage di piazza della Loggia del 28 maggio 1974, la strage dell’Italicus del 4 agosto 1974, eccetera. Ma sempre nel mirino della magistratura c’è finita l’eversione di Destra, composta generalmente da giovani, tendenzialmente organizzati spontaneamente in un arcipelago di sigle spesso minimali, talvolta strumentalizzate da Servizi e Questure.
Era la “strategia della tensione” che garantiva consenso ai Partiti moderati, che copriva le vergogne di un Paese anomalo, che durante la guerra fredda era a metà geografica e politica fra le posizioni Atlantiche e Sovietiche, che faceva affari con gli arabi pur essendo amico di Israele, e che dopo la caduta del muro ha consentito, a quel ceto politico che si è mantenuto al potere ininterrottamente grazie, anche, alla tensione degli opposti estremismi, di gestire il più grande patrimonio pubblico industriale, logistico, manifatturiero e siderurgico dell’intero Occidente, eredità della dittatura fascista, puntualmente liquidato e svenduto.
Qualcuno è stato al potere per un cinquantennio, qualcuno si è fatto i miliardi, qualcuno è morto ucciso, qualcuno sta pagando per colpe non sue.

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Ettore de Conciliis de Iorio

Scritto da Ettore de Conciliis de Iorio

Nato ad Avellino nel 1979, è stato giornalista pubblicista, avvocato, amministratore pubblico, imprenditore. Adesso è assistente parlamentare e presidente di Comitato interprovinciale di un Ente di Promozione Sportiva e Sociale. Probabilmente domani si occuperà di altro: risaputamente è preda di facili ma travolgenti passioni, nelle quali si lancia con ardimento e dedizione fin quando non si innamora di altro, in una ciclica e costante rimodulazione dei suoi studi, dei suoi interessi, delle sue solerzie. Ad ogni modo ama sempre condividere quello di cui si occupa, con generosità autentica seppur talvolta cattedratica. Non si è mai interessato al gioco del calcio.

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