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A quarant’anni dalla strage di Bologna, la verità è segreta e la falsità è pubblicamente (e giudizialmente) accettata. 1ª Parte

«…la ricostruzione dei fatti, basata su prove documentali e testimoniali, e sulle dichiarazioni degli stessi imputati, fa emergere una macchinazione sconvolgente che ha obiettivamente depistato le indagini sulla strage di Bologna. Sgomenta che forze dell’apparato statale, sia pure deviate, abbiano potuto così agire, non solo in violazione della legge, ma con disprezzo della memoria di tante vittime innocenti, del dolore delle loro famiglie e con il tradimento delle aspettative di tutti i cittadini, a che giustizia si facesse.»
Sono le motivazioni della Corte d’Assise di Roma, relative ad un procedimento susseguente il ritrovamento, avvenuto il 13 gennaio 1981 sul treno Taranto-Milano, di una valigia che conteneva otto lattine di esplosivo, paragonabile a quello usato per la strage di Bologna del 2 agosto 1980. La bomba del Taranto-Milano si dimostrò un vero depistaggio, ordito dai Servizi italiani, che riferirono di una fonte che doveva restare segreta. La Corte d’assise di Roma accertò che «la fonte non esisteva e le informazioni erano false, costruite nell’ufficio di Musumeci e Belmonte, con la connivenza di Santovito» Si tratta di persone di rilievo, figure di vertice del SISMI: il colonnello Giuseppe Belmonte, il generale Pietro Musumeci e il generale Giuseppe Santovito, direttore e capo del SISMI dal 1978 al 1981; insomma non era un “pezzo deviato” dei Servizi, ma proprio il vertice. Deep State? O scelta politica del Governo in carica? Nella borsa ritrovata nel treno Taranto-Milano c’erano anche delle armi, fra cui, sembrerebbe, un fucile M.A.B. che presentava modifiche artigianali, identiche a quelle di uno stesso fucile sequestrato alla Banda della Magliana e teoricamente custodito nei sotterranei del Ministero della Sanità. Ciò coinvolge nella inchiesta Massimo Carminati, accusato di aver prelevato l’arma. In un deposito segreto governativo. E di averla collocata sul treno Taranto-Milano per depistare le indagini su Bologna. Un depistaggio voluto e organizzato dal vertice del SISMI. Qualcosa non quadra, a meno che non si voglia ritenere Carminati, er cecato, un alto funzionario dei Servizi Segreti. O, più semplicemente, uno strumento nelle mani dei servizi, legato alla criminalità ed anche all’estremismo di Destra, insomma il personaggio perfetto per depistare le indagini, che si volevano indirizzare di proposito verso la eversione internazionale di Destra. Quello che sappiamo, su questa vicenda, è che la Corte d’Assise d’Appello di Bologna, con sentenza del 21.12.2001 (confermata dalla Corte di Cassazione con sentenza del 30.01.2003), ha dichiarato di non doversi procedere nei confronti di Carminati in ordine al delitto di detenzione e porto di armi clandestine ed esplosivi per intervenuta prescrizione.
Sulla vicenda del finto attentato sul treno Espresso 514 Taranto-Milano mi fermo, ma mi sembrava interessante partire da questo incredibile accadimento per introdurre il tema di come sia stata affrontata l’inchiesta sulla strage di Bologna, sulla ingerenza incredibile e impattante dei Servizi che hanno da subito viziato le indagini, pressato la magistratura, suggestionato la opinione pubblica.
Nel 1991, Francesco Cossiga, da capo dello Stato, chiese “scusa” alla destra e al MSI: «Fui fuorviato, intossicato. Ho sbagliato, chiedo scusa a Lei che rappresenta in questo momento la sua parte politica… le informazioni sui fascisti venivano dai Servizi Segreti… la subcultura imperante considerava lo stragismo di Destra…». Non sono ammissioni frequenti per un Presidente della Repubblica. Pochi mesi prima di morire, Cossiga rivelò a Gianni Minoli, in una puntata de “La storia siamo noi”, la sua teoria, mai esternata pubblicamente prima di allora, citando il “patto segreto” fra il governo e l’Olp di Arafat; secondo Cossiga, dell’esplosione alla stazione centrale di Bologna del 2 agosto, che costò la vita ad 85 (86?) persone, fu un incidente di trasporto imputabile al terrorismo palestinese.
Sta di fatto che il protrarsi, negli anni, di alterne vicende giudiziarie e la evidenza di numerosi, acclarati, depistaggi, hanno favorito le ipotesi di “verità alternative”; sono molte le ipotesi che disegnano scenari ben diversi dai fatti processuali che hanno portato alle condanne definitive. «Su Bologna, la mia l’ho detta e la ripeto. Per me fu un incidente, un drammatico incidente di percorso: fu, con molta probabilità, una bomba trasportata da terroristi palestinesi che non doveva essere innescata in quell’occasione e che invece, chissà perché, per un sobbalzo, una minaccia, un imprevisto, scoppiò proprio in quel momento. La mia, sia chiaro, non è una certezza, ma soltanto una supposizione. Avvalorata, però, da quanto ho letto non molto tempo fa in un’intervista a un altro dirigente del Fronte di liberazione palestinese». Sono parole di Francesco Cossiga.
La “pista palestinese” è infatti una delle più corroborate ipotesi alternative. Si legge in una interrogazione parlamentare del 29 ottobre 2019, a firma del sen. Claudio Barbaro: “il 5 marzo 2019, quale difensore di Gilberto Cavallini, l’avvocato Gabriele Bordoni, unitamente al collega Alessandro Pellegrini, nel processo n. 1/2018 RG, in corso avanti alla Corte d’Assise di Bologna, relativo alla strage alla stazione ferroviaria di Bologna del 2 agosto 1980, per motivi di giustizia ed indagine difensiva, visti gli articoli 204 del codice procedura penale, 39 e 42 e la legge n. 124 del 2007, richiedeva l’accesso a tutti gli atti, già secretati e ora classificati, relativi a quel fatto; in particolare, richiedeva, altresì, l’accesso ad alcuni documenti che fanno parte degli atti del procedimento penale sulla scomparsa in Libano di Italo Toni e Graziella de Palo, ma con missiva del 14 maggio 2019, la Presidenza del Consiglio dei ministri, esprimeva il proprio diniego alla richiesta dell’avvocato Bordoni”. Toni e de Paolo erano due giornalisti italiani, scomparsi la mattina del 2 settembre 1980, quando sarebbero dovuti partire per il sud del Libano su una jeep del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina di Nayef Hawatameh. Sulla jeep avrebbe dovuto anche esserci Piera Redaelli, militante filo-palestinese italiana. Da quel momento non si hanno più tracce dei due giornalisti. Il giorno prima i due giornalisti si erano recati presso l’ambasciata italiana a Beirut, comunicando di voler visitare il sud del Libano. Toni e de Palo stavano indagando, fra l’altro, sulla “pista palestinese” per la strage di Bologna. Sapevano di essere in pericolo e chiesero alla nostra ambasciata di attivarsi se non fossero tornati dopo tre giorni.
L’ambasciata italiana, invece, si allertò solo alla fine di settembre e solo in susseguenza delle richieste della famiglia di Graziella de Paolo; ad ottobre, il Segretario generale del Ministero degli Affari Esteri, Francesco Malfatti, decise, curiosamente, di affidare l’inchiesta sulla scomparsa dei due giornalisti al capo centro del Sismi a Beirut, il colonnello Stefano Giovannone e non all’ambasciatore italiano a Beirut, Stefano d’Andrea, nonostante lo stesso D’Andrea, il 17 ottobre 1980, avesse scritto a Malfatti un telex segreto, comunicando che il rapimento fosse opera di Al Fatah, addirittura precisando di essere a conoscenza dei nome dei rapitori. In seguito si scoprirà che Malfatti fosse un affiliato della Loggia P2. La scomparsa di Graziella De Palo e Italo Toni potrebbe essere collegata alle loro indagini sul sequestro dei missili ad Ortona, in Abruzzo, nella notte tra il 7 e l’8 novembre 1979, che portò all’arresto di Abu Anzeh Saleh, palestinese con passaporto giordano, responsabile della struttura militare clandestina del FPLP in Italia. Pochi giorni dopo, il 13 novembre, venne incriminato finanche George Habbash, leader del FPLP. Ebbene, in quell’occasione il FPLP, si badi, accusò l’Italia di “non aver rispettato i patti”. Quali patti? Quali accordi sono stati pattuiti fra il Governo della Repubblica Italiana ed il terrorismo arabo? E quali sarebbero potute essere le conseguenze per chi avesse contravvenuto? Quali le ritorsioni? Si tratta, ovviamente, del “lodo Moro”, di cui dirò qualcosa fra un istante. Per ora segnalo che nel 1984, il presidente del consiglio Bettino Craxi, appose il segreto di Stato sulla vicenda. I nomi stessi di Graziella e Italo sono stati rimossi dagli elenchi degli appositi annali ufficiali internazionali, che nominano i giornalisti caduti nel mondo durante l’esercizio della loro professione. I due giornalisti uccisi sono stati pressoché dimenticati, con poche eccezioni, dalla politica; fu solo Gianni Alemanno, sindaco di Roma, l’11 settembre del 2009 ad organizzare un convegno internazionale in Campidoglio intitolato “Graziella e Italo: una giornata per non dimenticare”, integralmente registrato e trasmesso da Radio Radicale; lo stesso anno venne a loro dedicato il concerto inaugurale della Stagione sinfonica di Santa Cecilia, mentre dall’anno successivo i due giornalisti sono ricordati anche con una messa annuale il 2 settembre in Santa Maria in Ara Coeli, con l’intitolazione ai loro nomi di due viali in Villa Gordiani. Il segreto di Stato venne rimosso solo il 28 agosto 2014, per esclusivamente per ciò che non riguarda i rapporti tra Italia e organizzazioni palestinesi. Allo stato il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte non ha risposto alla interrogazione del sen. Barbaro, che gli chiedeva se intendesse rimuovere tale segreto. Cavallini è stato condannato.
Giusto per dire… il processo contro Habbash e Saleh iniziò proprio nell’agosto del 1980; Il giudice Armati, che indagò sul caso De Palo-Toni, avrebbe accertato che i due giornalisti italiani furono prelevati all’hotel Triumph di Damasco dai miliziani di Habbash, interrogati e uccisi pochi giorni o poche ore dopo. Armati, comunque, chiese il rinvio a giudizi per favoreggiamento del colonnello Giovannone e del generale Santovito (il direttore del Sismi di cui avevamo già parlato). E perché mai il capo del SISMI e un importante ufficiale dei Servizi sarebbero accusati di favoreggiamento nel rapimento e omicidio di due giornalisti italiani in Libano??? Chissà… a causa della morte dei due, l’inchiesta si concluse con un nulla di fatto. Santovito e Giovannone sono morti entrambi fra il 1984 e il 1985, il primo a 66 anni il secondo a 64.

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Ettore de Conciliis de Iorio

Scritto da Ettore de Conciliis de Iorio

Nato ad Avellino nel 1979, è stato giornalista pubblicista, avvocato, amministratore pubblico, imprenditore. Adesso è assistente parlamentare e presidente di Comitato interprovinciale di un Ente di Promozione Sportiva e Sociale. Probabilmente domani si occuperà di altro: risaputamente è preda di facili ma travolgenti passioni, nelle quali si lancia con ardimento e dedizione fin quando non si innamora di altro, in una ciclica e costante rimodulazione dei suoi studi, dei suoi interessi, delle sue solerzie. Ad ogni modo ama sempre condividere quello di cui si occupa, con generosità autentica seppur talvolta cattedratica. Non si è mai interessato al gioco del calcio.

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Uno, nessuno o centomila?

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