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Alla ricerca della serenità

Tutti gli esseri umani puntano ad essere felici. Per poter raggiungere tale condizione, però, bisogna provare a comprendere cosa si intenda per felicità.
La felicità, una circostanza ritenuta tanto fondamentale da essere esplicitamente contemplata persino nella “Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti”.

Ma cos’è, dunque, la felicità? La felicità è uno stato d’animo soggettivo quanto precario. Nella sua parzialità, non può essere, in alcun modo, intesa in senso assoluto. Tutto dipende dal modo in cui ciascuno definisce la propria felicità, in quanto soddisfazione delle proprie inclinazioni. Ciò che per me può essere appagante per un altro sarà, molto probabilmente, tutt’altro. Non vi è una via che porti alla felicità in quanto tale, proprio perché non può risultare una felicità diffusamente concepita. C’è una grande felicità nel volere, nell’andare, nell’essere, così come nel non volere, nel non andare, nel non essere. È tutto relativo.

Gli antichi, ad esempio, non concepivano un uomo felice se non meritevole di esserlo. Non vi poteva essere una felicità non degna di essere vissuta. Una felicità meritoria avrebbe, persino, determinato il raggiungimento del cosiddetto summus bonum, ovvero un mondo perfettissimo in cui tutte le creature siano felici e degne di esserlo.

La felicità non è altro che una menzogna, come diceva Flaubert: sopravvalutata!
Chi punta alla mera felicità non la raggiungerà mai davvero. È una sensazione effimera.

Più che alla felicità, si punti alla serenità. La serenità e quando ciò che dici, ciò che pensi, ciò che fai sono in perfetta armonia, sosteneva il Mahatma Gandhi.
La serenità, quindi, è il vero obiettivo. La serenità è il termine giusto per ciò che, impropriamente, intendiamo per felicità.

Essa è il risultato di un’equazione data dalla somma dell’idea di felicità e l’agire rettamente. Sia chiaro, rettitudine deve essere concepita non solo come adempimento di doveri verso gli altri ma, soprattutto ed in primis, verso sé stessi. Perché l’assolvimento dei doveri verso sé stessi rappresenta la conditio sine qua non che rende possibile l’osservanza dei doveri verso gli altri. Chi trasgredisce a tali obblighi morali nei confronti della propria persona si spoglia della propria natura umana e, quindi, non è più in grado di soddisfare i naturali requisiti morali verso gli altri. Chi rinuncia alla propria libertà, alienandola in cambio di benefici di qualsivoglia natura, agisce contro la propria persona e quindi contro l’umanità. Un atteggiamento servile è, senza dubbio, contro natura. Ergo, i doveri verso sé stessi non presuppongono l’azione finalizzata alla felicità personale, il loro compimento sono indipendenti dal perseguimento di vantaggi e considerano esclusivamente la dignità dell’uomo. Il principio di tutti i doveri verso la propria persona è, inconfutabilmente, la libertà: il summum bonum inalienabile ma che, se non soggetta a regole oggettive, può generare il più completo disordine. Una libertà intensa non come il seguire ogni propria inclinazione bensì sottoposta al buon senso, poiché essere libero non significa assoggettare sé stesso alle proprie inclinazioni ma dominarle, mediante quella razionalità che ci pone all’apice del mondo animale.

Il principio dei doveri verso sé stessi consiste nella stima di sé stessi, agendo in conformità alla nostra dignità umana. Tale asserzione potrebbe essere riassunta nella massima giuridica neminem laede, ovvero “Noli naturam humanam in te ipso ledere”.

L’umiltà e l’orgoglio costituiscono la vera considerazione di sé stessi. Umiltà intesa come rispetto reciproco e non atteggiamento servile, il quale rappresenta una deviazione della legge morale.

Se la felicità risulta essere limitata nel tempo, in conclusione, la serenità e sicuramente più stabile e prolungatamente gradevole. Questo poiché mentre la prima potrebbe essere il prodotto di coincidenze indipendenti dalla nostra volontà, la seconda è sempre una conquista, l’esito di costanti e convinti adempimenti etici traslati nella prassi quotidiana.

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Eugenio Musto

Scritto da Eugenio Musto

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