in ,

Anche la scienza e la medicina possono essere “ideologia”

Variando la formula dell’opera, pubblicata postuma, di Marx ed Engels, potremmo ragionevolmente parlare di “ideologia medica” in relazione a ciò che sta accadendo nel quadro del nuovo ordine terapeutico. Dal punto di vista marx-engelsiano, l’ideologia, che i due autori interpretavano precipuamente in riferimento alla filosofia e all’economia politica, coincide con un sapere che si presenta astrattamente universale, obiettivo e legato alla natura delle cose: e che, in concreto, non fa che generalizzare gli interessi particolari della classe dominante, occultandoli dietro la vernice di un loro presunto carattere obiettivo, naturale e universale. L’esempio, classico, era per Marx ed Engels quello dell’economia politica inglese: essa, nel presentare come naturali, obiettive e universali, le leggi dell’economia capitalistica, legittima, glorifica e naturalizza un mondo storico particolare, connesso con gli interessi materiali del polo dominante. Se le leggi dell’economia capitalistica vengono ideologicamente trasfigurate in leges naturae, già da sempre obiettivamente date e coincidenti con l’economia in quanto tale, si decompone l’idea stessa – il “sogno di una cosa”, avrebbe detto il giovane Marx – di una loro possibile critica e di un loro eventuale superamento in nome di alterità nobilitanti. Che senso potrebbe mai avere, in effetti, criticare qualcosa di naturale come l’andamento dei pianeti o – in ciò sta il timbro quintessenzialmente ideologico – le leggi dell’economia, trasfigurate in a priori storico? Da un punto di vista generale, ogni filosofia e anche ogni scienza possono generare la figura spettrale dell’ideologia. Che è, appunto, il falso che si contrabbanda come vero o, più precisamente, l’interesse storico particolare che si autoglorifica e si autorappresenta come verità universale, da sempre e per sempre esistente. Sarebbe però, ovviamente, un puro non sequitur trarre da questa definizione generale la conclusione che ogni filosofia e ogni scienza siano, in quanto tali, ideologiche. La conseguenza che si deve, invece, trarre è che tra i compiti della verità filosofica v’è anche quello di distinguere il vero dall’ideologico, la vera filosofia e la scienza certa dall’ideologia. Anche dopo i tempi di Marx ed Engels, la storia ci restituisce casi molteplici di ideologia mascherata da scienza o, se si preferisce, di scienza utilizzata non per fare emergere la certezza scientifica, bensì per santificare l’interesse particolare di gruppi particolari. Un caso tra i tanti merita, allora, di essere rammemorato. Il 14 luglio del 1938, con il titolo Il fascismo e i problemi della razza, viene pubblicato su “Il Giornale d’Italia” il Manifesto degli scienziati razzisti o Manifesto della razza. Il testo, nel quale si pretende di dimostrare more geometrico l’esistenza di razze umane differenziate, viene firmato da alcuni dei principali scienziati italiani dell’epoca: si ritiene, così, “scientificamente” provata la concezione biologica del razzismo, l’esistenza di una pura razza italiana e la non assimilabilità degli ebrei, costituenti una razza non europea. Non stupisce che il Manifesto degli scienziati razzisti anticipi di poche settimane la promulgazione della oscena legislazione razziale fascista. Quello del il Manifesto degli scienziati razzistiappare un caso emblematico – e, comunque, non esclusivo – di ciò che abbiamo marxianamente proposto di appellare l’ideologia della scienza e della medicina. È un caso particolarmente significativo, giacché racchiude alcuni meccanismi degni di nota. In primo luogo, a firmare il manifesto sono scienziati e non “inesperti” o politici di professione: il manifesto, dunque, si pretende un testo scientifico, certo e al di là della sfera del mero opinare. In secondo luogo, la politica fascista aveva intrinsecamente bisogno del manifesto scientifico in quel momento storico preciso: le serviva per giustificare l’introduzione di un razzismo che, fino a quel momento, era stato sconosciuto al regime e che ora, con l’alleanza sempre più stretta con la Germania nazista, diveniva un elemento irrinunciabile. La scienza poteva, così, occultare il razzismo come scelta politica, nascondendolo dietro presunte certezze scientifiche, inscritte nella natura delle cose e aliene a ogni interesse soggettivo particolare. In questo modo, secondo il classico modus operandi dell’ideologia, l’interesse soggettivo dei gruppi dominanti si santificava e si rendeva invisibile, presentandosi come obiettiva certezza scientifica data in re ipsa. Questo richiamo al Manifesto degli scienziati razzisti del 1938 non è volto – lo ripeto – a dimostrare l’indimostrabile tesi secondo cui la scienza sarebbe sempre, inaggirabilmente, ideologica: se, anzi, possiamo denunciare come ideologica certa scienza e certa filosofia, è proprio perché esistono un certo scientifico e un vero filosofico che permettono di distinguere tra certezza scientifica e ideologia scientifica, tra verità filosofica e ideologia filosofica. Ed è su questa base che dobbiamo seriamente porre la domanda sullo statuto della scienza che oggi legittima e glorifica le nuove politiche dell’ordine terapeutico. Dove finisce la scienza e dove inizia l’ideologia? Quando siamo al cospetto di una ricerca scientifica che aspiri alla conoscenza della certezza scientifica e quando, invece, ci troviamo dinanzi a un’ideologia, che copre con un discorso falsamente univerale e obiettivo, l’interesse storico particolare del gruppo dominante, vale a dire del blocco oligarchico neoliberale? La scienza, come la filosofia, non è ideologia: può esserlo, con ciò tradendo se stessa e diventando la voce del potere dominante, al quale fornisce, appunto, i quadri ideologici per legittimare e, insieme, occultare le proprie pratiche. Credo sia chiaro che quando il discorso medico oggi ci dice che, per contenere la curva dei contagi, occorre ridurre i contatti diretti tra persone stia affermando una certezza scientifica, facilmente dimostrabile con le “sensate esperienze”. Ma cosa accade quando la politica fa suo il discorso del medico, magari con il favore del medico (o, comunque, senza il suo aperto dissenso), e lo impiega per giustificare i lockdown, i divieti di assemblea e altre palesi violazioni della carta costituzionale? Siamo ancora nella sfera della certezza scientifica o siamo già entrati nel campo dell’ideologia scientifica impiegata dal potere per legittimare il proprio operato? Adduco un altro esempio concreto: nell’ottobre del 2020 viene introdotto, in Italia, il coprifuoco notturno. Ed è, ovviamente, giustificato con ragioni (apparentemente) scientifiche, tutte orbitanti attorno al noto principio del contenimento della curva epidemiologica. Poi, tuttavia, l’immunologa Viola, dell’Università di Padova, apertamente sostiene che il coprifuoco non presenta alcuna ragione scientifica, ma serve a favorire un mutamento nel modo generale di vivere (cfr. Covid, l’immunologa Viola: “Il coprifuoco non ha una ragione scientifica ma cambiamo il nostro modo di vivere”, “Il Messaggero”, 5.11.2020). Con ciò appare lampante l’essenza dell’ideologia scientifica. Logica vorrebbe che, dopo la dichiarazione della dott.ssa Viola, il coprifuoco venisse rimosso immediatamente, a) data la sua inefficacia per l’obiettivo in vista del quale è stato posto in essere (il contenimento dei contagi), e b) in ragione della sua palese incostituzionalità. E, invece, il coprifuoco rimane, anche dopo che la scienza, che in precedenza era stata usata per giustificarlo, ne ha espressamente smentito l’efficacia. Qui appare incontrovertibile la differenza tra scienza, potere e ideologia scientifica. Il potere si appella alla fonte scientifica, per legittimare ideologicamente le proprie politiche, e poi la respinge, quando la medesima fonte scientifica contraddice quelle politiche, la cui ratio appare, così, apertamente soggettiva e non oggetitiva, appunto politica e non scientifica. Il fabula docet è che assumere per buono tutto ciò che si autocertifica come scienza non è scientifico, ma dogmatico e già proprio di un’ideologia specifica: quella di un potere che non si regge più sulla narrazione religiosa, ma su quella di una scienza essa stessa trasformata in ideologia a tratti religiosa.

© Riproduzione riservata.
La Redazione non è responsabile dei commenti espressi dai lettori e in nessun caso potrà rispondere per eventuali commenti lesivi di diritti di terzi, nemmeno se i commenti vengono espressi in forma anonima o criptata.
Diego Fusaro

Scritto da Diego Fusaro

(Torino, 1983) è una delle voci più critiche e indipendenti della riflessione filosofica contemporanea. Specialista di Filosofia della storia e interprete eterodosso di Hegel e Marx, insegna Storia della filosofia presso la IASSP, Istituto di Alti Studi Strategici e Politici di Milano. All’insegnamento affianca la divulgazione, anche attraverso collaborazioni giornalistiche con testate quali «La Stampa» e «il Fatto Quotidiano». Tra i suoi libri: Bentornato Marx! (Bompiani 2009), Pensare altrimenti (Einaudi 2017), Storia e coscienza del precariato (Bompiani 2018) e Il nuovo ordine erotico (Rizzoli 2018).

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Loading…

0

Comments

0 comments

Quadrotto di spinaci e mozzarella

Il vulcanico Donald Trump