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Assise di Ariano

Oggi giorno, quando si parla di Ariano Irpino si fa riferimento al suo triste primato di essere stato il primo centro in Campania dichiarato ‘zona rossa’ e all’enorme prezzo pagato alla pandemia da Covid-19. La città ufitana, infatti, ha registrato diverse centinaia di infetti e una trentina di morti dovute al Coronavirus, oltre a danni economico-sociali difficili da quantificare. Tuttavia, secoli fa’, Ariano fu al centro del dibattito politico per ben altre ragioni.

Il re di Sicilia, duca di Puglia e Calabria Ruggero II, all’apice della sua potenza militare e al culmine dell’attività diplomatica, era riuscito a riunificare i possedimenti normanni e a farsi riconoscere monarca da papa Anacleto II. Per consolidare il suo potere, Ruggero convocò le Assise di Ariano, dalle quali emerse una concezione accentratrice della monarchia e una visione dello Stato strutturato con istituzioni stabili e fortemente burocratizzate. Per promuovere l’idea di sovranità e di bene pubblico, egli radunò tutti i suoi vassalli laici ed ecclesiastici ad Ariano, durante l’estate del 1140, a conclusione dell’usuale campagna di ‘pacificazione’ territoriale, da lui stesso guidata. I 44 paragrafi della costituzione arianese trattano di potere regio e di giurisdizione ecclesiastica, di norme penali, di diritto pubblico e privato.

È un’opera colossale, che sintetizza le tradizioni franche e normanne con l’ordinamento romano e bizantino, fondandosi sul codice giustinianeo, e ricercante l’equilibrio tra la tendenza centripeta della corona e i movimenti centrifughi dei feudatari. Nel testo, che costituirà il nucleo del potere monarchico in Italia per sette secoli, veniva curata particolarmente l’efficienza del sistema di reclutamento militare e l’efficacia delle norme fiscali, oltre a un oculato controllo della gerarchia ecclesiastica. Sconfitti gli avversari e riappacificatosi con il pontefice, Ruggero proclamava davanti all’assemblea il proprio ringraziamento a Dio per avergli concesso la vittoriosa conclusione del conflitto. Tale affermazione del sovrano discendeva dalla concezione ‘sacra’ del potere temporale, per cui egli si sentiva investito della missione divina di riunificare prima, e poi amministrare con pietà e senso della giustizia l’Italia meridionale.

Incoronato re nel Natale del 1130, Ruggero, a sanzionare l’effettività del suo potere sull’intero Mezzogiorno, promulgò appunto questo corpo di leggi a validità generale e nominò per ogni territorio dei funzionari che ne verificassero l’applicazione.”Legum auctoritatem per ipsius [Dei] gratiam optinemus”: con questa espressione, nel proemio, Ruggero legittimava il suo diritto a emettere leggi e sanzionava la sua maiestas, ponendola sotto l’autorità di Dio. Le Assise di Ariano riaffermarono la regalità con elementi teocratico-sacrali, e galvanizzarono il ruolo complementare della feudalità, con l’assemblea dei vassalli che ratificò gli atti fondamentali del Regno.

Oltre a ricordare la derivazione della maestà direttamente da Dio, senza mediazioni, Ruggero richiamava la teoria gelasiana delle due spade, dichiarando di voler difendere con la forza le prerogative materiali della Chiesa. Sulla sacralità del potere va ricordata l’assisa che equiparava la messa in discussione dei giudizi e delle decisioni del re al sacrilegio, e la norma che puniva con la pena capitale i falsificatori di lettere regie. Suggello massimo sul tema era, infine, la legge che proteggeva la persona del re da ogni offesa e attentato con la romana lesamaestà. Concetti, che trovano il riscontro iconografico nel mosaico della Martorana di Palermo, raffigurante Ruggero che riceve direttamente dal Cristo la corona regia.

Il monarca, che è tale in quanto investito del ruolo di garante della pace interna, metteva al bando le guerre tra i baroni, le rappresaglie e le invasioni dei castelli; ammoniva i feudatari a trattare con umanità i sottoposti e a rispettare i beni e i diritti della Corona ma, a tutela del carattere di casta della militia, consentiva nuovi ordinamenti cavallereschi solo per successione familiare.La pace interna e la tranquillità pubblica divenivano finalità primaria del diritto penale, ed erano oggetto di giuramento di fedeltà dei vassalli, tanto che ogni turbativa poteva essere qualificata come infidelitas. In tal modo, l’ordinamento giuridico diventava strumento per il controllo politico del ceto baronale.

Le pene previste nelle Assise sono classificabili in tre tipi: pecuniarie (pagamento di somme determinate, confisca dei beni);privative della libertà (carcere; asservimento alla Curia regis);corporali (flagellazione, mutilazione di membra, pena di morte); inoltre, era ancora prevista l’ordalia, la prova del ferro e del fuoco, per discolparsi da determinati reati-peccati. Il degrado dei costumi era contrastato severamente: le mezzane e le madri che favorivano la prostituzione delle figlie erano condannate alla “nasi truncatio”; alla stessa pena era sottoposta l’adultera a opera del marito. Se poi questi non si fosse voluto vendicare, l’adultera doveva essere pubblicamente flagellata e all’adultero venivano confiscati tutti i beni. Ruggero ritenne di punire con la morte gli spacciatori di sostanze stupefacenti e i fabbricanti di filtri amorosi, ed erano puniti con la pena capitaleanche i falsificatori di testamenti o di altri atti pubblici.

Con una disposizione innovativa Ruggero, col fine di proteggere i sudditi dall’imperizia dei medici, subordinò l’esercizio della professione a un esame degli aspiranti da parte dei suoi funzionari, pena il carcere o la confisca di tutti gli averi. Il Normanno fu molto attento e severo nella difesa della religione cattolica, non solo per quel sentimento di pietà religiosa che il sovrano esibiva, ma anche per un triplice motivo politico: perché l’investitura regia aveva riaffermato l’infeudamento alla Chiesa; perché una tale difesa ostentava l’elemento essenziale delle prerogative regie, ossia la derivazione divina; infine, perché ai suoi occhi, eretici, sacrileghi e bestemmiatori erano considerati come pericolosi attentatori di qualsiasi autorità e dell’ordine pubblico. Ruggero non mancò di sanzionare corruzioni e abusi di funzionari e giudici:secondo la legge del taglione, riservò la pena di morte ai giudici che avessero pronunciato una sentenza capitale perché spinti da un corruttore.

Così Ariano Irpino dette il suo contributo all’edificazione dello Stato nell’Italia meridionale, e mise il suo sigillo sulla storia nazionale.

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