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Brevi note sul federalismo

La premessa è ovvia: data la vastità e la complessità del tema, qui si potrà procedere solo per accenni, senza alcuna pretesa di esaustività, partendo da una sommaria ricostruzione storica per poi arrivare ad un’analisi, altrettanto cursoria, di quel che rappresenta il federalismo dal punto di vista teorico-politico.

Diversi studiosi, quali Daniel Elazar e Corrado Malandrino, hanno individuato le origini del federalismo nell’antico mondo ebraico, con il patto che legava appunto in una federazione le diverse tribù d’Israele, grazie al quale una istituzione ‘statale’ unitaria conviveva con il pluralismo autonomista tribale, mentre i primi governi confederali andrebbero rintracciati nell’esempio greco delle leghe (la Lega Achea, quella Etolica, eccetera), in quanto in questo caso non si andrebbe al di là di determinati scopi comuni, in assenza, pertanto, di una superiore integrazione ‘statuale’, anche se studiosi del mondo greco come Cinzia Bearzot definiscono proprio queste leghe come autentiche espressioni di un modello federale. Nel Medioevo esempi come la Lega Lombarda o la Lega Anseatica possono rientrare, a seconda delle prospettive utilizzate, tanto nel modello federale che confederale, mentre un chiaro esempio di federalismo, pur se storicamente passato attraverso varie evoluzioni, è quello svizzero, e in età moderna, soprattutto quello delle Province Unite olandesi, laddove un caso a sé stante è quello nordamericano, dove si saldano la teologia puritana e veterotestamentaria del patto con l’esigenza di creare uno Stato diverso da quello inglese, avvertito come ‘tirannicamente’ accentratore, tra l’altro con un processo assai peculiare, visto che paradossalmente lo Stato federale americano che oggi conosciamo nacque comunque dalla consapevolezza di dover superare la debolezza della precedente organizzazione confederale, rappresentando, quindi, rispetto a quest’ultima, una soluzione più ‘accentratrice’.

Resta il fatto che in Europa, molto probabilmente anche come reazione al particolarismo feudale e alla ‘policrazia’ tipica del Medioevo, i processi che hanno dato origine allo Stato moderno hanno finito per premiare più le dinamiche d’integrazione e di accentramento che non quelle su base federale, ovviamente con alcune note eccezioni come quella tedesca del Secondo Reich (una sorta di ‘federalismo imperiale’), derivante dal modo col quale si era realizzata l’unificazione germanica, ma anche qui senza generalizzare, visto che ad esempio l’unificazione italiana ha seguito il modello francese e mazziniano piuttosto che quello del confederalismo neoguelfo giobertiano, o del federalismo repubblicano dei Cattaneo e dei Manin o, per andare ancora più indietro nel tempo, del costituzionalismo federativo della Carboneria meridionale e così via. Esempio ‘classico’ della epocale tendenza accentratrice dello Stato moderno è infatti proprio quello francese, refrattario ad ogni decentramento e a qualsiasi concessione di autonomie ‘locali’; si ricordi, al riguardo, lo scontro feroce, durante la rivoluzione francese, tra il federalismo girondino e il rigidissimo centralismo giacobino.

Dal punto di vista teorico, invece, credo sia interessante la distinzione che fa Malandrino tra federalismo centripeto, tendente a unificare verso l’alto, e federalismo centrifugo, attento invece a  valorizzare le differenze infranazionali. Mentre il primo cerca, pertanto, di superare il modello di Stato-nazione e di dissolvere l’idea di sovranità statuale, al fine di creare organismi in prospettiva globali, il secondo, al contrario, insiste nel dare spazio alle differenze etno-culturali presenti all’interno di non pochi Stati nazionali. Un esempio di federalismo europeo, destinato poi ad evolversi su scala mondiale (lo stesso Malandrino usa, a tal proposito, il termine di mondialismo), è quello di Mario Albertini. Un federalismo che invece è alieno da tentazioni separatiste ma sensibile verso le differenze, considerate una ricchezza da preservare, è quello etno-linguistico di Guy Héraud. Inutile sottolineare quale dei due federalismi sia preferibile, in un’ottica di difesa autentica delle differenze; basta già l’odierna Unione Europea per capire dove andrebbe a parare un federalismo europeo, per non parlare di deliranti progetti neogiacobini alla Thiriart. Ecco perché, a mio parere, un’Europa confederale, dotata opportunamente di organi che la mettano in grado di prendere decisioni condivise su poche ma essenziali materie, sarebbe molto più rispettosa della storia, quanto mai insofferente ad ogni reductio ad unum, del nostro continente.

Pertanto, rispetto a un federalismo alla Albertini, ben altri sarebbero i riferimenti ideali e politici da perseguire; innanzitutto, va detto che “l’interesse primario del federalismo autentico è la libertà” (Elazar). Questa è la ‘stella polare’ da seguire. Un federalismo che non aumenta le libertà ma le comprime o le sacrifica sull’altare di un piatto egualitarismo livellante è un tradimento chiarissimo della genuina idea federalista. Da qui, ben si comprende perché sempre Elazar scriva che “il federalismo, per sua natura, si fonda sul riconoscimento della realtà e della legittimità delle distinzioni e sulla volontà di salvaguardare le differenze. Ciò va contro l’essenza delle attuali teorie dell’uguaglianza assoluta”. Insomma, il binomio su cui ‘incardinare’ un autentico federalismo è quello di libertà differenze. Per cui, more solito, anche il federalismo non è di per sé né un pericolo da evitare a ogni costo, né la salvifica soluzione di ogni male. Tutto sta, in definitiva e per chiudere queste brevi note, nel capire a quale modello rifarsi, per poi – altro passaggio indispensabile – verificarne la tenuta, una volta calato nella concreta realtà storica. Infatti, senza uno di questi passi rimarrebbe o il rischio di un progetto meramente astratto e quindi inesorabilmente votato al fallimento, o un avventurismo politico poco consapevole sia dei mezzi che dei fini. Non credo sia auspicabile né una cosa né l’altra.

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Giovanni Damiano

Scritto da Giovanni Damiano

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