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Brevi note sul Sovranismo

Il concetto di sovranità può essere riferito tanto allo Stato quanto al popolo, nel senso, ad esempio, sia di Stato sovrano che di popolo sovrano. Nell’odierno contesto storico-politico, però, il termine sovranismo viene solitamente  impiegato per rivendicare la sovranità dello Stato, laddove è la parola populismo ad essere utilizzata per alludere alla sovranità del popolo. In sintesi, si potrebbe affermare che, mentre si differenziano in relazione al loro ‘oggetto’ (rispettivamente lo Stato e il popolo), il sovranismo e il populismo sono accomunati dal rappresentare una risposta alla messa in discussione di uno dei concetti decisivi della politica, appunto la sovranità (dello Stato come del popolo), nell’oggi chiaramente sotto attacco. Da qui discende il medesimo atteggiamento di fondo: così come il populista vuole ridare al popolo una sovranità che gli è stata ‘confiscata’, il sovranista  è colui che si pone come compito quello di dar vita a un nuovo inizio della sovranità statuale, partendo appunto dalla sua crisi attuale.

Rimandando ad altra occasione l’esame del populismo, qui mi soffermerò, in maniera necessariamente schematica e sintetica, sul sovranismo, partendo da una veloce ricognizione del concetto di sovranità che, insieme a popolo e territorio, è una delle caratteristiche fondamentali dello Stato. In breve, uno Stato è sovrano laddove esercita un potere politico che non riconosce superiori all’esterno né competitori all’interno, detenendo, di conseguenza, il monopolio della forza legittima grazie al quale mantiene la pace al suo interno, potere che è ovviamente limitato ad uno specifico territorio dai confini chiari e definiti proprio perché fin là dove arrivano si estende anche la sovranità di quel determinato Stato.

Adesso, seguendo la ‘narrazione’ progressista, soprattutto a partire dall’avvento della globalizzazione (ultimo decennio del XX secolo), la sovranità è stata sempre più frequentemente considerata una sorta di anticaglia del passato, un relitto storico non più in grado di far fronte alle nuove dinamiche globali. Una sovranità sfidata di continuo in ambito politico, economico e giuridico, e attraversata da linee di conflitto non più governabili con i vecchi strumenti della politica, sarebbe insomma inservibile. Se infatti bisogna sottomettersi a organismi sovrastatuali, se non si possiedono più le leve dell’economia, se i confini diventano labili e porosi, essendo continuamente violati da migliaia di clandestini, e così via, è chiaro che la sovranità viene messa sotto scacco. Ecco perché, come scrive Carlo Galli nel suo Sovranità (il Mulino, 2019), “nel politicamente corretto delle élite mainstream” l’unico imperativo ormai invalso è quello di accusare la sovranità di essere sinonimo di “passatismo o tribalismo, nostalgia o razzismo”.

Ora, di fronte a questo scenario, accompagnato more solito dai tipici argomenti ‘progressisti’ sull’inevitabilità e sull’irreversibilità di tali cambiamenti, è stato proprio il sovranismo a farsi carico del compito di riappropriarsi della sovranità dello Stato, al fine di garantire un futuro di libertà a tutti i cittadini che ne fanno parte. Perché sovranismo è principalmente questo: tornare ad essere liberi, senza sottomettersi a poteri, istituzioni, organismi sui quali non si ha il minimo controllo e che pure pretendono di decidere del nostro destino. Sovranismo significa, ad esempio, poter liberamente perseguire il proprio interesse nazionale, che non è un’astrazione, ma qualcosa di terribilmente concreto. Nel caso italiano vuol dire, giusto a mo’ di sintetico promemoria, garantirsi vantaggiosi rapporti con paesi produttori di materie prime, salvaguardare i nostri asset strategici, evitare di trasformarci nel campo profughi d’Europa, non aderire a sanzioni controproducenti dal punto di vista economico (vedi il caso della Russia), esercitare una costante e attenta azione politico-diplomatica in aree direttamente coinvolte nei nostri interessi, non sottostare a vincoli penalizzanti per la nostra economia. Tutto ciò, ovviamente, senza rincorrere massimalismi di natura ideologica, ma restando realisti.

Le obiezioni che solitamente vengono mosse ai sovranisti sono in genere sempre le stesse, ben riassunte da Galli; oltre le onnipresenti etichette demonizzanti (xenofobia, razzismo et similia), il sovranismo viene accusato di non essere al passo coi tempi, di attardarsi su posizioni già superate dal procedere della storia, di figurarsi un mondo che non esiste più, e soprattutto di essere in fondo nient’altro che un sogno utopistico che non tiene conto della realtà e di tutti i suoi vincoli destinati a neutralizzare ogni spinta all’autonomia e alla libertà. Vincoli che nel caso dell’Italia, sarebbero Onu, Nato, Ue, i mercati, l’Fmi, le Ong, il diritto cosmopolitico, ecc. Ma è davvero così? Alcuni esempi dimostrano invece che là dove c’è volontà politica e determinazione un’altra prospettiva è possibile e realizzabile. La Turchia, pur membro Nato, sta perseguendo un attivismo in politica estera senza pari, da Cipro al Corno d’Africa, dalla Siria alla Libia. Eppure non stiamo parlando né di una superpotenza e men che meno di un paese dagli illimitati mezzi economici. Ancora: non pochi paesi, membri Ue, stanno rifiutando il Mes; gli Stati del gruppo di Visegrad, pur membri Ue, sono radicalmente contrari alle politiche migratorie sponsorizzate e avallate dall’Unione Europea; la Polonia ha varato tutta una serie di leggi sul gender in urto frontale con le direttive Ue. E la stessa Italia ha dimostrato, sia con l’ultimo governo Berlusconi (accordo di partenariato con la Libia) che con Salvini ministro degl’interni, che il fenomeno migratorio può essere frenato e regolamentato e non passivamente subito. Ciò dimostra, per chiudere queste brevi note, che riappropriarsi del potere di decidere, così da non farsi dettare la propria agenda da altri, non è un sogno ‘evasionistico’ quanto una sfida che si può vincere.

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Giovanni Damiano

Scritto da Giovanni Damiano

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