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“Convivere con il virus”: la crisi permanente e la sua funzione

La verità è che, con lo stato d’eccezione del paradigma emergenziale, come ha sottolineato in più occasioni Agamben, si entra in un’area grigia, da cui non si sa come, quando e se si uscirà. E ciò anche in ragione del fatto che le misure d’emergenza presentano intrinsecamente una spiacevole tendenza: quella di sopravvivere all’emergenza stessa, anche perché, poi, all’orizzonte vi sarà sempre, più o meno remota, una nuova emergenza in arrivo. Un esempio particolarmente efficace resta, a tal riguardo, quello del Patriot Act, introdotto negli Stati Uniti all’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle (11.9.2001). È quanto ha notato, tra gli altri, il filosofo Marcello Pera. In un’intervista su “SkyTg24” del 26 marzo del 2020, Pera sospetta apertamente che la “diminuzione di diritti fondamentali lasci conseguenze” e che, in qualche modo, non si possa tornare realmente alla situazione preesistente rispetto alla crisi. “Queste misure – afferma Pera – lasciano traccia, vanno nel tempo e ci si abitua”: con la conseguenza per cui “la democrazia pian piano si sposta e diventa più autoritaria”. L’abitudine alla nuova condizione potrebbe, dunque, determinare un graduale adattamento alla medesima, senza l’affiorare di moti contestativi che reclamino il ritorno alla situazione pre-emergenziale e il recupero delle libertà e dei diritti sequestrati. E il ritorno alla vecchia normalità non sarebbe più necessario, né avvertito come indispensabile, perché, nel mentre, la popolazione già avrebbe introiettato il nuovo ordine biosecuritario e transumanista, la nuova condizione ora vissuta come nuova normalità, ormai naturale come l’aria che si respira. La popolazione si verrebbe, così, a trovare nella condizione del becchino dell’Amleto, che scava fosse fischiettando perché “lo rende indifferente l’abitudine”. E, probabilmente, a cambiamento dei valori culturali avvenuto, il virus sparità come d’incanto. La domanda da porre è, in effetti, di non secondaria importanza: cosa accadrà quando emergenza sarà finita? Verranno ripristinate en bloc tutte le libertà, le abitudini e le pratiche sospese con l’emergenza? O forse il ricordo delle libertà perdute sarà ancora così vivo da destare una forte presa di posizione del popolo? O, semplicemente, come si diceva, ci si sarà già a tal punto abituati alla “nuova normalità”, come già ora in modo non innocente l’ordine del discorso la appella, da non sentire più l’esigenza di metterla in discussione? A suffragare quest’ultima possibilità pare essere non solo la nuova locuzione – “nuova normalità” (new normal) –, con cui i monopolisti della parola già si stanno adoperando con zelo per fare sì che l’emergenza venga accettata come nuova condizione di vita normale per tutti, rispetto alla quale non è possibile retrocedere. Accanto a ciò, v’è anche la tendenza dell’ordine del discorso a presentare la pandemia come infinita: si veda il citatissimo studio apparso su “Science” nel maggio 2020 con il titolo Projecting the transmission dynamics of SARS-CoV-2 through the postpandemic period (“Science”, Vol. 368, Issue 6493, pp. 860-868). Vi si legge che one scenario is that a resurgence in SARS-CoV-2 could occur as far into the future as 2025 (p. 860). In alternativa, il logo terapeuticamente corretto tende a profetizzare l’avvento – su basi sciamaniche più che mediche – di nuove e non meno gravi pandemie per il futuro (Onu: “Pandemie destinate a moltiplicarsi e a diventare più letali”: “Tgcom24”, 29.10.2020). Così si spiega, peraltro, la veemenza con cui gli amministratori delle superstrutture si scagliano contro chi (medici compresi) osi mettere in discussione la narrazione egemonica e parli espressamente di una “stagionalità del virus” (Tarro), di un suo depotenziamento o, addirittura, di una sua graduale scomparsa: tali tesi, in effetti, presentano la grave pecca di far volare in pezzi il paradigma securitario e, più o meno implicitamente, di chiedere un immediato ritorno alla normalità pre-emergenziale. La tesi dominante, invece, fa leva sul worst case scenario e, dunque, sull’idea della pandemia infinita (o, in alternativa, delle nuove pandemie all’orizzonte): parla di “nuova normalità” e di “cambiamento delle proprie abitudine”, insistendo sull’esigenza di “imparare a convivere con il Coronavirus”. Quest’ultima formula, se in sé considerata, cristallizza potentemente il paradigma securitario: convivere con il virus significa, infatti, a) avere coscienza che esso durerà a lungo, b) riadattare il proprio ordine esistenziale in funzione del “nemico invisibile” (che, proprio in quanto tale, non si vede quando arriva e neppure quando se ne va), c) essere consapevoli che esso non può essere sconfitto facilmente, ma richiede una dura e tenace lotta, che potrebbe durare anche per anni. Ancora una volta, l’emergenza svolge una sua specifica funzione governa mentale. Così vaticinò, ad esempio, Walter Ricciardi: a causa della pandemia si vive “un cambiamento epocale che la mente umana fa fatica a comprendere per cui tutti vogliono tornare alla normalità e sappiamo che questo non sarà possibile per molti mesi e probabilmente per molti anni” (“Huffington Post”, 30.11.2020).

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Diego Fusaro

Scritto da Diego Fusaro

(Torino, 1983) è una delle voci più critiche e indipendenti della riflessione filosofica contemporanea. Specialista di Filosofia della storia e interprete eterodosso di Hegel e Marx, insegna Storia della filosofia presso la IASSP, Istituto di Alti Studi Strategici e Politici di Milano. All’insegnamento affianca la divulgazione, anche attraverso collaborazioni giornalistiche con testate quali «La Stampa» e «il Fatto Quotidiano». Tra i suoi libri: Bentornato Marx! (Bompiani 2009), Pensare altrimenti (Einaudi 2017), Storia e coscienza del precariato (Bompiani 2018) e Il nuovo ordine erotico (Rizzoli 2018).

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