in

Conza della Campania: l’antica Compsa

Conza della Campania, l’antica Compsa, si trova nella parte orientale dell’Irpinia, al confine con la Lucania e sorge da sempre su un’altura a guardia dell’alta valle del fiume Ofanto. Un luogo dal fascino peculiare, dove il tempo si è fermato; un posto dove il silenzio e la quiete sono interrotte solo dal maestrale e dal battito d’ali degli uccelli migratori, che percorrono la loro rotta alti nel cielo. Il confine a sud est con la Lucania è rappresentato dal fiume Sele; la zona più orientale presenta uno scenario più aperto, con alture più dolci e la piana dell’Ofanto. Qui sorgeva Compsa, a controllo di un’importante via tra i due versanti della penisola, su un percorso che collegava la Lucania e la Campania meridionale con i territori dauni e peucezii. La città irpina era edificata sulla parte sommitale della collina, fiancheggiata da insediamenti rurali, e con un centro fortificato che rappresentava il potere dell’élite politico-religiosa. Sulla parte più alta, infatti, sorgeva la rocca, l’arx dell’antica Compsa, l’oppidum, occupato senza interruzione fin dal VI sec. a.C. e sino al terremoto del 1980, quando il corso della sua vita fu interrotto dal sisma. L’insediamento preromano di Compsa era inserito in una rete di altre comunità che si sviluppavano intorno all’asse rappresentato dalla vallata dell’Ofanto. Il centro più occidentale era costituito dal territorio di Nusco; quindi Bagnoli Irpino, Morra de Sanctis, mentre a oriente sorgevano gli abitati di Cairano e Calitri. Già nell’età sannitica, quindi, tutti gli insediamenti sono fenomeni d’altura, oltre i seicento metri di altitudine, a contatto visivo l’uno con l’altro e per i quali la valle fluviale rappresentava la via di comunicazione e di scambio.
Un’iscrizione, fra le più studiate tra i documenti epigrafici in osco, sembrerebbe fare menzione di una comunità di nome Kampsa: essa si trova incisa su un elmo attico, sulle paragnatidi, sia in alfabeto greco che in lingua osca. Seguendo la tradizione della ‘vereia’ del mondo osco sannita, l’iscrizione farebbe riferimento a un distaccamento militare di mercenari di provenienza compsana di stanza a Metaponto. Questa formazione bellica poteva avere carattere pubblico o privato, oppure essere un’associazione di giovani vicina a quella ellenica dell’efebia. Questi gruppi militari privati, che non dipendevano da un’autorità istituzionale definita, mercenari stricto sensu o meno, ricordano il modello arcaico dell’uso di milizie gentilizie in ambito etrusco e italico. È ipotizzabile, quindi, un originario significato connesso con le compagnie di ventura, formate essenzialmente da giovani in cerca di una collocazione politica ed economica, sul modello del ver sacrum richiamato dalle antiche fonti indoeuropee. Alla luce di questa interpretazione, si potrebbe dire che nell’iscrizione ci sarebbe per la prima volta la menzione del centro fortificato di Compsa.
La prima menzione che abbiamo di Compsa nelle fonti letterarie romane è quella di Livio, che riferisce di accadimenti avvenuti all’indomani della sconfitta di Canne nella seconda guerra punica. “Annibale … si era subito messo in marcia dall’Apulia alla volta del Sannio, fatto venire nel territorio degli Irpini da Statio (Trebio) che gli prometteva di consegnargli Compsa”. Trebio era un ‘compsano’ illustre, ma era osteggiato dal partito dei Mopsii, famiglia che doveva il suo potere ai Romani. Poiché, in seguito alla notizia della battaglia di Canne Trebio aveva diffuso la voce dell’arrivo di Annibale, i Mopsiani erano fuggiti dalla città che, senza combattere fu consegnata al cartaginese e vi fu insediato un presidio militare. Il passo descrive le fasi di uno scontro politico all’interno della comunità irpina tra un singolo, il cui prestigio era riconosciuto fra la sua gente, e una fazione gentilizia filoromana. Mentre Trebius Statius, nome tipicamente osco (sannitico), rappresentava il ceto intermedio e i rurali, legati alle proprie tradizioni, nel gruppo oligarchico dei Mopsii, abitatore della arx, si manifestava il fenomeno delle élite locali che progressivamente guardavano a Roma come nuovo modello socio-culturale. Certa è la presenza di una casta sacerdotale di Mopseani a Compsa, santuario oracolare i cui adepti esercitavano il potere su tutta la comunità. È affascinante l’ipotesi che il partito dei Mopseani potesse essere collegato in qualche modo alla gestione del santuario federale della dea Mefite nella Valle d’Ansanto, che serba traccia di questo scontro politico tra un gruppo di sacerdoti e il princeps locale delle genti osche.
L’occupazione della guarnigione punica durò pochissimo e Compsa fu riconquistata dalle truppe romane al comando del console Q. Fabio. La città irpina fu presa senza un vero e proprio assedio, e senza devastazioni del territorio: evidentemente i buoni rapporti dei Mopseani e dei notabili filoromani ebbero la loro influenza nelle decisioni di Fabio. Il processo di romanizzazione, tuttavia, incomincerà in maniera evidente solo qualche tempo dopo lo stanziamento massiccio di coloni delle divisioni agrarie graccane, che stravolgeranno l’assetto del territorio. L’impulso al cambiamento, la spinta all’emulazione del modello romano, con la formazione di comunità urbane articolate, in Irpinia non prenderà corpo se non dopo la guerra sociale, in un altro contesto politico-economico. La documentazione a nostra disposizione, dalla tradizione letteraria all’archeologica, suggerisce una situazione in Irpinia in cui l’élite locale, pur essendo fermamente filoromana restava conservatrice sul piano dei valori, quindi non dava luogo a quel processo di imitazione nel resto della popolazione che, spontaneamente e acriticamente avrebbe adottato i segni esteriori della cultura materiale e dello stile di vita romani. Per avere segni tangibili come l’attività edilizia municipale relativa a opere pubbliche, nella Compsa irpina, bisognerà aspettare il periodo post guerra sociale; processo portato a termine con la prima età imperiale.
Le conseguenze della II guerra punica, per gli Irpini, furono le confische di larga parte di territorio, che fu aggiunto all’ager publicus, e fu dato in affitto ai privati, tra i quali gli alleati locali fedeli ai romani, sostanzialmente per un uso a pascolo. Maggiori conseguenze lasciarono i provvedimenti di divisione agraria conseguenti alle riforme dei fratelli Gracchi. Attestata nel Liber Coloniarum, l’occupazione dei territori dell’Irpinia centro-orientale, è confermata dal ritrovamento dei cippi che definiscono la limitatio dei magistrati preposti alle assegnazioni. Limiti graccani sono stati ritrovati a Lioni, a Nusco e nella zona di Villamaina; l’insediamento potrebbe essere stato realizzato ai limiti delle terre divise, infatti, Compsa, sembra essere stata sottoposta anche a nuove confische. Solo dopo la guerra sociale, dunque, Compsa comincerà ad avere una strutturazione da realtà municipale, con uno specifico assetto giuridico-istituzionale e un paesaggio urbano definito attorno a spazi e monumenti pubblici. Dopo la guerra sociale, infatti, la città di Compsa fu elevata a rango di municipium amministrato da quattuorviri e fu iscritta alla tribù Galeria. Le magistrature attestate sono quelle di tipo municipale: dal collegio quattuorvirale agli edili, dai questori al quaestor alimentorum.
Il territorio di Compsa, in epoca romana, confinava a nord con il municipium di Aquilonia, l’odierna Lacedonia, a sud con quello di Volcei, a est con i centri della Lucania e la colonia di Venosa, e a ovest con quello di Aeclanum e, forse, con Abellinum. Un territorio molto grande che occupa più della metà dell’Irpinia storica. La grandezza del centro urbano risulta essere sproporzionato se raffrontato a un territorio così esteso, quindi, è estremamente probabile che la gran parte della popolazione del municipium risiedesse extra moenia e tornasse in città solo per espletare le pratiche religiose e amministrative. È possibile tracciare un quadro delle famiglie che ricoprirono ruoli dirigenziali in età imperiale – una decina di famiglie patrizie -, sia d’origine compsana, i discendenti delle vecchie élite sannitico-irpine, che quelle appartenenti a genti di provenienza romana, connesse con le distribuzioni di terre ai veterani di Scipione, ai provvedimenti graccani e, infine, quelle stabilitesi dopo la guerra sociale.
Appartenente all’élite locale, ex primipilus della legio III scitica, è certamente M. Paccius Marcellus; l’epigrafe dedicatoria e gran parte del suo monumento funerario, decorato con i tipici attributi militari, sono stati riutilizzati nella costruzione della Torre Febronia di età altomedievale all’interno dell’Abbazia di San Guglielmo al Goleto, a pochi chilometri da Conza. Si tratta certamente di un cittadino del municipium di Compsa, anche perché è iscritto alla tribù Galeria. Come i Paccii, sono un’antica famiglia di origine e tradizioni sannitiche i Pontii, attestati a Compsa da un’epigrafe funeraria di piena età imperiale riferita a un Pontius Marcellinus quattuorvir e a sua moglie Oppia, che apparteneva a un’altra importante famiglia locale. Ai clan familiari influenti politicamente è legata la munificentia, strumento col quale questi personaggi si dedicarono ad abbellire dal punto di vista monumentale la città, al contempo aumentando la loro popolarità.
Il foro, il tempio del culto ufficiale, le terme, furono edificati e donati alla comunità compsana da patroni, in genere senatori che erano i protettori della propria collettività, e legati a filo doppio con il potere centrale, come è reso evidente dalla dedica della pavimentazione del foro. Questi edifici, spesso di lusso superiore all’importanza della città, stavano sull’arce, su quelle zona arroccata dell’epoca preromana, e rappresentavano le principali funzioni di un organismo urbano in epoca repubblicana: il foro quale polo politico; l’edificio per gli spettacoli, che diventava anche luogo di raccolta degli abitanti; l’impianto termale, centro di svago e per intessere relazioni sociali. L’assetto monumentale della città romana si sovrapponeva al sito irpino, e lo obliterava completamente; scelta che aveva un valore ideologico importante, infatti, l’impianto urbano così composto rappresentava simbolicamente la civilizzazione capitolina di Compsa.
Il ruolo di queste opere dal notevole impatto monumentale, e rappresentanti il potere centrale, in un luogo fortemente segnato da valenze etnico-culturali tradizionali che, oltretutto, assecondavano il volto regalatole dalla natura, appare come una forzatura, esattamente come accadrà due millenni dopo con la ricostruzione post-terremoto. Gli interessi clientelari e le ragioni elettorali, infatti, faranno più danni del terremoto – morti permettendo – nel deturpare il volto della Verde Irpinia…

© Riproduzione riservata.
La Redazione non è responsabile dei commenti espressi dai lettori e in nessun caso potrà rispondere per eventuali commenti lesivi di diritti di terzi, nemmeno se i commenti vengono espressi in forma anonima o criptata.

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Loading…

0

Comments

0 comments

L’arte della delazione suggerita dal governo

Uno, nessuno o centomila?