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Coronavirus, il 27enne di Montefusco si racconta: “Sì, volevo contagiarli”

In esclusiva, la ricostruzione esatta degli spostamenti del ventisettenne che nei gironi addietro ha incautamente messo a rischio l’intera popolazione irpina e meridionale

Casi di qua, casi di là. ‘sto coronavirus – o “covid-19”, per i dotti – ha scombussolato, e non poco, le esistenze di noi italiani. Già avevamo mille problemi tra lo spread che tornava a salire, il popolo che richiedeva di andare alle elezioni sostituendo i governi tecnici, la Juventus che andava in panico perché la Lazio è a meno uno dalla vetta, lavoro che non si trovava manco col binocolo, ma, come se non bastasse, ci pensò lui.

Lui, il coronavirus? No. Il vero nemico della presumibilmente sana società italiana, e meridionale, non fu il coronavirus quanto il suo portatore. Un ventisettenne di un paesino dimenticato da tutti – ma non da Dio, considerando la copiosa presenza di chiesette antiche (Sgarbi, dacci ‘n’occhiata).

Titoloni da prima pagina, breaking news in cui si aggiornava l’italiano circa la pandemia esplosa a Montefusco, sempre cagionata da costui, “il” ventisettenne. A momenti – un po’ grazie alle megaintervistegalattiche delle testate italiote, un po’ grazie a Conte che sembra aver contagiato il suo popolo più con la paura che col coronavirus -, ricercando su internet “27enne”, Google indicizza il tutto a costui, il vero ventisettenne, quello originale, colui il quale ha tentanto di sterminare la popolazione autoctona.

I miei ventiquattro lettori – “blablabla”, lo so. A Manzoni so’ 25, a me 24, perché io non mi conto – sanno bene che ArticoloVentuno – il giornale si occupi di tutt’altro, badando in particolar modo alla trattazione di tematiche politicamente scorrette, e se non fosse per l’editrice che mi paga e mi vieta, parlerei persino di fregna, altro che coronavairus dimaiani.

Per un caso della vita, io ci vissi a Montefusco. Ed ebbi la sfortuna di conoscere il ventisettenne-terrorista. Non vi dirò nome e cognome, anche perché l’avete abbondantemente minacciato sui social, quindi lo conoscerete meglio di me, ma vi rimando a un mio editoriale di pochi giorni fa in cui vi invito ad andare a quell’indirizzo sacrosanto laddove il funzionamento delle sinapsi fosse stato interrotto nei giorni addietro (tiè, leggi qua, oh 24esimo).

Sul fatto che sia stato sprovveduto, concordiamo tutti. E concorda pure lui, che ho sentito due giorni fa – ma solo perché il ministero della Salute m’ha assicurato che il coronavirus non si trasmettesse via cellulare (tié #2, leggi pure qua, che ogni aspetto del virus è ampiamente chiarito dai canali governativi). Visto che sappiamo tutti come andrà a finire ‘sta storia, e visto che come sempre accade la verità non è mai quella giornalistica, ve ne parlo io ché sono il Verbo (tié #3, dopo rileggiti il mio editoriale d’esordio su ArticoloVentuno), ovvero ritengo – e converrete – io sia sufficientemente pazzo da cantarmela e suonarmela in maniera paradossalmente simil-giornalistica, come il mio stile vacca di cui “un giorno i cinesi se ne fotteranno (di me e dei miei tre puntini)”, un tizio francese nello scorso secolo docet.

Bando alle ciance – ma mi serviva per la SEO, scusatemi… – ricostruiamo la vicenda. Con una doverosa premessa: l’azienda ospedaliera di riferimento (che non so quale sia ma non mi metto a informarmi su ‘ste ciaccole) ha poc’anzi confermato che il tampone del ventisettenne sia negativo. Ripeto, negativo. Non c’ha nessun coronavirus, insomma.

Dato che le scia di critiche contro costui non sembrano stopparsi, l’ho chiamato e gli ho fatto l’unica domanda intelligente che gli si potesse fare: “Ao, contagiato o meno, mi dici con esattezza i tuoi spostamenti?”. Ed era la domanda più intelligente perché, notai, le grandi analisi di a me totalmente ignoti pensatori vertevano sulla certezza che costui, il ventisettenne-terrorista, avesse preso bus, aerei, navi, contagiando tutti a causa della sua eccessiva socievolezza, da Codogno a Gela. Piccola parentesi: se oggi tutti conoscono Montefusco grazie al ventisettenne-terrorista, è altrettanto vero che tutti conoscono Codogno per il coronavirus; laddove non ci riesce il governo, intervengono pubblicitariamente cittadini e virus (ironia).

Ahinoi, la verità è molto più semplice. Venerdì 21 febbraio il ventisettenne-terrorista procedeva a insaponarsi per bene con due prodotti alchemici comunemente nominati “shampoo” e “bagnoschiuma” al fine di distruggere i germi epidermicamente posseduti da tutti noi e, mi si dice, persino per non emanare cattivi odori verso terzi, interlocutori casuali o meno, e fidanzata. Ed erano le ore 19. Insomma, si stava a fa ‘na doccia.

Già era titubante sul restare o meno in zona visto che erano tutti contagiati e le tivvù non rassicuravano (manco Conte), poi si fa due calcoli e pensa: “Se sto bene, perché non rifugiarmi presso quell’incantevole paesino la cui salubre aria mi terrà lontano da qualsivoglia virus, non solo del covid-19?”. E così, un po’ di impulso come fanno molti meridionali lavorati che vanno al Nord per cambiar vita ma restano innamorati delle proprie radici, si siede nella sua auto a benzina (ma ci farà l’impianto a GPL perché odia voi e vuole contagiarvi ma ama l’ambiente e il risparmio), entro le 21.30 citofona dalla sua splendida ragazza la quale apre il portone di casa e, vedendolo con indosso i classici indumenti da soldato che parte per la guerra e mai più tornerà, gli corre incontro; i suoi occhi colmi di lacrime nulla possono sulla volontà del soldato, deciso a difendere la Patria. Insomma, va a casa della tipa e gli dice: “Amò, io scendo a Montefusco. Qua siete tutti infetti. Tu che fai? Vieni? Eddai, vieni con me chè so’ l’amore tuo…”. Purtroppo costei preferì restare a casa sua, quindi il vero dubbio dell’intera vicenda è: ma il ventisettenne-terrorista e l’autoctona fombiese/fombiana sono ancora fidanzati?

Verso le 22 fa il pieno di benzina a Piacenza, prende il bigliettino non magico al casello, e sfreccia sull’A1 con la dovuta accortezza di non prendere multe. Insomma, sebbene la paura del coronavirus, non mise in pericolo nemmeno la vita degli automobilisti.

Giunto a Firenze, si ferma per osservare la bellezza notturna della piazzola di sosta accuratamente mantenuta con erbaccia predisposta ad hoc dall’ANAS. Insomma, se ferma a svuotà la rubinetteria.

Procede poi sino a Napoli, e si riferma, ma stavolta per sgranchirsi le ossa. “E perché no – dice tra sé e sé – una ricontrollata all’impianto idraulico ci sta tutta”. Ovvero, ri-urina.

In effetti, da questa ricostruzione e dalle due impellenti necessità fisiologiche, il complottista medio figlio di Facebook starà urlando al coronavirus, alla infezione, alla Santa Morte e al santissimo Contagio. Oppure, miei cari due complottisti – e che è, su 24 lettori ci sarà qualche terrapiattista cronico, no? -, costui ha semplicemente posto in essere ciò che tutti gli automobilisti fanno. È pur vero che voi viaggiate in navicelle aliene, quindi non capirete perfettamente la stanchezza di un viaggio da Lodi ad Avellino. A Montefusco, poi, che sta in montagna.

E comunque, dopo varie peripezie e incontri del terzo tipo, il ventisettenne ormai non più terrorista si accasa. A Montefusco, dalla famiglia. E dai suoi amici.

Insomma nr.5: il giovanotto di ventisettenne anni non era terrorista, non odiava alcuna popolazione, non meritava di essere offeso né calunniato, e ha fatto ciò che ognuno di voi avrebbe fatto. Tornare in una casa che ti ama e ti fa sentire protetto.

E tu, meridionale qualunque con un figlio partorito anni addietro, non avresti consigliato al tuo pargolo di tornare tra le tue braccia, in un luogo che si prende cura di te e ti protegge persino dal coronavirus, come farebbe un buon padre di famiglia e una madre amorevole?

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Daniele Martignetti

Scritto da Daniele Martignetti

Nacqui, senza volerlo, nella diomedea Maleventum in uno dei due giorni di Carmenta del '91, trascorrendo poi i primi anni della mia infanzia alle pendici del Castrum Montis Alti ove si erge la bellezza etrusca di Vulci. Qui apprendo la lazialità pura e cristallina della popolazione viterbese che mi accompagnerà nel successivo approdo a Montefusco, sannitica cittadella fulcro analitico nella celeberrima “Ab Urbe Condita Libri CXLII” di Tito Livio. Mi trasferisco poi ad Abellinum, luogo natio del condottiero Gaio Ponzio, "stratega di prim'ordine" nella Seconda guerra Sannitica. Sebbene la gentile concessione della cittadinanza, non ricordo granché bene il giorno in cui lo Stato mi domandò della mia effettiva volontà di appartenere a questa Italia. Non mi interessa nulla che sia comune: distruggerò il linguaggio, e ci berrò sopra. Condanno vivamente le logiche faustiane dell'odierno Occidente e ripropongo, in chiave contemporanea, l'apollineo passato in un presente decadente. Già redattore di diverse testate giornalistiche che non cito onde evitare pubblicità indiretta, redigo quotidie racconti che mai pubblicherò.

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