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Dagli intellettuali organici agli “intellettuali organizzati”. Terribile nemesi di una condizione miserabile

Pochi giorni orsono, un amico commentava incredulo la proposta di legge depositata alla Camera il 30 giugno scorso, sull’urgentissimo problema italiano di transfobia ed omofobia, che ha come relatore l’onorevole democratico Alessandro Zan. Proposta contro la quale, senza tutti i torti, solo pochi giorni prima si erano espressi i vescovi, definendola una legge inutile, e denunciandone “le potenziali derive liberticide”, ma che sembra, a giudizio della maggioranza, essere una assoluta priorità per le italiche sorti, tanto che la presidente M5S della commissione Giustizia, si è sentita in dovere di dichiarare che la maggioranza “è determinata a portare avanti il proprio lavoro”, nonostante “alcuni gruppi esprimano un forte dissenso”.

Come è possibile, si domandava il mio amico, che talune posizioni così lontane dalla nostra cultura tradizionale, siano diventate degli indiscutibili dogmi? Come è potuto accadere che una parte assolutamente minoritaria del paese sia riuscita ad imporre, al punto di farne delle leggi, visioni così lontane da quelle che sono state da sempre le nostre sensibilità culturali? 

Cerco quindi adesso di rispondere ai suoi legittimi interrogativi attraverso una mia personale lettura.

Come molti sanno, Gramsci distinse il concetto di direzione da quello di dominio: mentre il secondo rappresenta il mero esercizio della forza repressiva, il primo è caratterizzato dall’egemonia culturale e morale.  Un gruppo sociale (o un partito politico ) esercita la direzione quando, a prescindere dall’effettivo dominio, impone un’egemonia morale e culturale nella società, riuscendo così a dirigere gli altri gruppi, e determinando una precondizione fondamentale per la conquista del potere.

Per raggiungere tale scopo è fondamentale il ruolo svolto dagli “intellettuali organici” ad un determinato partito o gruppo sociale, che, attraverso la loro azione, avvicineranno il maggior numero possibile di “lavoratori intellettuali”, quei lavoratori cioè a cui le classi subalterne sono abituate a dare ascolto, come insegnanti, funzionari, dirigenti d’azienda, magistrati; una volta realizzata l’egemonia sui questi “lavoratori intellettuali”, sarà molto facile quindi essere seguiti dalle masse.

Se il Partito Comunista Italiano, sotto il profilo teorico, non ha mai avuto un amore spassionato per le tesi di Antonio Gramsci,  (che, non a caso, infatti viene abitualmente citato a sinistra più volentieri e quasi esclusivamente nella sua qualità “antifascista perseguitato”), dal punto di vista della prassi politica ha, nel secolo scorso, applicato in maniera rigorosa una strategia egemonica, basata sul proselitismo e sull’occupazione sistematica degli spazi nel mondo intellettuale.

Complice la sciatteria della Democrazia Cristiana che, pur avendo avuto assicurato il dominio del paese dai patti di Yalta, progressivamente ne aveva abbandonato la direzione intellettuale e morale, il PCI, a partire dagli anni Settanta, realizzò la propria egemonia sul pensiero della nazione .

Il peso dell’egemonia costruita dagli intellettuali organici comunisti, nel mondo accademico come nella cultura di massa, fino ad arrivare nella stessa macchina dello stato, ha avuto un ruolo determinante, da quel momento in poi, per la storia nazionale.

Dopo l’89 però, con la fine del sogno comunista, l’esercito degli intellettuali organici si è trovato di colpo disoccupato. Se, prima, la cultura e l’informazione italiane erano pervase dal disegno egemonico e fazioso comunista, con l’avvento della “seconda repubblica”, una intera classe intellettuale, che era stata selezionata più sui criteri della fedeltà che su quelli delle qualità, si è trovata smarrita e senza guida: geneticamente fedele alla linea, ma la linea non c’era più!

Agli” intellettuali organici” allora, in assenza di referenti, non è restata altra possibilità che quella di trasformarsi in “intellettuali organizzati”. In maniera simile a quella dei gruppi dei “disoccupati organizzati”, che da sempre a Napoli costituiscono un elemento di pressione cittadina, sempre pronti a scendere in piazza per reclamare qualche sussidio o qualche lavoro “socialmente utile”, così   queste nuove figure degli “intellettuali organizzati” si sono raccolte intorno a qualche testata compiacente, qualche circolo accademico o a qualche organizzazione,  pronti a dare il proprio appoggio al primo offerente.

I disoccupati organizzati nacquero a Napoli, come organizzazione di lotta e di protesta popolare,verso la metà degli anni ’70 , e riuscirono ad ottenere degli importanti riconoscimenti da parte delle istituzioni, come pure ad assumere il controllo delle liste di collocamento di cui si occupava il comune, e della gestione dell’ECA (Ente Comunale Assistenza). Da quella sigla iniziale (che ebbe anche una certa “dignità politica”,e arrivò ad eleggere il suo dirigente Mimmo Pinto al parlamento con il partito di Democrazia Proletaria), ne nacquero molte altre, che contribuirono a creare un mondo di pseudo-lavoro parallelo, un esercito di “moderni lazzari”, “disoccupati per mestiere”, pronti a fare “massa di manovra” al servizio delle più svariate cause, purché opportunamente retribuiti.   

Come i disoccupati organizzati, gli “intellettuali organizzati” hanno dato vita ad una serie di combriccolee “compagnie di ventura” della pseudocultura post-moderna: taluni vennero reclutati nelle file della vulgata antiberlusconiana ai tempi della lotta senza quartiere al Cavaliere, qualcun’altro è finito tra i grillini, negli anni in cui il M5S aveva dato l’illusione di essere il nuovo “partito” che poteva dar loro a campare.

Tutti quanti indistintamente però, in assenza di ingaggi specifici, si sono arruolati nelle fila del “politicamente corretto” progressista, allargando la base ideologica di quelle forme di pensiero che gareggiano tra loro nella formulazione di paradossi.

Ed è così che arrivano a trovar credito, legittimate da una loro residuale capacità di influenza all’interno del mondo della cultura di massa, le tesi più astruse e bizzarre, che vanno dalle teorie del gender, all’immigrazionismo ideologico, dall’antifascismo in assenza di fascismo, alle perversioni giustizialiste che vogliono sostituire la legalità con l’etica.

Un esercito di ventura che, in attesa di una “chiamata”, si sta schierato d’ufficio dalla parte che percepisce come quella giusta, quella dei poteri forti, quella che oggi o domani potrebbe dar loro da campare.

A questa miserabile condizione del mondo intellettuale italiano, corrisponde l’ancor più triste condizione di una classe politica mediamente scadente e disorientata.

Se nell’idea gramsciana gli intellettuali avevano la funzione di realizzare l’egemonia per assicurare alla classe di riferimento la direzione intellettuale e morale del paese, oggi si verifica l’assurdo per cui è la politica, che non avendo idea di quale sia il suo ruolo guida, è condizionata dagli intellettuali organizzati.

E così accade, ad esempio, che il parlamento si trovi a votare leggi ispirate a folli posizioni ideologiche antitradizionali, o ad un giustizialismo irragionevole e pericoloso.

L’Italia in sintesi è un paese condotto all’ammazzatora da una cricca di intellettuali ex organici, disoccupati più o meno organizzati, che cercano di candidarsi a sbarcare il lunario, terribile nemesi, nata dalla fine del primato della politica.

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Sabino Morano

Scritto da Sabino Morano

Nato ad Avellino nel 1981, da sempre mi incuriosiscono l’uomo ed i suoi comportamenti, potrei dir di me stesso d’essere un “Appassionato studioso del genere umano” come Luigi Natoli fece autodefinire il Cavaliere Coriolano, della Floresta nel suo “I Beati Paoli”. Conseguenza quasi diretta, ne sono stati il mio gusto per la discussione ed il ragionamento, il piacere nello scrivere (sperando di non arrecare troppi dispiaceri in chi legge) e la ricerca perpetua dell’impegno politico in tempi in cui la politica è caratterizzata dalla richiesta del disimpegno. Tradizionalista, ma non tradizionale, per necessità d’animo, prima che per vocazione, in quanto trovo la modernità di una noia mortale…

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