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Damnatio memoriae

Damnatio memoriae è una locuzione latina che significa letteralmente “condanna della memoria” e venne istituita a Roma nell’età repubblicana. Era una condanna che consisteva nella cancellazione della persona rea da tutti i documenti che ne contenevano la nomina, ed era inflitta ai nemici di Roma per preservare l’onore e la stabilità dello stato. I nostri avi, infatti, già allora, avevano capito che quello che sopravvive alla morte dell’individuo è la memoria, la consapevolezza e la conoscenza di quanto fatto in vita. La pena consisteva nella cancellazione del nome che non sarebbe stato tramandato nella gens del condannato. Inoltre, con l’approvazione del Senato sarebbe seguito l’annullamento di tutti gli atti da lui compiuti  durante l’incarico pubblico assunto, pertanto, se il procedimento avveniva in vita consisteva in una vera e propria morte civile. In età imperiale furono colpiti anche gli stessi imperatori decaduti o assassinati, e fu anche un mezzo per eliminare i possibili usurpatori. Ne fecero le spese: Caligola, Nerone, Domiziano, Geta e Seiano. Le loro statue furono distrutte, i volti sfigurati nei ritratti e furono, infine, cancellati i loro nomi da tutte le opere che avevano fatto costruire. La damnatio memoriae, insieme alla furia iconoclasta, è tornata prepotentemente di moda negli ultimi mesi, infatti, a seguito dei violenti fatti di cronaca avvenuti negli Stati Uniti dopo l’uccisione di George Floyd, moltissime statue rappresentanti Cristoforo Colombo sono state decapitate, abbattute e rimosse. Sono state prese di mira anche quelle dei Padri Fondatori (Jefferson, Lincoln, Washington, Roosevelt) nemmeno  Sir Winston Churchill è stato risparmiato. Tali episodi si sono verificati anche da noi, a Roma, dove, la statua del Generale Antonio Baldissera, capo delle truppe italiane in Eritrea e successivo governatore, è stata ricoperta di vernice rossa. Lo stesso trattamento che è stato riservato alla  statua di Indro Montanelli nei Giardini pubblici di Milano.
La discussione sulla giustezza o meno di tali comportamenti resta molto accesa. Nelle “Considerazioni inattuali” di Nietzsche, il filosofo tedesco dell’800 ci aiuta a comprendere fino a che punto possiamo ripudiare il nostro passato attraverso la storia critica. La scelta di voler eliminare, distruggere, cancellare il passato, considerandolo totalmente negativo, per cominciare a ricostruire tutto daccapo, potrebbe sembrare la più  opportuna; ma Nietzsche ci spiega che anche quest’ultimo comportamento non è corretto, perché dimenticare il percorso che abbiamo fatto ci porta a perdere la nostra identità, a rifare gli errori del passato e a brancolare nel buio. Invece, conoscere e comprendere la storia, interpretandola e analizzandola, non accettandola passivamente, ci può aiutare a gettare le basi per il futuro, condividendo nuovi principi per tentare di vedere se si può migliorare la vita del genere umano. La storia va considerata in quanto percorso evolutivo dell’uomo, significa guardarsi indietro per evitare di fare gli stessi errori che hanno fatto coloro che sono venuti prima di noi. Ma per poter comprendere quali sono stati gli  sbagli che non devono più ripetersi, occorre conoscerli, non bisogna nasconderli, nè fare finta che  non siano mai esistiti, perché purtroppo sono accaduti.
Cancellando le prove della storia, sia che celebrino episodi gloriosi, sia che rappresentino avvenimenti inquietanti o personaggi controversi, si corre il rischio di ottenere l’effetto contrario a quello sperato. Non tanto il trionfo di nuovi ideali di libertà e di uguaglianza, quanto piuttosto la caduta nel dimenticatoio di esempi negativi, che potrebbero, inconsapevolmente, essere riprodotti. Chi non conosce la storia, è destinato a ripeterla.

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Massimo Antonio Bimonte

Scritto da Massimo Antonio Bimonte

Nato in Svizzera nel 1974, economista, giornalista pubblicista e per fortuna e merito tanto altro ancora; imprenditore per vocazione, organizzatore di professione, riesce sempre ad affrontare le nuove sfide con determinazione e passione, senza mai trascurare tutto ciò che ha fatto fino a ieri.

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