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Desovranizzazione. Lo Stato al servizio della finanza

dissoluzione, la loro ridefinizione come potenze sottomesse all’economico come nuovo superiorem non recognoscens, secondo il transito alla figura liberista dello Stato che governa per il mercato. Inteso alla maniera liberista come guardiano del mercato e per il mercato, lo Stato desovranizzato transita, così, a un’inedita funzione intermedia e “di servizio”:con le parole di Hayek, è chiamato a garantire “un appropriato sistema di leggi, un sistema di leggi progettato in modo tale da preservare la concorrenza e da farla funzionare nel modo più proficuo possibile”.Deve, in altri termini, essere salvaguardato “un campo d’azione vasto e indiscusso all’interno dello Stato”.

Concepito alla maniera ordoliberista, lo Stato – come già si è accennato – è chiamato a garantire che il mercato proceda senza interferenze, a reprimere gli eventuali contestatori e a fare opera di welfarismo rovesciato. Risiede, poi, in questo l’essenza delle pratiche del liberismo inteso come razionalità politica dei mercati per i mercati: qualora il benessere degli istituti finanziari e quello del popolo siano in competizione, è sempre il benessere dei primi a essere scelto. Una volta di più, ciò suffraga la nostra tesi: con il liberismo lo Stato non scompare. Aucontraire, esso deve essere attivo, ma sempre in posizione subordinata rispetto all’economico assolutizzato: deve infatti propiziare, creare e mantenere un buon contesto per gli affari, garantendo che il loro interesse venga prima degli altri. Così si spiega la sempre più palese “osmosi tra banche e alta amministrazione della politica”.

Sicché, a voler ravvisare una possibile – sia pure non esaustiva definizione – si potrebbe asserire che la costruzione di condizioni propizie per il prosperare del commercio e delle istituzioni finanziarie è il quid proprium del neoliberismo. La conseguenza, sotto gli occhi di tutti (in specie dopo la “crisi” del 2007), è che, al fine di creare e garantire un buon clima per gli affari, lo Stato liberista deve impoverire i suoi cittadini, consentendo il lavoro precario e l’esproprio dei beni comuni, l’indebitamento e la perdita dei diritti sociali: in una parola, deve governare per gli interessi finanziari e, dunque, contro quelli dei cittadini. Con una formula icastica, “i diritti di tutti gli altri portatori di interesse entro la società vengono abbassati, mentre i diritti del capitale sono accresciuti”.

L’anarco-capitalismo planetarizzato aspira, dunque, a liberarsi del primato dello Stato, non già dello Stato qua talis. Più precisamente, mira ad affrancarsi dalle democrazie, dalle conquiste della “classe disagiata”, come la appellava Veblen, e dalla possibilità, per il polo dominato, di organizzarsi con successo nel conflitto: l’obiettivo è il rovesciamento del rapporto, di modo che lo Stato sia subordinato all’economico e organizzato in funzione di quest’ultimo. Secondo l’assioma di Hayek, il capitalismo funziona a pieno regime sul fondamento di uno Stato forte, non democratico e sottomesso al mercato.

In virtù dei processi di desovranizzazione, giammai lo Stato è nelle condizioni di poter decidere le sorti di una comunità storica e geografica: la decisione in tal senso è già avvenuta ed è, di fatto, la decisione del mercato per il mercato, centrata sulla sostituzione del pubblico con il privato, dei parlamenti con i consigli di amministrazione, delle istituzioni politiche con la governance di marca aziendale.

È questa la figura egemonica dello Stato liberista, come l’abbiamo tratteggiata in Glebalizzazione, ossia – con le parole di Harvey – dello “Stato sempre più governato dagli interesse delle grandi imprese”.Esso, privato della sua sovranità sull’economico, governa non già il mercato, bensì per il mercato. E lo fa a) operando il welfarismo rovesciato (ossia impiegando pubblico danaro a beneficio del sistema bancario e degli enti privati della global class), b) reprimendo con la violenza organizzata i moti contestativi della massa nazionale-popolare (dal G8 di Genova del 2001 alle “giubbe gialle” in Francia nel 2019), c) garantendo che la politica esegua i desiderata della rulingclassliquido-finanziaria. Si pensi anche solo alla lettera inviata dalla BCE al governo italiano nell’agosto del 2011, con annessa imposizione del pacchetto di “riforme” in senso univocamente liberista. O, ancora, non si dimentichino gli accordi dell’“Organizzazione mondiale per il commercio” (WTO), che codificano il retto comportamento a cui si devono attenere le nazioni che vi aderiscono in modo da garantire libertà d’impresa e scarse interferenze statali. Programmi come questo, all’insegna della governabilità liberista, distruggono la solidarietà sociale e i modi di vita non basati sul capitale. Tutto deve essere smantellato per fare spazio alla lexdel tasso di crescita del 3 per cento. 

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Diego Fusaro

Scritto da Diego Fusaro

(Torino, 1983) è una delle voci più critiche e indipendenti della riflessione filosofica contemporanea. Specialista di Filosofia della storia e interprete eterodosso di Hegel e Marx, insegna Storia della filosofia presso la IASSP, Istituto di Alti Studi Strategici e Politici di Milano. All’insegnamento affianca la divulgazione, anche attraverso collaborazioni giornalistiche con testate quali «La Stampa» e «il Fatto Quotidiano». Tra i suoi libri: Bentornato Marx! (Bompiani 2009), Pensare altrimenti (Einaudi 2017), Storia e coscienza del precariato (Bompiani 2018) e Il nuovo ordine erotico (Rizzoli 2018).

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