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E il politicamente impossibile divenne politicamente inevitabile

Siamo a inizio marzo del 2020. Gli eventi si succedono, in un crescendo di paura e di sgomento. Ogni notizia smentisce quella precedente, aggravando il quadro della situazione. E ciò si riverbera sulla sfera dei provvedimenti politici presi dal governo italiano, il primo, in Europa, a dover affrontare l’emergenza pandemica legata al Coronavirus. Ecco, in sintesi, la climax a cui s’è assistito in quella fase: 30.1.2020, parte ufficialmente il contagio anche in Italia, due turisti cinesi risultano positivi a Roma. 21.2.2020: viene confermato un focolaio di infezioni a Lodi. 22.2.2020: i casi, che il giorno prima erano 16, sono già 60. Così titola “Il Resto del Carlino” (22.2.2020), rivelando come il virus abbia già contagiato la comunicazione: “contagi e morte, il morbo è tra noi”. 4.3.2020: il governo italiano annuncia misure valide sull’intero territorio nazionale, tra cui la chiusura di tutte le scuole e di tutte le università fino al 15.3.2020. Nella notte tra il 7 e l’8 marzo, il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, emana un nuovo decreto, che sostituisce quello del 4.3.2020, con misure restrittive per la Lombardia e per altre province del Centro-Nord. 9.3.2020: sulla “Gazzetta Ufficiale” (n. 62) viene pubblicato il nuovo provvedimento, che estende a tutto il territorio nazionale quanto già previsto per alcune aree d’Italia con il precedente decreto. Sono, inoltre, vietati gli assembramenti in luoghi pubblici. 11.3.2020, l’OMS dichiara il Covid-19 pandemia globale. Il livello del terrore raggiunge, così, l’apice. Il Coronavirus – spiegano giornali, telegiornali e radiogiornali – ha dichiarato guerra all’umanità. E, per poterlo combattere, occorre disporre misure di guerra, accettando di sospendere diritti e libertà. Dal punto di vista del potere, il segreto resta sempre il medesimo: il suo cuore è la percezione di una minaccia costante, reale o narrata che sia. Nel caso specifico, prende forma un’inedita strategia della tensione sanitaria: garantita dallo spettacolo mediatico permanente, l’inoculazione del panico da Coronavirus presso le masse teledipendenti riproduce, in effetti, una situazione anfibia tra gli anni della “strategia della tensione” in Italia e i paradigmi del controllo sociale fatti valere in America dai Neocon dopo l’11 settembre del 2001 (Patriot Act, Homeland Security, ecc.). Il rischio concreto di finire intubati o senza ossigeno, e, ancora, il pericolo di non trovare nemmeno spazio nelle terapie intensive al collasso o, in alternativa, di essere sacrificati dai medici in nome di vite più giovani a cui dare la precedenza nelle cure, erano alcune delle ipotesi terroristiche ribadite senza posa dagli strateghi dell’informazione, con un obiettivo chiaro quanto facile da identificare: impaurire la popolazione, convincerla ad accettare di buon grado i lockdown e, in generale, ad eseguire senza battere ciglio ogni prescrizione del potere. Non impiego l’aggettivo “terroristico” in chiave metaforica o iperbolica: se, per definitionem, va sotto il nome di terrorismo quell’atto (o quella sequenza di atti) volti a determinare panico generalizzato e, conseguentemente, interruzione delle normali attività e accettazione supina di una condizione voluta da altri, allora non v’è dubbio che quello esercitato dalla narrazione dominante intorno al Covid-19 era, a tutto gli effetti, terrorismo mediatico centrato sull’ipotesi del worst case scenario. Quel che è certo è che chi è terrorizzato si trova in una posizione di evidente subalternità e di paralisi dell’azione e del pensiero: è, pertanto, disposto ad accettare qualsivoglia intervento giunga dall’alto, a patto che, naturalmente, esso si presenti come salvifico. Come ha scritto Agamben in riferimento al Coronavirus, “noi di fatto viviamo in una società che ha sacrificato la libertà alle cosiddette ‘ragioni di sicurezza’ e si è condannata per questo a vivere in un perenne stato di paura e di insicurezza” che è strettamente funzionale al nuovo metodo di governo, che sull’emergenza, sulla paura e sull’insicurezza si fonda. Si regredisce, grazie al terrore, alla “condizione di minorità” da cui l’Aufklärung di Kant aspirava a farci uscire: non si ha il coraggio di servirsi della propria testa. La crisi e l’emergenza si riconfermano come metodi di governo per chi voglia approfittare della situazione o, alternativamente, produrla. Lo sapeva anche uno dei protagonisti del pantheon dei liberisti, il Milton Friedman di Capitalismo e libertà (1962): “soltanto una crisi – reale o percepita – produce un vero cambiamento. Quando quella crisi si verifica, le azioni intraprese dipendono dalle idee che circolano […] fintantoché il politicamente impossibile diventa politicamente inevitabile”. Non si trascuri la precisazione di Friedman: la crisi può essere reale, ma può anche essere semplicemente percepita e narrata. In ogni caso, grazie al terrore e allo stato d’eccezione si è disposti ad accettare come salvifico nell’emergenza ciò che apparirebbe inammissibile nella normalità: appunto, il politicamente impossibile si rovescia in politicamente inevitabile. L’ha, da una diversa angolatura, chiarito anche la Naomi Klein di Shock Economy: se si “getta l’intera popolazione in uno stato di shock collettivo”, essa tollera ciò che, senza tale shock, sarebbe pronta a respingere. Scrive Naomi Klein: “capita che le società sotto shock si rassegnino a perdere cose che altrimenti avrebbero protetto con le unghie e con i denti”. In un diverso contesto, Zbigniew Brzezinski nella Grande scacchiera (1997) menziona il caso di Pearl Harbor: prima di quell’evento, la popolazione statunitense era contraria alla guerra. Ma, dopo l’attacco giapponese, l’opinione pubblica cambiò di segno: e divenne favorevole a ciò a cui fino a poco prima era contraria. Qualcosa di simile accadde l’11.9.2001, dopo l’attacco alle Torri Gemelle: la nuova “crociata globale” contro il terrorismo, che in una condizione di normalità mai sarebbe stata accettata, divenne assai spesso oggetto di plauso. Mutatismutandis, prima dell’arrivo del Coronavirus la popolazione italiana ed europea, consapevole della propria storia e dei diritti conquistati, non avrebbe accettato la messa in quarantena del diritto di assemblea e di alcune libertà fondamentali, tra cui quella di movimento: con l’emergenza pandemica, lo accetta non perché lo ritenga in sé buono, ma semplicemente perché si convince che non si diano alternative e che quello sia il solo modo per proteggere la vita, improvvisamente innalzata a bene sommo. È, così, che prende forma un nuovo modo di governo delle cose e delle persone, che usa l’emergenza sanitaria come “metodo governamentale” (Foucault). Dalle colonne del “Manifesto” (26.2.2020), Giorgio Agamben ha impiegato questo modello come via ermeneutica privilegiata per intendere la pandemia e la nuova emergenzialità politica: il nuovo stato di paura – spiega Agamben – “si traduce in un vero e proprio bisogno di stati di panico collettivo, al quale l’epidemia offre ancora una volta il pretesto ideale. Così, in un perverso circolo vizioso, la limitazione della libertà imposta dai governi viene accettata in nome di un desiderio di sicurezza che è stato indotto dagli stessi governi che ora intervengono per soddisfarlo”. La conseguenza è che, forse, più della pandemia in sé considerata bisognerebbe temere la paura generalizzata della pandemia e le conseguenze politiche che essa sta già rendendo platealmente evidenti per quel che concerne la svolta autoritaria. In fondo, aveva ragione Montaigne: “la paura è la cosa di cui ho più paura”. È nata una nuova razionalità politica, fondata sull’emergenza sanitaria: una razionalità politica che, con la promessa di protezione e di salvaguardia della mera vita nell’emergenza pandemica, ristruttura telluricamente le esistenze e la società.

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Diego Fusaro

Scritto da Diego Fusaro

(Torino, 1983) è una delle voci più critiche e indipendenti della riflessione filosofica contemporanea. Specialista di Filosofia della storia e interprete eterodosso di Hegel e Marx, insegna Storia della filosofia presso la IASSP, Istituto di Alti Studi Strategici e Politici di Milano. All’insegnamento affianca la divulgazione, anche attraverso collaborazioni giornalistiche con testate quali «La Stampa» e «il Fatto Quotidiano». Tra i suoi libri: Bentornato Marx! (Bompiani 2009), Pensare altrimenti (Einaudi 2017), Storia e coscienza del precariato (Bompiani 2018) e Il nuovo ordine erotico (Rizzoli 2018).

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