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Esclusiva AVG/ Platone: “Marx? Predica bene e razzola male”

A tu per tu con noto filosofo e scrittore ateniese. Dalla sua ultima opera, Repubblica, a Marx

(AVG) – Igoumenitsa (Grecia) – Già il solo viaggiare in bus mi crea non pochi problemi di stomaco, figuriamoci il dovermi imbarcare su quelle navi che non si capisce se affonderanno a metà tratta o approderanno agilmente nel porto di destinazione. Ma ero costretto, per lavoro, ché i soldi già scarseggiano.

Mi imbarco alle ore 13 di un mercoledì qualsiasi da Brindisi su di un traghetto con stive così fatiscenti da farmi sentire come quel Novecento di La leggenda del pianista sull’oceano. Dieci metri quadri, letto scomodissimo, e guardo il mare da un oblò, mi stomaco un po’.

Giungiamo sani e salvi 18 ore dopo al porto di Igoumenitsa. Mia prima volta in terra greca. Il porto è piccolino ma carino: a destra, un costone piuttosto alto di pietre e natura locale, a sinistra, la spiaggetta della cittadina.

Senza tergiversare, mi reco al bar dove incontrerò, e intervisterò, lo scrittore Platone, fresco di stampa con la sua ultima raccolta di opere, Repubblica. Il nome già fu oggetto di discussione: starà al tribunale di competenza stabilire se la denominazione ufficiale sarà Repubblica o La Costituzione. Colpa di Cicerone, pare.

Tralasciando le questioni giudiziarie, mi avvio al Kokkinos Vraxos Beach Bar. Clima mite, ambiente disteso. Scorgo in lontananza un omone dalle spalle veramente larghe e possenti, con la classica barbetta che fa filosofo. Fuma un toscanello.

“Buongiorno” esclamo “Lei è il signor Plat…”

“Sì, caro. E lei deve essere quel Martignetti di cui spesso ho sentito parlare”

Soliti convenevoli di turno. Si nota sia di famiglia aristocratica, con ottima educazione e classico perbenismo di chi non ti parlerebbe mai se non fosse per la necessita di un po’ di pubblicità. Concordiamo di darci del “tu”.

“Dunque, Platone, andiamo al sodo”

“Voi giornalisti avete questa indole alla riduzione dei termini. Perché, al contrario, non cadere nella generalità delle idee?”

“Accetto la prima ammonizione, rincalzando però d’esser meno accademico. Visto che ti interessa il sofismo, parto da Socrate. In che rapporti eravate? Quanto, per te, Socrate ha rappresentato un problema?”

“Come già mi avevano avvisato, sei un provocatore. Ma mi piace: meglio la guerra che l’apatia di questi giorni. Tornando a Socrate, Kojre sostenne con notevole impudenza che “tutta la vita filosofica di Platone è stata determinata da un avvenimento eminentemente politico, la condanna a morte di Socrate”. È chiaro che fu un avvenimento che mi sconvolse, e non poco. Un caso di mala-giustizia? Potrebbe, ma è sempre meglio non ficcare troppo il naso negli affari della magistratura. Un considerazione, però, devo farla: mi interessai alla questione socratica per fare i conti col mio concetto di giustizia. Da lì alla teoria della conoscenza il passo è breve. E anche alla politica.”

“Tu però non hai mai fatto attività politica, o sbaglio?”

“Vero. Il mio “politicare”, ammesso esista una dimensione dialettica della politica, è meramente teorico. Un riflessione costante, diciamo. La capacità di agire secondo giustizia presuppone, socraticamente, la conoscenza di che cosa è il bene. Solo questo sapere contraddistingue il filosofo come tale, poiché chi compie il male lo fa per ignoranza. Ad Atene c’era molta confusione sulla figura del filosofo, e in un certo senso lo stesso Socrate aveva alimentato questa confusione: presentandosi infatti come colui che sapeva di non sapere, professava una falsa ignoranza che nascondeva una vera sapienza. Egli si confondeva così con i sofisti, i quali dicevano di sapere ma in effetti non sapevano, perché non credevano nella verità. Questa cosa mi creava parecchie noie intellettive.”

“Tuttavia non esitasti a definire Socrate come il più giusto fra gli uomini…”

“Anche questo è vero. Il dover constatare che tra filosofia e vita politica esisteva quell’incompatibilità già conosciuta da Socrate che accennava alla quasi ineluttabilità della sua condanna da parte dei politici e rifiutava la proposta di andare in esilio diede la spinta a diverse mie successive elucubrazioni. Pensai così di dover conciliare Stato e filosofia affinché nessuno, e ripeto nessuno, fosse più incarcerato, e giustiziato, innocentemente.”

“Quindi la stessa Apologia di Socrate potrebbe essere soltanto un tuo ennesimo eccesso di miticizzazione dell’evento?”

“Noto un parvenza polemica. Il fatto è realmente accaduto, ne parlarono tutti i giornali, e forse persino tu. Senza dubbio l’Apologia è un eccesso di racconto per creare l’ennesimo mito. Ho tutta una mia teoria sui miti, io. Li ritengo essenziali perché, in chiave allegorica e didascalica, indottrinano.”

“Un po’ come quando, ai bambini, i nonni raccontano le favole. Stimolo della curiosità. È anche un modo per avvicinarsi alla lettura. Quanta gente non starebbe dietro alla sbarre se solo ci fosse stato qualche libro in casa…”

“Hai ragione, mio caro Daniele. Non a caso, oggi, ci sono più scrittori che lettori. Scrittori, poi. Diciamo “pubblicatori”. Questioni di case editrici, ma non ci entro in merito.”

“Parliamo della tua ultima opera, Repubblica. Dieci volumi in cui tratti diverse tematiche: giustizia, fondazione dello Stato ideale, famiglia e Stato. C’è anche un libro sul Mito di Er. Che sarebbe?”

“Nel mito Er, un soldato morto in battaglia che ha l’avventura di resuscitare racconta che nell’aldilà le anime vengono a caso sorteggiate per scegliere tra quali vite reincarnarsi. Chi è stato sorteggiato tra i primi è sì avvantaggiato, perché ha una scelta maggiore ma anche chi sceglie per ultimo ha molte possibilità di libera scelta perché il numero dei paradigmi di vita possibili offerto è più grande di quello delle anime e poi non è detto che la possibilità di scelta sia determinante poiché ciò che importa è che si scelga bene. Senza spoilerare il contenuto, diciamo che intendevo trattare di metempsicosi e anima”

“Molti, da Marx a Rousseau, hanno visto in quest’opera un primo abbozzo di socialismo individuando certuni aspetti comunitari e anti-individualistici leggibili nel celebre concetto di bene collettivo e nell’idea della comunanza dei beni e delle donne.”

“Mah, più o meno. Considera che sono un aristocratico e tengo alla mia anima. Gli aritoi non sono soltanto i più ricchi quanto i migliori, quelli cioè idonei a governare le masse. Marx esprime questa dittatura del proletariato che, permettimi dirlo, e me ne prendo le responsabilità, è una cazzata pazzesca. Fosse per me, i governanti governano, i lavoratori lavorano. Nessun punto di contatto, anche perché l’uno non saprebbe svolgere il mestiere dell’altro. Marx, con quel visone paffuto, mi dà un senso di liberalismo esagerato. Predica bene e razzola male. Mi domando, piazziamo gli operai al comando. E che qualità culturali avrebbero per governare? Capisco che sia una ingiustizia il nascer povero, ma non è colpa di nessuno. e sei povero, non puoi acquistare i libri né acculturarti. Il dato di fatto non è l’ingiustizia quanto l’ignoranza. E io dovrei accettare che un ignorante della cosa pubblica, e non solo, mi governi? Suvvia. Peraltro Marx è un materialista borghese a spese di quel tizio, come si chiama…”

“Engels?”

“Esattamente. Vive a scrocco una vita intera figliando di qua e di là e vorrebbe poi distruggere le gloriose filosofie politiche occidentali piazzando gente che lavora otto ore al giorno senza mai fermarsi e domandarsi il senso di quella vita? I miti, ahimè – e forse, ahinoi – crollano così, sappilo. E una società senza miti, non solo non è governabile, ma è proprio scevra di valori religiosi, fondamentali per il controllo del gregge.”

“Quindi parlare di te come comunista è una bestemmia?”

“Bestemmia è dir poco. Punto uno: ho auspicato l’abolizione della proprietà privata solo nei confronti dei governanti e dei guardiani perché non cadessero in ciò che noi oggi usiamo chiamare “conflitto d’interesse”. Punto due: fui tanto chiaro con la divisione delle cassi in auree, argentee e bronzee.”

“E la donna?”

“Anche lì, Marx non c’ha capito un tubo. Lui parla di uguaglianza nei confronti di donne titolari di diritti. Io sono un classista classico, e sinceramente me ne vedo bene dal riconoscere a costoro troppi diritti. Hanno senza ombra di dubbio una utilità, ma è biologica. Per il resto, meglio taccia…”

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Daniele Martignetti

Scritto da Daniele Martignetti

Nacqui, senza volerlo, nella diomedea Maleventum in uno dei due giorni di Carmenta del '91, trascorrendo poi i primi anni della mia infanzia alle pendici del Castrum Montis Alti ove si erge la bellezza etrusca di Vulci. Qui apprendo la lazialità pura e cristallina della popolazione viterbese che mi accompagnerà nel successivo approdo a Montefusco, sannitica cittadella fulcro analitico nella celeberrima “Ab Urbe Condita Libri CXLII” di Tito Livio. Mi trasferisco poi ad Abellinum, luogo natio del condottiero Gaio Ponzio, "stratega di prim'ordine" nella Seconda guerra Sannitica. Sebbene la gentile concessione della cittadinanza, non ricordo granché bene il giorno in cui lo Stato mi domandò della mia effettiva volontà di appartenere a questa Italia. Non mi interessa nulla che sia comune: distruggerò il linguaggio, e ci berrò sopra. Condanno vivamente le logiche faustiane dell'odierno Occidente e ripropongo, in chiave contemporanea, l'apollineo passato in un presente decadente. Già redattore di diverse testate giornalistiche che non cito onde evitare pubblicità indiretta, redigo quotidie racconti che mai pubblicherò.

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