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Il 20 Gennaio 2017 – Riflessioni di un Conservatore di Provincia – 5° Capitolo

Nel tinello di casa mia guardo scorrere in televisione le immagini dell’insediamento del quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti. Donald Trump, con il suo orrendo riporto platinato e le sue cravatte inguinali, va ad accomodarsi nello studio ovale, mentre la sinistra internazionale dei miliardari marxistoidi, delle checche indignate, dello star system barricadero, dei guerriglieri prezzolati e delle agenzie di rating, starnazza isterica il proprio disappunto annunciando anni di lotta, guerriglia e resistenza oltranzista.

Lui  fa il suo ingresso nella vita politica mondiale con la consapevolezza di aver compiuto un’impresa titanica, lui non entra alla Casa Bianca “solo” da presidente degli U.S.A. ma da leader del popolo americano. Ha sconfitto uno per uno tutti i suoi avversari, ha ribaltato ogni pronostico sfidando i poteri forti del mondo della finanza e dell’informazione, ha vinto, e facendolo ha sconvolto le regole del gioco.

Su questa vittoria per molti inaspettata, giornalisti ed analisti politici di tutto il mondo hanno consumato fiumi di inchiostro, ricercandone le ragioni nella crisi economica, nella rabbia del popolo delle tute blu colpite dalla deindustrializzazione, nei conflitti sociali creatisi intorno al fenomeno dell’immigrazione, interpretandola come una sorta di reazione populista ad una serie di situazioni difficili. Per l’ordine mondiale costituito è accaduta la peggiore delle sciagure, è accaduto quello che nessuno pensava potesse veramente accadere, ora la necessità del pensiero dominante è dimostrare che a vincere è stato un voto di protesta, nessuno si azzardi a dire che a vincere è stata una posizione politica!

Ma purtroppo per loro, non è così. 

Quest’uomo dal riporto di platino, questo turbatore di sogni democratici, questo guastatore del pensiero unico politicamente corretto, non rappresenta un incidente della storia legato ad una dolorosa realtà contingente, come frettolosamente la vulgata progressista vorrebbe dipingerlo, quasi a nascondere a se stessa prima che al mondo una verità che la terrorizza più dell’esito elettorale in se stesso. Donald Trump rappresenta la personificazione, magari non del tutto consapevole, del pensiero conservatore che torna predominante tra la gente normale.

Trump per certi versi è il simbolo dell’identità e della tradizione che si contrappongono e vincono contro la globalizzazione, ed è proprio per questo che suscita terrore nelle sinistre e nella finanza di tutto il mondo.

Trump rappresenta l’economia, l’economia tradizionale, quella fatta di soldi veri, di dollari verdi, fatta dal capitale ereditato del padre palazzinaro che aveva accumulato una ricchezza fatta di calce e mattoni, che si contrappone, combatte e vince contro la finanza internazionale, l’arroganza delle agenzie di rating, contro quel mondo che ha dato vita al disastro dei “pacchetti spazzatura” da cui è iniziata la grande crisi americana.

Trump difende il diritto del cittadino ad essere armato, come garantisce il secondo emendamento della costituzione americana quando recita testualmente “Essendo necessaria, alla sicurezza di uno Stato libero, una milizia ben regolamentata, non potrà essere infranto il diritto dei cittadini di detenere e portare armi”, difendendo con esso la tradizione giuridica nord-americana contro una visione “politicamente corretta” che indica nel disarmo mondiale la strada del progresso .

Trump dice e teorizza quello che per ogni americano medio è naturale pensare sull’immigrazione, sulla politica estera, sui diritti civili, ma che per troppi anni non ha avuto il coraggio e la possibilità di dichiarare apertamente.

Trump è  il baluardo della religiosità come sentimento profondo e popolare, in quanto, se pur con stile linguaggio e modi di inveterato puttaniere, è istintivamente legato ad un mondo valoriale che si oppone al relativismo etico assoluto professato dalla dittatura culturale del pensiero unico progressista.

Trump costruisce un “muro ideale” di valori a difesa della nazione Americana. Che non è il muro al confine del Messico, quello c’è già, lo costruirono i democratici e nessun cittadino statunitense normale che non sia amico di Lady Gaga ne metterebbe in discussione la funzione. Trump costruisce una cortina di protezione invisibile, che segna il perimetro culturale e valoriale nel segno della  tradizione.

Trump, che piaccia o no, non è il prodotto di un voto di protesta come tutti gli opinionisti ufficiali lo vorrebbero far apparire (addirittura qualche nostro fantasioso connazionale cerca di accostarlo a Grillo), lui è la moderna  icona del conservatorismo americano, di quello vero, che sta tra la  gente, nelle pieghe di quell’America rurale lontana dai riflettori delle coste.

Quel conservatorismo le cui istanze l’apparato del Partito Repubblicano non rappresentava più ormai da tanti anni; non per niente  quell’apparato la quasi totalità ha combattuto Trump alle primarie, ed ha  assunto atteggiamenti di disimpegno, quando non di aperta ostilità nei suoi confronti, durante la campagna elettorale. 

Con Trump ha vinto una visione conservatrice, di cultura tradizionalista, che in tanti,  almeno nel mondo occidentale, pensavano di  avere relegato nella “soffitta dei ricordi” del secolo scorso.

Se la campagna elettorale delle sinistre a sostegno di Hillary Clinton è stata senza esclusione di colpi, quello che queste hanno scatenato una volta perse le elezioni ha dell’inaudito.

Per tutto il periodo di tempo intercorso tra le elezioni del novembre 2016 e l’insediamento del gennaio 2017, in omaggio alla antica tradizione della sinistra che vede nella democrazia un valore fondamentale purché questa le consegni la vittoria elettorale,  si è susseguita negli Stati Uniti d’America una serie infinita di manifestazioni anti Trump, spesso caratterizzate da scontri violentissimi e da veri e propri episodi di guerriglia metropolitana.

Associazioni del mondo LGBT, rappresentanti delle minoranze, gruppi ambientalisti, associazioni femministe, testimonial dello star system, intellettuali o pseudo tali, ed ogni altra cellula della galassia progressista mondiale, hanno preso parte alle enormi mobilitazioni anti Trump.

Per giorni e giorni le piazze e le strade d’America si trasformano nel teatro di una mobilitazione ad oltranza.

Tutte queste sigle che agitano la rivolta spesso non hanno molto in comune tra di loro, se non  il comune dichiarato odio per il neo eletto Presidente americano, e la loro rete di finanziatori, costituita da un fitto arcipelago di società, associazioni e fondazioni, tutte appartenenti o comunque collegate all’universo finanziario che fa capo a George Soros.

Detta così sembra una cosa assurda. L’idea che un singolo personaggio si metta a finanziare una campagna contro Trump che ha più o meno i costi di una guerra  nel nord Africa, potrebbe sembrare una cosa inverosimile, se non fosse che George Soros, a quanto pare, ha finanziato buona parte delle guerre, rivoluzioni e campagne presidenziali degli ultimi trenta anni, non  solo in nord Africa ma in tutto il mondo.

Questo ameno personaggio, nato a Budapest nel 1930 col nome di György Schwartz (la sua famiglia cambierà il proprio cognome in Soros per sfuggire alle persecuzioni antisemite dopo l’occupazione nazista dell’Ungheria) da ebrei ungheresi, è considerato uno degli uomini più ricchi al mondo; economista, imprenditore, attivista politico, appassionato di filosofia, ma, soprattutto, uno dei più grandi speculatori finanziari di tutti tempi.

In gioventù, presso la London School of  Economy, Soros fu allievo del filosofo politico Karl Popper, grande difensore della democrazia e degli ideali di libertà e giustizia, e nemico di ogni forma di totalitarismo, che ne influenzò il pensiero filosofico e politico. Nonostante sia uno dei più sfrenati e spregiudicati finanzieri di tutti i tempi, sostiene a livello teorico che molti problemi della contemporaneità sono da attribuirsi a quello che definisce il “fondamentalismo del mercato”, e condanna in maniera decisa molti aspetti della globalizzazione economica. Ha in passato teorizzato la necessità di una sorta di economia mista, in cui operasse una forte Autorità centrale internazionale il cui compito fosse di correggere le distorsioni causate da un eccessivo “individualismo”. A giudicare da quello che poi vedremo è stato il suo modo di agire, credo che il buon George abbia col tempo inteso trovare questa Autorità in se stesso.

György Schwartz, alias George Soros

Partendo dalla dichiarata necessità di cambiare le regole del mondo finanziario del pianeta, pratica una intensa attività di lobbying, a tale fine finanziando con un enorme mole di denaro movimenti politici in ogni parte del modo, mentre continua la sua regolare attività di speculazione per perseguire i propri interessi finanziari.

Per capire meglio la complessa e controversa personalità del finanziere è utile citare un aneddoto, da lui stesso riportato nel corso di un’intervista di Steve Kroft alla CBS, andata in onda il 20 dicembre 1998. Durante l’occupazione tedesca suo padre gli aveva acquistato dei documenti in base ai quali risultava essere suo padrino di battesimo un collaborazionista ungherese che svolgeva la nobile attività di confiscare i beni di ebrei e magiari avviati ai campi di sterminio. Grazie a questa falsa certificazione il piccolo George accompagnava il “padrino” (o, come si chiamerebbe dalle mie parti, il “compare di San Giovanni”) durante le confische, e, a proposito di questo suo ruolo da “accompagnatore”, dichiara egli stesso nel corso dell’intervista : “naturalmente avrei potuto essere dall’altra parte, o potrei essere stato tra coloro i cui beni ho confiscati; ma non c’è alcun senso a teorizzare su questo ora, perché è come il mercato, se non l’avessi fatto io, qualcun altro l’avrebbe fatto comunque. Io ero solo uno spettatore in quella situazione, quando la proprietà veniva confiscata: siccome non ero responsabile non avevo alcun senso di colpa.”

Negli anni cinquanta inizia a lavorare nelle banche d’affari, prima a Londra e poi negli Stati Uniti, guadagnando la fiducia di molti investitori; nel decennio successivo crea diversi fondi di investimento, fino a quando nel Settanta realizza, con Jim Rogers ed altri, il famoso “Quantum Fund”, il fondo speculativo aggressivo per eccellenza .

Ripercorrendo la sua biografia è facile vedere come la storia della finanza internazionale, almeno negli ultimi quattro decenni si intrecci in molteplici occasioni con le sue fortunate vicende personali.

Il 16 settembre del 1992, durante quello che passerà alla storia come il “mercoledì nero”, George Soros mise in campo una operazione di speculazione  finanziaria che costrinse la Banca d’Inghilterra a svalutare la sterlina. Lo stesso anno, sfruttando una dichiarazione ufficiale della Bundesbank in cui si diceva che la banca tedesca non avrebbe sostenuto la valuta italiana, scatenò un formidabile attacco speculativo alla nostra economia nazionale, vendette lire allo scoperto comprando dollari, e costrinse la Banca d’Italia a vendere 48 miliardi di dollari di riserve per sostenere il cambio, provocando in tal maniera la svalutazione della lira del trenta per cento e la sua conseguente fuoriuscita dal Sistema Monetario Europeo.

In quella occasione l’Italia conobbe la prima di quella che sarà una  lunga serie di  “manovre finanziarie di lacrime e sangue”, la famigerata manovra di Giuliano Amato da 93 miliardi di lire, all’interno della quale fece il suo debutto la famosa  ICI (imposta comunale sugli immobili) che permise alla lira di rientrare nello Sme.

Di questa manovra conservo il ricordo delle facce preoccupate dei nostri genitori, che seguivano in televisione i primi effetti del nuovo ordine finanziario mondiale: loro non potevano sapere quello che sarebbe accaduto in seguito, ma dai loro sguardi si evinceva la percezione di tempi difficili.  Nella mia mente a quel ricordo si lega una sorta di spartiacque temporale, di cesura immaginaria: prima di essa le luci degli anni Ottanta, l’imitazione di Craxi al “Bagaglino” di Pingitore, le ragazze paiettate di “Drive In”; dopo, la tetra immagine dei burocrati di Maastricht, le politiche del rigore, fino ad arrivare ai tempi recenti delle vignette satiriche che fanno il verso a Mario Monti disegnandolo con i denti da vampiro. 

Nel Settembre del 2016 un gruppo di hacker ha attaccato la fondazione di George Soros,la “Open Society”,e migliaia di documenti relativi alle attività gestite o finanziate dal miliardario di origini ungheresi, sono finiti in giro per il web; andando a spulciare tra i 2576 file PDF, venne fuori che la fondazione finanziava una serie infinita di iniziative, che fanno tutte capo ad un unico disegno di condizionamento globale.

Si va dalle società di ricerca  scientifica  che ricevono fondi per operare o indirizzare il consenso verso temi cari al mondo progressista, alle associazioni umanitarie, dalle  associazioni LGBT ai movimenti politici non sempre pacifici, dalle  associazioni per i diritti dell’uomo alle rivolte in Ucraina e Nord Africa, passando per associazioni in favore dell’eutanasia e per la difesa degli animali.

Sempre secondo queste fonti, nel 2014 Soros avrebbe cercato di condizionare i risultati delle elezioni politiche in ognuno degli stati europei in cui si era votato, allo scopo di contrastare i partiti anti-europeisti e favorire le politiche di integrazione dei migranti.

Ovviamente credo che il magnate americano (che è stato tra i principali finanziatori delle campagne elettorali di Obama prima e della Clinton poi), non sia rimasto contentissimo del risultato delle ultime elezioni presidenziali a stelle e strisce; di conseguenza non mi sembra inverosimile che stia buttando qualche milione di dollari in manifestazioni e scontri di piazza anti Trump.

Non credo al “complottismo” che vede George Soros come una specie di capo della “Spectre”  che da solo vuole conquistare il mondo, anzi credo che sia in buona compagnia nel mondo di certa finanza; magari di altri “compagni di merende” non se ne parla, perché hanno sistemi di protezione informatica migliori, e gli hacker di turno non sono riusciti a sputtanarli a livello planetario.

Ma anche solo alla luce di questi dati, forse può essere più chiaro il meccanismo in base al quale la finanza conta molto più della politica, e perché certa  politica sia indirizzata  in tutti modi a ridurre il proprio spazio di influenza in favore di tecnocrati e burocrazia.

Questo insieme di informazioni possono sicuramente essere integrate e meglio approfondite, ma con evidenza sono già sufficienti a delineare un modello assai plausibile di interpretazione dei fatti, che sinteticamente può essere riassunto nel fatto che  in ogni circostanza il potere finanziario trova come sue fiere avversarie le forze conservatrici e le posizioni culturali che si ispirano alle tradizioni dei popoli, mentre trova naturalmente come sue alleate le forze progressiste.

Per le lobby finanziarie internazionali tutto quello che si oppone alla globalizzazione (e quando parlo di globalizzazione non intendo solo quella economica), tutto quello che si oppone al relativismo etico, tutto quello che si oppone al pensiero debole, rappresenta fumo negli occhi; il pensiero unico, il “politicamente corretto”, la perdita delle identità, sono l’autostrada su cui viaggiano i meccanismi della grande speculazione finanziaria.

Dopo la fine del bipolarismo seguito alla caduta dell’impero sovietico, non è solo lo schema politico del Novecento a finire: insieme al bipolarismo nucleare ed alla guerra fredda finisce lo schema sociale della società industriale dei secoli XIX e XX.

Quando i miei amici di sinistra si scandalizzano perché gli operai americani  votano Trump ed i loro colleghi italiani negli anni scorsi  hanno votato per Berlusconi, non si rendono conto di applicare al ragionamento delle categorie obsolete. Nella società attuale il capitalista tradizionale non si contrappone all’operaio in termini di conflitto sociale, oggi il binomio capitale-forza lavoro si contrappone al mondo della finanza.

La verità è che  Trump rappresenta l’economia tradizionale, fatta di cose reali, di dollari, di calce, di mattoni, di petrolio: per quanto miliardari possano  essere Trump come Berlusconi, la ricchezza di entrambi è fatta, seppure in maniera miliardi di volte numericamente superiore, delle stesse cose di cui è fatta la vita dell’operaio che lo vota, la ricchezza  di Soros o di De Benedetti no, quella è un’altra cosa.

L’operaio ed il suo datore di lavoro oggi appartengono nella quasi totalità dei casi alla stessa macro-categoria sociale, tutti e due traggono profitto da un’attività lavorativa. Sicuramente ci possono essere, in alcuni casi tra l’altro sempre meno frequenti, delle forti differenza negli stili di vita, dovute a ragioni economiche, ma di sicuro nessuno dei due determina attraverso speculazioni finanziare il destino politico del proprio paese o di quello di altri, nessuno dei due finanzia rivoluzioni in giro per il mondo, e soprattutto nessuno dei due trae profitto diretto dall’altrui impoverimento.

Non è un caso se i partiti progressisti, una volta riferimento della “classe operaia” ed oggi del mondo finanziario, trovino sempre maggior consenso nella categoria del pubblico impiego; Il motivo è che gli impiegati statali sono una categoria meno colpita sia dalle crisi dovute alle  speculazioni finanziarie, sia dalle  politiche del rigore e dalla burocrazia che ne sono il braccio armato. Gli effetti di tali azioni e situazioni, colpiscono sempre nell’ordine, per primo, il cosiddetto “popolo delle partite IVA”, immediatamente dopo, gli operai della piccola e media impresa.

Gli interessi dei grandi gruppi della finanza internazionale, oggi  rappresentati di fatto dai partiti di sinistra, sono quasi sempre in conflitto con gli interessi del normale cittadino lavoratore; rappresenta  dunque un enorme paradosso immaginare che quest’ultimo possa votare per i candidati espressione di tali forze politiche.

L’elettorato infatti, come amo ricordare, è quasi sempre più saggio di analisti ed opinionisti.

Compito delle forze espressione di un sano conservatorismo deve essere quello di fare quadrato innanzitutto attorno a quei principi e valori che fanno riferimento alla tradizione ed all’appartenenza; combattere la globalizzazione culturale e l’egualitarismo massificante è il primo passo per difendere le nostre comunità.

Nella tradizione, nell’etica e nella cultura di un popolo sono conservati i suoi tratti identitari: senza di essi non esiste “appartenenza”, e quindi viene meno il collante della comunità stessa; al suo posto  nascerà una società fluida, di individui che, non “appartenendo”, finiranno per non “essere”, e saranno ridotti ad una enorme mandria, che costituirà il mercato perfetto.

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Sabino Morano

Scritto da Sabino Morano

Nato ad Avellino nel 1981, da sempre mi incuriosiscono l’uomo ed i suoi comportamenti, potrei dir di me stesso d’essere un “Appassionato studioso del genere umano” come Luigi Natoli fece autodefinire il Cavaliere Coriolano, della Floresta nel suo “I Beati Paoli”. Conseguenza quasi diretta, ne sono stati il mio gusto per la discussione ed il ragionamento, il piacere nello scrivere (sperando di non arrecare troppi dispiaceri in chi legge) e la ricerca perpetua dell’impegno politico in tempi in cui la politica è caratterizzata dalla richiesta del disimpegno. Tradizionalista, ma non tradizionale, per necessità d’animo, prima che per vocazione, in quanto trovo la modernità di una noia mortale…

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