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Il ceto medio

L’aspirazione all’ascesa sociale è caratteristica dell’uomo, da quando egli vive in un contesto organizzato. Se, quindi,è compito dello Stato garantire una decorosa sopravvivenza ai più poveri, un modello di società organizzata è giudicabile dal come e dal quanto sia praticabile la possibilità di ascesa sociale in una vita o in più generazioni. L’Italia del dopoguerra, con livelli di istruzione non particolarmente elevati, pur fra le molteplici sacche di disagio, ha saputo costruire quel miracolo economico che ha offerto ai figli di famiglie proletarie di diventare diplomati e laureati, percettori di redditi sicuri da lavoro dipendente o da attività in proprio.  Pur sussistendo, comunque e tutt’ora, gravi ed ataviche asimmetrie, macroscopiche falle nella tenuta socioeconomica, strappi immorali nel tessuto del contesto civile, va senza dubbio riconosciuto che questo Paese, uscito da una guerra perduta, abbia saputo alzarsi, costruire, risparmiare, crescere; talvolta tanto velocemente da incamerare i difetti più egoistici dell’ideale di vita borghese senza avere avuto il tempo di farne maturare i pregi.

Questa, però, non vuole essere una indagine sociologica; le brevi e appena abbozzate considerazioni che vorrei porre in questa sede riguardano altro. “Prima o poi le classi sociali non esisteranno più” diceva Fidel Castro, ipotizzando, anzi teorizzando il fatale crollo del capitalismo. Se questo succederà o meno staremo a vedere, ma c’è una classe sociale che, in effetti, tende ad essere sempre più evanescente: il ceto medio, la laboriosa middle class che, di solito, è l’ossatura economica di un sistema perché è, o dovrebbe essere, la categoria più numerosa di cittadini, che chiede poco in termini di welfare, paga le tasse e ha un sufficiente margine di capacità di spesa che consente di far camminare l’economia.

C’è chi definisce il “ceto medio” solo per l’attività economica che svolge o svolgono i percettori di reddito della cosiddetta “famiglia media”. Quindi sarebbe ceto medio quello composto dalla piccola borghesia di provincia, dalle realtà familiari con almeno due redditi, magari uno autonomo e uno dipendente, o composte da titolari di un buon trattamento pensionistico. Al ceto medio, secondo questa visione, apparterrebbe il commerciante, l’artigiano, il piccolo imprenditore, anche il professionista. Al ceto medio apparterrebbero, comunque, anche le famiglie composte da due lavoratori dipendenti, se stabili, o in genere quelle famiglie plurireddito dove l’attività lavorativa di uno solo dei componenti sia già sufficiente per vivere, seppur con sacrificio.

Interpretazioni, purtroppo, superate dalla realtà.

Oggi dovremmo innanzitutto chiederci che vuol dire “medio”.

Chi appartiene al ceto medio dovrebbe essere chi, pur non essendo particolarmente agiato o benestante, sia comunque in grado non solo di sostenere sé e la propria famiglia in modo dignitoso, riuscendo a far fronte a tutte le necessità ed anche a risparmiare qualcosa, ma pure a concedersi qualche acquisto velleitario ogni tanto, a godersi un po’ di tempo libero e ad assicurarsi una vecchiaia serena. Questo dovrebbe essere il ceto medio e, ad esso, dovrebbe appartenere la maggior parte della popolazione di un Paese normale e civile, avanzato quanto normalmente si può ritenere l’Occidente, né più né meno. “Medio” inteso come né nella difficoltà né nell’eccesso, né nell’indigenza né nel lusso.

Insomma una situazione economica normale, senza esagerazioni ma anche senza affanni, in cui una famiglia abbia una casa di proprietà, possa concedersi senza difficoltà un paio di settimane di mare all’anno, qualche cena fuori, qualche hobbies,anche acquisti superflui dopo aver già risolto i problemi della spesa, della macchina e di un piccolo risparmio.

Invece, purtroppo, oggi non si intende così ilceto medio, ma invece lo si identifica con i percettori del “reddito medio”, che è un’altra cosa, tutta un’altra cosa.Così inteso, il ceto medio non è più quel segmento socioeconomico interpretabile come quello relativo alle famiglie il cui tenore di vita è sereno e tendenzialmente in grado di esprimere un certo potere d’acquisto, ma semplicemente rappresenta la situazione di chi percepisce redditi nella media, anche se quei redditi non sono sufficienti per garantire una vita “mediamente serena” o “mediamente agiata”!In questo modo diventa di ceto medio anche chi percepisce redditi che, diversamente, sarebbero al di sotto della soglia delle famiglie medie.

Non è più, così interpretata, una classificazione ma una mera situazione di fatto.

Naturalmente, poi, la eterogenea realtà del Paese, così carico di sperequazioni, comporta che lo stesso reddito in termini assoluti ha un potere d’acquisto assolutamente diverso se si vive in provincia o nelle grandi città, al Sud o al Nord. Non è, quindi, nella misura del “reddito medio” che si può individuare il ceto medio, ed è un errore fatale se è la politica a prendere questa immane svista.

Riprendere a legiferare per il ceto medio è essenziale, tanto più che oggi esso vive, come mai prima, la sua crisi in Italia, pur essendo, come si diceva, l’ossatura di una economia efficiente. Sono le famiglie medie quelle che più spendono in una normale economia di mercato: i poveri, per definizione, spendono poco e i ricchi, per quanto possano spendere, sono di regola una piccola parte della popolazione. Aumentare il numero delle famiglie medie è essenziale per non gravare sull’assistenza del welfare e, specialmente, per rilanciare tutti i consumi, rimettere in circolo l’economia, far ripartire la produzione di beni e servizi conseguente all’aumento di domanda e quindi assumere nuova forza lavoro. E cioè assumere i disoccupati, il che significa aumentare il susseguente numero di famigliemedie.

La “funzione sociale” del ceto medio è quindi proprio quella di tenere in piedi e rendere viva l’economia, e quindi la macchina del sistema statuale della programmazione economica e della strategia sociale dovrebbe avvertire il senso di favorirne lo sviluppo e la prosperità, fino al punto di renderlo così numeroso e rilevante da ulteriormente classificarlo in un proprio microcosmo di gerarchia sociale, come non a caso determinati studi sociali hanno proposto, nella formula low/upper middle-class, che quindi consente l’applicazione segmentata del paradigma della aspirazione alla ascesa sociale.

Il ceto medio ha la caratteristica di contribuire sia alla produzione che al consumo, lo sapeva bene Henry Ford che diceva che i suoi dipendenti dovevano vivere bene, almeno tanto bene da potersi permettere una Ford… Se il ceto medio è sereno e numeroso, ciò avrà solo conseguenze positive, sia per le classi più agiate detentricidei mezzi di produzione, che vedranno aumentare la richiesta di beni e servizi, sia per quelle più svantaggiate, che potranno aspirare all’aumento della richiesta di lavoro necessario per ottemperare all’aumento della domanda globale dei consumi.

La crisi del ceto medio, invece, comporta un livellamento verso il basso dei salari e delle tutele nel mondo del lavoro dipendente, già compromesso, forse inesorabilmente, dal disagio economico e dalla concorrenza di manodopera straniera, e la chiusura di tante, tantissime attività autonome piccole e medie. Mai come in questi anni si è assistito all’impatto così tragico di suicidi di persone che hanno perso la loro fonte di reddito o si sono trovate inadempienti rispetto alle proprie obbligazioni, e molto spesso si è trattato di imprenditori, cioè di chi, a sua volta, offriva lavoro.

La “coscienza di classe”, questione preordinata ad una eventuale “lotta di classe”, si è scontornata nella società atomizzata che viviamo, ed ognuno è solo nel suo destino, nella sua vulnerabilità, nello smarrimento e nella inquietudine nella quale si approda quando si fanno i conti con un modello di società che è fallito. Ed è in fondo anche per questo che svanisce e si scontorna il senso di appartenenza alla Nazione ed al proprio popolo, sfugge l’idea di una comunità, prevalgono i piccoli egoismi. Diego Fusaro tratteggia questa situazione come il”capolavoro delle élite”, che sono state capaci di acuire i conflitti sociali nella formula della guerra fra poveri: essi, anziché ribellarsi al sistema, si limitano a scontrarsi per accaparrarsi l’ultimo posto disponibile sul treno della serenità individuale.Probabilmente è vero, anche se è una formula sintetica ed evidentemente troppo provocatoria. Quantomeno andrebbero identificate le “élite”, o meglio, capire quanti traggono beneficio da questa situazione, e potrebbe non bastare il classico “follow the money”, perché non sono solo i grandi oligarchi della finanza internazionale a godere dei vantaggi della situazione. Anche certa politica ha paura del ceto medio, che per definizione è libero, vota secondo i propri convincimenti e non perché si aspetta misure assistenziali o, peggio, clientele individuali.

Torniamo quindi alla questione che ci sta a cuore in questa sede: il ceto medio, oggi, oltre a non averepiù accesso al credito è sostanzialmente vessato da una tassazione iniqua e non proporzionata ai servizi che il Pubblico offre in cambio. La precarietà e l’incertezza sul proprio futuro comportano il fenomeno di una emigrazione colta ed istruita, oppure determinano lo spostamento in età più adulta della emancipazione dalla famiglia di origine: ciò si ripercuote su una notevole e patologica denatalità. Intere aree dell’entroterra meridionale si stanno spopolando delle loro energie vitali perché non esistono vere politiche di sostegno al ceto medio della provincia italiana. Probabilmente non esiste neanche più un Partito di riferimento di questo mondo, che si faccia portatore delle istanze delle piccole Partite IVA del territorio, della classe impiegatizia di concetto locale, del commercio di prossimità, dei giovani professionisti della periferia.

C’è stato un tempo in cui in diplomato geometra o ragioniere trovava, a vent’anni, il lavoro che lo avrebbe accompagnato tutta la vita; c’è stato un tempo in cui, con lo stipendio da cameriere di ristorante, si poteva comunque tirar su una famiglia; c’è stato un tempo in cui il titolare di una piccola bottega di provincia riusciva a comprare casa per sé e per i suoi figli; c’è stato un tempo in cui un semplice impiegato dell’ufficio postale del paesello, dopo una vita di lavoro, riusciva a mettere da parte in buoni fruttiferi una somma superiore alla sua stessa liquidazione. Non era mica molto tempo fa, praticamente era ieri: si tratta dei genitori dei trenta/quarantenni di oggi. Ci hanno convinto che quella vita fosse limitata, fosse priva di respiro europeo, che senza erasmus, senza master, senza stage formativi, senza happy hour, si vivesse ai confini della modernità, e adesso tanti laureati italiani stanno lavando i piatti in Inghilterra, credendo di stare lì solo per prendere dimestichezza con la lingua inglese ma, di fatto, non torneranno più.

C’è stato anche un tempo in cui si riusciva ad andare in pensione poco dopo i cinquant’anni, riuscendo ad approfittare di riscatti e di misure straordinarie. Ci hanno convinto che fosse sbagliato e sicuramente lo è. Ma il punto è sempre l’angolo di osservazione: oggi guardiamo le cose solo sotto l’incubo del debito pubblico, arriviamo a sostenere che la spesa pensionistica sia una voragine invalidante della finanza pubblica, che compromette il rispetto dei vincoli esterni. Conclusione: a partire dalla seconda Repubblica ci sono stati solo due interventi veramente a favore dei pensionati o degli aspiranti tali: il milione al mese di Berlusconi e quota 100 di Salvini, essi sembrano quasi un incidente di percorso del legislatore, che invece ha di regola prodotto solo l’innalzamento dell’età pensionabile e l’orientamento a trasformare il trattamento in modalità sempre più contributiva e meno retributiva. Il pensionato di cinquantacinque anni, però, non era solo un parassita come la vulgata odierna potrebbe lasciar credere: egli lasciava il suo impiego ad un giovane in cerca di occupazione, ed essendo titolare di un reddito certo, diventava un sicuro consumatore di beni e servizi, rioffrendo quel reddito alla economia e al sistema erariale delle imposte. Con un solo “pensionato baby” si aprivano due posizioni di ceto medio, quella del pensionato stesso e quella di chi ne aveva preso il posto nella filiera produttiva; in tutta franchezza, invece  andare in pensione a 67 anni, magari con un assegno da fame, non mi sembra la ricetta vincente.

Per avviare a conclusione queste considerazioni, la questione torna da dove abbiamo cominciato: l’aspirazione alla ascesa sociale. Essa è una questione individuale, è vero. In tempi normali, per chi ci crede, è il mercato che crea, da solo, le condizioni per premiare chi vale ed ha talento. Io,probabilmente, rimango convinto che, non per questo, lo Stato debba rinunciare al suo ruolo di Ente regolatore del progresso civile, ma diciamo che mi può anche stare bene; il problema è che non viviamo tempi normali: per consentire un progresso collettivo ed individuale occorre, in tempi di crisi economica, una mobilitazione di risorse pubbliche che abbia la capacità di invertire la tendenza e porre in essere misure anticicliche.

Solo la spesa pubblica, ovviamente se ben mirata e strategicamente impiegata, può sollevare una economia depressa come quella che stiamo vivendo. E mai come adesso occorrono interventi per il ceto medio. Favorire solo i grandi gruppi economici, ancorché e quando essi operino nella economia reale, rischia di essere vano se poi nessuno comprerà i beni e i servizi che producono. Promuovere solo misure assistenziali, seppur fungerà da tampone per i casi più gravi, non riuscirà a rimettere in piedi un meccanismo virtuoso che porti lavoro, sviluppo e benessere diffuso.

Non credo alle retoriche delle economie circolari, della economia green del recupero o del km 0… alcuni idioti hanno finanche teorizzato la decrescita felice.

Abbiamo bisogno di grandi opere, di grande industria, di riproporre i primati, che pure ci sono stati, del manifatturiero italiano. Abbiamo oggi bisogno, sperando di essere ancora in tempo, di un IRI come quello di una volta, cioè di una regia produttiva che si occupi di tutti i settori, pur in una economia di mercato. Dall’alimentare all’aerospaziale e alle costruzioni navali, dalla microelettronica alla metallurgia, dalle telecomunicazioni alla grande edilizia pubblica. In fondo questa è stata una peculiarità italiana: siamo stati l’unico Paese occidentale che ha, come eredità del suo passato fascista, mantenuto nel comparto pubblico pezzi enormi di mondo industriale ed infrastrutturale; forse il più significativo patrimonio produttivo pubblico e parapubblico dell’intero mondo libero.

Attraverso l’IRI,molte grandi imprese erano utilizzabili per finalità sociali, anchese lo Stato doveva farsi carico di alcuni costi; l’IRI non adoperava solo criteri imprenditorialinella sua attività, ma aveva a cuore anche interessi collettivi, anche quando ciò avesse generato “oneri impropri”, cioè anche in investimenti antieconomici (I giorni dell’IRI, M. Pini)

Forse oggi è impensabile per tante ragioni un Ente di questo tipo, ma solo un intervento sistemico sul mondo produttivo ed infrastrutturale può rioffrire una aspettativa di lavoro e di opportunità per tutti, coinvolgendo la imprenditoria sana e laboriosa di questo Paese.

«L’impresa pubblica, se non è informata a criteri economici, tende all’ospizio di carità» disse una volta Luigi Enaudi. Il Presidente aveva torto: l’impresa pubblica deve essere investita per servire una causa complessiva di benessere, equità sociale, di sviluppo complessivo. Sarà il ceto medio che ne nascerà che, svolgendo la funzione sociale che gli è propria, saprà restituire le eventuali diseconomie.

Occorre quindi puntare su un’opera importante, direi monumentale, di ammodernamento infrastrutturale del Paese, materiale e immateriale, che dia lavoro, e non assistenza, a tanto “ritrovato ceto medio” e che, intanto, migliori la complessiva offerta infrastrutturale.

Il ritardo infrastrutturale, viario e logistico che vive il Paese, in particolare il Mezzogiorno, diventa a questo punto l’opportunità per aprire migliaia di cantieri, per sperimentare le opere più all’avanguardia, e realizzare un nuovo primato italiano; tutto ciò mobilitando miliardi di euro in commesse e vedendo fiorire un indotto di lavoro e arricchimento per tutti, tanto da far dimenticare per sempre il reddito di cittadinanza e gli ammortizzatori sociali. Si può fare, si deve fare, è l’unica cosa da fare. Forse anche l’ultima.

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Ettore de Conciliis de Iorio

Scritto da Ettore de Conciliis de Iorio

Nato ad Avellino nel 1979, è stato giornalista pubblicista, avvocato, amministratore pubblico, imprenditore. Adesso è assistente parlamentare e presidente di Comitato interprovinciale di un Ente di Promozione Sportiva e Sociale. Probabilmente domani si occuperà di altro: risaputamente è preda di facili ma travolgenti passioni, nelle quali si lancia con ardimento e dedizione fin quando non si innamora di altro, in una ciclica e costante rimodulazione dei suoi studi, dei suoi interessi, delle sue solerzie. Ad ogni modo ama sempre condividere quello di cui si occupa, con generosità autentica seppur talvolta cattedratica. Non si è mai interessato al gioco del calcio.

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