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Il Referendum – Riflessioni di un Conservatore di Provincia – 4° Capitolo

La domenica mattina del 5 dicembre, il giorno del referendum sulle riforme costituzionali di casa nostra, non sono tranquillo, mi manca quella serenità d’animo che ho avuto rispetto all’esito delle elezioni americane; si, perché ho paura che al bombardamento mediatico messo in campo dal governo, si aggiunga la vulgata forcaiola tanto diffusa nel Paese, che ha visto per anni nel feticcio della riduzione dei parlamentari un suo quasi erotico ardente desiderio.

Renzi, il rottamatore-riformatore, questo lo sa bene, e per recuperare consenso usa le parole d’ordine dell’antipolitica per drenare consensi, strizzando l’occhio alla destra più cafona ed al brodo culturale grillino (mi si perdoni l’ossimoro).

Il quesito referendario del 5 dicembre 2016

Non sono mai stato per motivi culturali e convinzioni politiche un difensore della “sacralità” della Costituzione italiana; non ero tra quelli che applaudivano Benigni (poi anch’egli folgorato sulla “via di Firenze”) quando ne leggeva gli articoli in televisione, quasi esaltandone un  valore poetico artistico che rendeva latore di laica blasfemia chiunque immaginasse di mettervi mano; ho sempre  detestato quell’approccio alla materia, di tipo mistico, che anela alla santità dei padri costituenti, ergendoli ad apostoli laici, evangelisti del verbo repubblicano.  

Credo che la Costituzione come qualunque altra legge dello stato, possa e debba essere cambiata, ove ve ne sia la necessità, come più volte, per altro, è accaduto nella storia repubblicana, nei modi previsti dall’ordinamento.

Ma qui il governo sta cercando di fare altro, qui si sta cercando di dare la spallata finale alla rappresentanza popolare in politica, nel solco di quella “tradizione riformatrice” della sinistra italiana, che, prima con la riforma dell’elezione del sindaco e con la Bassanini ha stravolto il ruolo dei consigli comunali, poi ha gradualmente abolito i Co.Re.Co. e le Province, ed ora vuol trasformare il Senato, sempre nella direzione della riduzione della rappresentanza popolare, per fare spazio ad un’imperante tecnocrazia.   Personalmente credo che una classe politica che  riduce il proprio potere in favore della burocrazia, non risponda a principi ispirati al concetto di sovranità popolare.  

In realtà, per me, questa campagna referendaria ha rappresentato una battaglia nell’ambito della grande guerra tra chi crede nel primato della politica (e quindi nel diritto di un popolo ad esprimere un consenso determinante nell’ambito della propria nazione), e chi vuole consegnare il nostro Paese ad una elite di tecnici di altissimo livello, che in maniera autoreferenziale si attribuisce la capacità di scegliere per gli altri. Peccato che queste scelte, ispirate da grande saggezza e competenza, si risolvano quasi sempre in disastri dai risvolti drammatici.

E come in tutte le cose nelle quali credo, ho profuso un grande  impegno nella campagna referendaria; con la nostra associazione”PrimaveraIrpinia”, ho promosso nella mia provincia oltre cinquanta manifestazioni pubbliche a sostegno del cosiddetto “fronte del No”, manifestazioni nelle quali si sono alternati politici di rilievo locale e nazionale per oltre otto mesi.

Per la verità chi mi ha dato l’idea di fare di questa campagna referendaria  una vera e propria crociata di tutti i conservatori d’Irpinia, non si annovera propriamente nella galleria dei miei miti giovanili; si tratta infatti di Peppino Gargani, uno storico parlamentare democristiano della mia provincia che fu tra gli indiscussi protagonisti della “sinistra di base” degli anni Ottanta. Nel corso di una delle periodiche assemblee di PrimaverIrpinia, nelle quali la nostra area politica si incontra per confrontarsi e discutere, il 22 febbraio del 2016 Gargani lanciò l’idea che la campagna referendaria potesse fare da stella polare per un ambiente umano e politico che  in quel momento storico sembrava essere allo sbando.

Immediatamente raccolsi quell’idea,  e ne nacque “Carovana militante”, il tour dell’Irpinia che ha portato le ragioni del No del centro-destra nei borghi più  sperduti della nostra provincia , ed  è stata l’occasione per riassaporare il gusto di quelle campagne elettorali che non ci sono più, fatte di chilometri in auto, comizi in piazza, incontri nelle sale consiliari dei paesi, cene a tarda ora con nuovi amici e vecchi compagni di mille battaglie.

Probabilmente la domenica del voto referendario sono preda di quel pessimismo (anche quello forse inconsapevolmente scaramantico), che spesso ci assale quando siamo particolarmente coinvolti in una situazione. A dire la verità non solo l’unico ad essere preoccupato riguardo all’esito del voto: in tanti tra i miei compagni di viaggio, specie tra quelli provenienti dagli ambienti tradizionalmente vicini all’elettorato che è stato della disciolta Alleanza Nazionale, percepiscono delle pericolose infiltrazioni renziane nel nostro  tessuto sociale di riferimento. L’uomo forte e l’efficientismo decisionista fanno spesso colpo sulla parte più istintiva della destra, non a caso l’astro del salernitano sindaco e poi governatore De Luca, nasce grazie al consenso drenato dagli ambienti conservatori all’ombra del castello d’Arechi.

Non mi tranquillizza nemmeno la telefonata dai toni  trionfalistici dell’onorevole Gargani, che a metà mattinata, evidentemente a ragione, alla luce dei fatti che di li a poco accadranno, mi indica come certa la vittoria del no. Il fatto è che chiunque conosca Peppino Gargani sa che si tratta di un sincero ed entusiasta ottimista, appartiene cioè a quella categoria di persone che, quando mi trovo in una situazione di tensione, producono l’effetto di modificare il mio stato d’animo da teso in qualcosa che si avvicina all’ansioso.

Sono davvero preoccupato non tanto perché una eventuale vittoria del si potrebbe creare le condizioni per una sorta di dittatura renziana, fantasma agitato da molti (questo in verità non lo credo); ma perché sono convinto che la riforma delegittimerà ulteriormente la politica, e quindi il potere, già minimo, di indirizzo da parte del popolo.

Per fortuna, le mie preoccupazioni vengono spazzate via immediatamente fin dai primi exit pool, ma evidentemente i giorni di tensione che hanno preceduto il voto, uniti alla famosa scaramanzia che mi accompagna sempre in queste circostanze, mi avevano invitato ad una cautela quasi immotivata.

Le telefonate  dai toni entusiastici che si susseguono da parte dei vari amici che hanno partecipato a questa campagna referendaria, sono un tam tam quasi ossessivo per più di un ora. A mezzanotte Renzi appare in televisione, lo fa subito, non scappa come aveva fatto la Clinton la notte delle elezioni americane, appare con una eleganza ed una dignità nella sconfitta, che mai erano appartenute alle sue vittorie.

L’astro del sindaco di Firenze, che veniva rappresentato come inarrestabile fino a qualche ora prima, inizia la sua parabola discendente. Del resto Obama non c’è più, non è detto quindi che debbano governare per forza gli “obamiani”.

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Sabino Morano

Scritto da Sabino Morano

Nato ad Avellino nel 1981, da sempre mi incuriosiscono l’uomo ed i suoi comportamenti, potrei dir di me stesso d’essere un “Appassionato studioso del genere umano” come Luigi Natoli fece autodefinire il Cavaliere Coriolano, della Floresta nel suo “I Beati Paoli”. Conseguenza quasi diretta, ne sono stati il mio gusto per la discussione ed il ragionamento, il piacere nello scrivere (sperando di non arrecare troppi dispiaceri in chi legge) e la ricerca perpetua dell’impegno politico in tempi in cui la politica è caratterizzata dalla richiesta del disimpegno. Tradizionalista, ma non tradizionale, per necessità d’animo, prima che per vocazione, in quanto trovo la modernità di una noia mortale…

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