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Il vulcanico Donald Trump

Quando i conteggi elettorali e i ricorsi giudiziari saranno terminati, l’attenzione dei mass media statunitensi sarà stata più per lo sconfitto, il vulcanico Donald Trump, che per il nuovo presidente eletto, il grigio e monotono Joe Biden. Questo perché, se anche la presidenza Trump fosse finita, il trumpismo sarebbe ancora ben vivo e diffuso tra gli americani, dei quali ha manifestato bisogni primari ed elementi preelettorali. Settantuno milioni di elettori, infatti, hanno dimostrato che “The Donald” è il loro legittimo rappresentante, e non un alieno transitato per caso alla Casa Bianca, come sostengono da quattro anni i suoi detrattori. Il populismo trumpiano ha interpretato alcuni temi cardine dell’american way of life, ma li ha declinati secondo il verbo populista: la rivendicazione del primato statunitense nel mondo; la difesa dei confini dagli immigrati centroamericani; il favorire le aziende e i prodotti nazionali aumentando le tariffe sulle importazioni.

Il presidente americano uscente è stato, negli ultimi quattro anni, un elemento di rottura negli schemi consolidati, ha segnato una lacerazione nello status quo istituzionale, e non solo per la critica sferzante alla politica paludosa di Washington. Egli è diventato il punto di riferimento per i movimenti populisti di ogni latitudine, e ha innalzato la bandiera dei popoli sovrani contro le élite plutocratiche. Tanti sono stati gli emuli di Trump e della sua insegna “legge e ordine”, dal presidente brasiliano Bolsonaro al magiaro Orban passando per il nazionalista polacco Andrzej Duda. La sua ostilità alla tecnocrazia dell’Unione europea ha ispirato le critiche di tutti i populisti del Vecchio continente, soprattutto di quelli non al governo, come la Lega di Salvini e il Front National.

Per un’ampia parte dell’elettorato statunitense “The Donald” ha rappresentato la risposta politica, nazionalista e autoritaria, al declino della liberaldemocrazia, nella terra cosmopolita e tollerante per eccellenza. Fra i gruppi che hanno, in qualche modo, preparato il terreno all’avvento di Trump, vanno annoverati il Tea Party Movement e i radicali protestanti, che si sono battuti per un’estrema concezione della libertà individuale e hanno finanziato le campagne elettorali di un gran numero di candidati repubblicani. All’affermazione del trumpismo hanno collaborato i suprematisti anglosassoni, che vanno annoverati fra i maggiori sostenitori del presidente uscente, capace di interpretare le esigenze di quell’elettorato, distante anni luce dai salotti buoni, dove “bivacca” l’intellighenzia newyorchese, e dal mondo patinato di Hollywood. La tutela delle minoranze propagandata dai sostenitori democratici, infatti, non comprendeva il ceto bianco medio-basso, una parte notevole della società americana. Al contrario, a loro Trump ha dato voce e ridato slancio, sia con i provvedimenti economici interni, che avevano quasi azzerato la disoccupazione – prima del covid-19 -, che con la politica estera da protagonista fra Israele, le nazioni arabe, Russia e Teheran.

Nel 2016 la sua elezione fu un trauma per il milieu benpensante e conformista, che aveva scommesso sulla perbenista Clinton, altoborghese dalle giuste amicizie, dai retti sentimenti, dal corretto portamento liberaldemocratico… Le ragioni sociali che determinarono l’inatteso successo di Trump furono le stesse che portarono alla campagna ossessiva – mediatica, giudiziaria – scatenata per quattro anni contro l’attuale inquilino della Casa Bianca. Così, bugie e false narrazioni sono circolate intorno alla sua figura, odiata dall’establishment politico-accademico, che si è sentito defraudato dalla sua vittoria elettorale. Va detto, tuttavia, che Trump si impose al suo stesso partito, costringendo la dirigenza repubblicana ad appoggiarlo, nonostante i suoi violenti messaggi antisistema, e a sostenerlo nella sua battaglia contro “i pesi e contrappesi” strutturali della prassi democratica. Le urne dimostrarono che l’opinione pubblica conservatrice e la plebe country apprezzavano lo slogan “Make America great again” più di qualunque sofisticato ed elaborato programma offerto dal partito democratico, vedendo nel tycoon la soluzione all’incertezza economica e sociale.

Se la strategia contro il Covid-19, personale prima che sanitaria, è sembrata all’insegna dell’insofferenza verso le regole adottate dalle altre nazioni, è anche vero che egli ha evitato il collasso dell’economia statunitense. Con un programma emergenziale di stampo keynesiano, Trump ha immesso sul mercato del lavoro due trilioni di dollari, che hanno contenuto il danno all’economia americana: la liquidità per le imprese, il sostegno dato ai settori in crisi e alle famiglie a rischio povertà, hanno limitato gli effetti negativi della pandemia. In riferimento al Coronavirus, il dato geopolitico più interessante, tuttavia, è stato l’accusa diretta a Pechino, imputata di aver prodotto artificialmente il virus, di aver diffuso in ritardo la notizia e di aver mentito sull’entità dell’epidemia e, infine, di voler sfruttare economicamente e politicamente la situazione. Sebbene scaturita da una emergenza – la pandemia -, “The Donald” ben sapeva che, dopo le elezioni, avrebbe avuto il compito di contenere la sfida economico-militare lanciata dalla Cina, difendendosi al contempo dal ‘politicamente corretto’, che predomina sia nell’élite statunitense che nell’intellighenzia europea, preoccupate di salvaguardare il proprio ruolo di “giudice e moralizzatore” della politica mondiale.

Altro elemento che ha caratterizzato il quadriennio Trump è stato il riesplodere del razzismo, soprattutto in riferimento ai recenti episodi che hanno coinvolto la polizia nella morte di alcuni afroamericani. Il primo dato da sottolineare a questo riguardo è che, in questi ultimi decenni i bianchi sono diventati la minoranza, in conseguenza della rapida crescita della popolazione ispanica, e in misura minore di quella asiatica e di quella afroamericana. A questo fenomeno, puramente numerico, va aggiunto un interessante sondaggio effettuato nel 2012, la cui rilevazione era stata condotta con esperti delle università di Stanford, del Michigan e di Chicago. Dai risultati dell’inchiesta emergeva che con la presidenza di Obama, primo presidente nero alla Casa Bianca, si era aggravato il razzismo negli Stati Uniti. Secondo il sondaggio riportato dalla Abc, il 51% degli americani esprimeva pregiudizi contro i neri, tre punti in più rispetto a quattro anni prima. Quando si prendevano in considerazione gli atteggiamenti razzisti “non manifesti” la percentuale saliva al 56%, contro il 49% del 2008. Un medesimo test, condotto sugli ispanici, aveva fatto emergere che tra i bianchi il 52% è manifestatamente ostile ai latinos. Il nazionalismo bianco è un’ideologia radicale che, negli Stati Uniti promuove la difesa del paese dall’impatto dell’immigrazione, del multiculturalismo e di legislazioni favorevoli alle minoranze, sostenendo la preesistente identità culturale e religiosa. Secondo l’analista politico Samuel P. Huntington i nazionalisti bianchi non affermano la loro superiorità razziale, ma sostengono che la cultura sia un prodotto della razza ed enfatizzano il timore che i cambiamenti demografici in atto negli Stati Uniti (che porteranno i bianchi non ispanici a diventare minoranza nel paese entro il 2040) provocheranno la sostituzione della civiltà bianca con altre culture, ritenute inferiori dal punto di vista intellettuale e morale.

Detto questo, e tenendo conto del processo di decadenza in atto negli USA, che mette in pericolo la “pax americana”, la guerra razziale (omnium contra omnes), se per ora non è scoppiata, potrebbe dirsi che siano ormai presenti le basi per una sua eventuale esplosione. In “Anni della decisione”, lo scrittore prussiano Spengler, con parole terribili prevedeva l’epoca dei dissidi etnici e delle battaglie campali per gli equilibri mondiali. “L’uomo di colore scruta l’uomo bianco mentre questi discorre di umanità e di pace perpetua […] ne fiuta l’incapacità e l’assenza della volontà di difendersi”, così egli profetizzava il disfacimento delle strutture politico-sociali occidentali e l’irrompere delle società multiculturali sullo scenario internazionale.

Concludendo può dirsi che, anche se perdente, dalle elezioni del 2020 Trump ne sia uscito rafforzato; infatti, mai nessun candidato nella storia americana, perdente o vincente che fosse, aveva ottenuto così tanti consensi, escluso Biden ovviamente. Da questa sorta di plebiscito popolare, il trumpismo potrebbe trovare la forza per colonizzare il partito repubblicano e “berlusconizzare” la politica americana. I punti di contatto con Berlusconi, infatti, sono molteplici: l’estraneità alla politica di mestiere; i successi economici; l’odio suscitato nelle élite intellettuali; l’impegno nel mondo televisivo ed editoriale; gli amori e i matrimoni “chiacchierati”. Il parallelo col fondatore di Forza Italia prosegue anche sul piano delle elezioni contestate, ricordando le politiche del 2006, vinte dall’Unione di Prodi sulla Casa delle Libertà per poche migliaia di voti. Anche in quel caso, secondo le previsioni dei sondaggisti il centrosinistra avrebbe avuto un vantaggio rassicurante, ridottosi un po’ per volta nel corso dello spoglio delle schede elettorali. Allora, a salvare Prodi fu il voto degli italiani all’estero, oggi è stato il voto postale a premiare, in extremis, Biden.

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