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La cucina dei cuochi obesi

Sembra che un italiano su cinque sogni il cibo: il problema è più frequente nelle donne (sono il 62%), tra i giovani (il 65%) e per chi abita nel Sud Italia. Lo scriveva La Repubblica un anno fa, ma ve lo potevo dire anche io. Infatti, gli uomini non giovanissimi – e lo dico per esperienza e coscienza -, generalmente, riescono a trovare altri interessi, oltre al cibo e alla tavola ed è anche più facile, per loro, cambiare abitudini alimentari per ritrovare salute e peso ottimale.

Gli psicoterapeuti ci dicono che pasta, pizza e dolci, nella vita onirica, acquisiscono una funzione consolatoria; la carne invece sarebbe un’allegoria della sessualità. Ma non è meglio consolarsi con il sesso, allora? Pensateci…

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In altre parole, si mangia da svegli, si conducono esistenze grigie e noiose e, per consolarsi, si mangia anche in sogno. In fondo, gli italiani sono prevedibili: offrire cibo serve a consolarli, tranquillizzarli, renderli, in qualche modo, più disponibili. Questo, chi opera nei mezzi di comunicazione lo sa, così come lo sanno gli esperti di strategia di marketing. Inoltre, la consolazione genera dipendenza. “La più grande astuzia del male è travestirsi da dio domestico e discreto, familiare e rassicurante.” (Nicolás Gómez Dávila, In margine a un testo implicito). Allora, per somministrare continue dosi di appagamento e serenità, per rendere acquiescenti gli spettatori italiani di ogni età e ceto sociale, ecco un programma di cucina a ogni ora del giorno, su molteplici canali – talvolta dedicati interamente alla preparazione di pietanze di ogni sorta – in cui cuochi esperti si affannano a preparare il piatto più originale e soddisfacente per vincere la gara di cucina e sancire la loro supremazia in questo settore.

Tuttavia, si può notare una proprietà caratteristica dei cuochi in questi programmi, salvo rare eccezioni: la pinguedine dei “maestri” della gastronomia. Non sempre è così, ma c’è una maggiore probabilità di assistere, in queste trasmissioni, alla preparazione di pasti da parte di chi, per necessità fisica di curarsi, una cucina non la dovrebbe vedere nemmeno dipinta.

Non sto parlando di Marchesi, Vissani, Cracco, Santini o – soprattutto – Bartolini – artisti della cucina, superiori per creatività e per impiego di ingredienti molto più salutari rispetto agli altri -, ma parlo dei cuochi da televisione, in orario da

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casalinghe o da nonne, che ti insegnano a preparare i piatti con quello che hai in casa, con i cibi ai quali sei assuefatto, a cui non riesci a rinunciare. In altre parole, ai cuochi che piacciono, quelli che somministrano agli spettatori la loro dose giornaliera – sia per gli occhi che per lo stomaco – di amido, glutine, zucchero, latte, formaggio, burro, pasta, pizza, sfoglie, tortellini, ravioli, gnocchi, sugo, panna, cotechini, salsicce, prosciutto, sciroppi, caramelli, granelle, impanature, farine (ah, ma tanto io uso la farina di grano antico, io uso quella integrale… dite voi. E sti c…., dico io!)

Quelli sono i cuochi obesi, i cuochi che ti saziano solo a guardarli, che ti fanno venire la voglia di preparare i loro piatti perché sai che, una volta cucinati, avrai l’approvazione di tutti i commensali che, satolli e soddisfatti, gonfi come otri, ti chiederanno anche il bis. Questi sono i cuochi che vuole il pubblico. Ma, si sa: è l’offerta a fare la domanda, non viceversa.

Potrete anche notare che i programmi di cucina dei cuochi obesi si alternano a quelli con i luminari medici che vi informano su qualche malattia e vi consigliano le terapie più innovative. Come se non bastasse, negli intervalli, ecco ancora pubblicità di cibi e di farmaci.

I programmi televisivi, infatti, non offrono mai nutrizionisti: avete notato? Sarebbe chiedere troppo, ma io immagino una televisione in cui, almeno, si possano vedere anche cuochi che preparino miglio, quinoa, torte con farina di grano saraceno o di piselli, pietanze a base di lenticchie rosse, azuki, topinambur, sedano rapa, fagioli dell’occhio, alghe marine, pastinaca – non pastina, non ci provate! -, ceci, o che vi insegnino la differenza tra i cavoli, tra un olio di riso e uno di vinaccioli, tra una farina di frumento e una di legumi, che vi facciano comprendere come si cucinano la carne o il pesce, o come si possono marinare con tempi e proporzioni diverse tra acido e grasso, che vi propongano pietanze valide anche per la colazione – con cui tutti hanno sempre una grandissima difficoltà – e non solo per i pranzi e per le cene.

Questa sarebbe un’offerta televisiva dignitosa e rispettosa della salute degli spettatori, che potrebbero essere affiancati in un percorso di recupero delle proprie condizioni fisiche, che potrebbero vedere dinanzi a loro aprirsi un ventaglio di nuove possibilità gastronomiche. In tal modo, una volta eliminati pasta, pane, pizza e formaggi, lo spettatore non si troverebbe perso come accade alla fine di un rapporto sentimentale durato dieci anni, ma con un programma di disintossicazione valido ed efficace nel tempo. Si può essere antisistema anche scegliendo di mangiare diversamente da quanto impone il pensiero unico. Invece, si tende sempre a ‘scegliere’ gli ingredienti in una gamma di alimenti che potrebbero farvi ammalare e darvi dipendenza. Lasciate le fette biscottate integrali a qualcun altro. Nutritevi con cibo vero: uova, legumi, pesce, semi, ortaggi. Imparate davvero ad assimilare i cibi con i giusti abbinamenti e non appesantitevi, indebolendo il vostro intestino e il vostro sistema immunitario.

Quando, nel mio studio, dichiaro guerra a pasta e formaggi, il paziente-tipo mi chiede:” E ora? Che mi mangio?” solitamente con occhi sbarrati, quasi in preda al panico…

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Non mi odiate, non mi detestate, non desiderate la mia morte per soffocamento con un panzarotto andato di traverso: voglio descrivervi l’avvenire che vi attende se continuate ad accendere la televisione per seguire i programmi di cucina che ci propinano ogni giorno tutti i canali di quel maledetto strumento di annullamento della ragione e delle facoltà mentali. Buttate la televisione e impiegate in modo migliore i soldi del canone.

Guardate il cuoco e domandatevi che tipo di effetto potrebbero sortire le vivande preparate da un obeso. Non guardate il piatto, guardate il cuoco! È meglio: fidatevi.

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Cristina Coccia

Scritto da Cristina Coccia

Biologa nutrizionista, esperta di nutrizione, ecologia, conservazione biologica, demografia ed etnobiologia. Responsabile scientifico dell'Associazione "il Banditore, comitato per la difesa del paesaggio"; autrice di saggi di argomento scientifico e politico su salute, genetica e demografia, pubblicati dalle Edizioni di Ar. Tra le sue ultime pubblicazioni, “L'anemia demografica, Edizioni di Ar, 2019.”

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