in ,

“La repubblica di Arlecchino” Landolfi contro la “sbornia” regionalista

Diceva un mio zio che i fiori di zucca, imbottiti e fritti in pastella, contengono uno specifico pericolo: se inizi ad assaggiarne uno per vedere come sono venuti, finisci per mangiarli tutti e non farli arrivare a tavola; qualcosa di molto simile è accaduto a me, con il libro “La repubblica di Arlecchino” di Mario Landolfi. Appena ho aperto il plico portato dal “corriere”, ho iniziato a sfogliarlo con l’intenzione di dare una rapida occhiata, per poi leggerlo con calma nel fine settimana successivo;ma lo stile diretto, asciutto, efficace,e, insieme, la sempre piacevole prosa di Landolfi,non mi hanno permesso di separarmene, inducendomi a rinviare di un giorno l’appuntamento che avevo con un amico, e a completarne l’intera lettura nell’arco di quel pomeriggio.

Un pamphlet, come giustamente lo definisce nella bella introduzione Gennaro Malgieri, polemico e pungente, che non abbandona mai nei suoi capitoli il taglio da editoriale, e che lo rende divulgativo su argomenti ai quali  non è facile avvicinare un pubblico di non addetti ai lavori.

In meno di duecento pagine, Landolfi smonta il lemma regionalista che è stato uno dei mantra della cosiddetta “seconda repubblica”, utilizzando la recente vicenda del coronavirus, per dimostrare il cortocircuito nella catena di comando che ha di fatto paralizzato il Paese.

Nel conflitto di poteri tra stato e regioni, di fronte al caso d’eccezione, si è plasticamente dimostrata la incontrovertibile realtà: l’Italia è un paese in cui non comanda nessuno.

Siamo una repubblica di Arlecchino,“è dai tempi delle scuole elementari che siamo abituati a vedere l’Italia suddivisa per colori. E’ così che abbiamo imparato a distinguere la Lombardia dalle Marche, la Campania dal Piemonte e così via. Ma neppure il più fantasioso degli scolari avrebbe immaginato che quella policromia territoriale, dettata allora solo dalla didattica, sarebbe diventata tempo dopo il triste presagio del carnevale permanente in cui l’Italia sfila agghindata nelle pezze di Arlecchino”.

Una mascherata che ha trovato la sua genesi storica in quella “pasticciata” riforma del Titolo V, operata dalle sinistre nel 2001, figlia più di suggestioni collettive che di analisi approfondite, eche è arrivata a coronamento di un percorso surreale, in cui abbiamo visto gli ex comunisti  lanciati all’inseguimento dell’abbaiata propaganda secessionista bossiana, sul terreno scivoloso di una mai seriamente intelletta “questione settentrionale”.

Probabilmente, dice Landolfi, la convergenza della sinistra sulle istanze di questo neo settentrionalismo post-bipolare, trovò le proprie ragioninella sua idiosincrasia per la cultura nazionale, che del resto la accomunava alle posizioni della Lega di Bossi:i neo-comunisti  avversavanola cultura nazionale  in nome del globalismo, ed i leghisti in nome del localismo. Entrambe le posizioni erano accomunate dalla negazione del Risorgimento quale mito fondativo della nazione: quella delle varie leghe, la Veneta, la Lombarda e via discorrendo, in omaggio alla “narrazione” delle piccole patrie, quella della sinistra nel tentativo di sostituirvi la “Resistenza”.

A distanza di anni, in maniera progressivamente più chiara il prodottodi questa “idiosincrasia originaria” è una sorta di match continuo, una Repubblica basata sul contenzioso stato-regioni, in cui ormai è la magistratura amministrativacontinuamente a far da arbitro, a maggior gloria del sempre più palese trionfo del potere burocratico sul potere politico rappresentativo.

L’autonomia (dogma indiscutibile, scolpito a fuoco nella coscienza acritica degli italianida un racconto egemonico bipartisan), nonostante l’evidente fallimento dell’attuale regionalismo, continua ad essere considerata a livello quasi unanime la soluzione allo stallo del Paese.

“Autonomia” come parola d’ordine, parola magica, che insieme alle parole “diritti” e “legalità” (binomio quest’ultimo sempre più alternativo a quello rappresentato da “doveri” ed “etica”), costituisce una sorta di trinità di una cherigmatica religione laica, a cui la politica e l’informazione italiane sembrano essersi convertite, in assenza di ragionamento e talvolta di ragionevolezza.

A tal proposito mi ritorna in mente quanto affermava Raffaele Manfrellottisul  federalismo, diventato, alla fine degli anni Novanta, una sorta di parola magica, spacciata come soluzione a tutti i mali dell’Italia nostra;il cattedratico napoletano mi diceva che “il federalismo era supercalifragilistichespiralidoso, la parola magica di Mary Poppins: bastava pronunciarne il nome per risolvere ogni problema, senza dare ulteriori spiegazioni”.

Il “mito” regionalista (la cui ”narrazione” imposta dai media portò alla riforma del Titolo V), era nato e si era sviluppato intorno a due grandi temi “epici”, di grandissimo impatto popolare: la pachidermica burocrazia dello stato, e il fisco predatore di “Roma ladrona”, due problemi enormi,  ma la cui soluzione veniva mostrata come  possibile realizzando l’autonomia regionale.            

Ad onor del vero, a quasi vent’anni dall’approvazione della riforma,  le aspettative riguardo ad entrambi i problemi sono state clamorosamente smentite dall’evolversi dei fatti: se da un lato  l’entrata in vigore della riforma del Titolo V ha fatto registrare un aumento della spesa pubblica (a cui lo Stato ha dovuto far corrispondere un aumento della pressione fiscale), dall’altro i continui conflitti di competenze di cui abbiamo detto, hanno sensibilmente elevato il livello di burocrazia nella vita quotidiana dei cittadini.

Il nuovo coronavirus ha travolto il malfermo equilibrio del sistema istituzionale Italiano, mettendo a nudo i suoi limiti, le sue contraddizioni, le sue incapacità. Il valzer delle ordinanze, lo scontro tra Governoe “Governatori”, tra “Governatori” e Sindaci, tra “Governatori” del nord e “Governatori” del sud, è la cartina di tornasole del caos che regna sovrano, in una rissa mediatica in cui l’emergenza sanitaria ha dovuto spesso cedere il passo alle esigenze elettorali.

Una tenzone combattuta a colpi di tamponi, mascherine,posti letto, chiusure, aperture, richiusure. In effetti la sensazione chepersonalmente ho avuto sulla gestione dell’emergenza, è stata proprio quella della mancanza di un percepito “principio di effettività”:in tutta la vicendanon è stato molto chiaro “chi facesse cosa”, in una enorme babele, che, come opportunamente Landolfi osserva, ci ricorda la “nave senzanocchiero” di dantesca memoria.

Certamentemai citazione poté meglio calzare alla situazione, e mi si consenta d’aggiungerneun’altra, allo stesso modo pertinente, ricorrendo ancora al medesimo cantodantesco, là dove il Poeta dice“Ché le città d’Italia tutte piene/Son di tiranni, e un Marcel diventa/Ogni villan che parteggiando viene”, dal momento che, da questo punto di vista, di “villani” che si credono “Marcello” il co-vid 19 ce ne ha offerto una lunga e variopinta galleria.

Il disastro drammatico nato dalla maldestra risposta all’emergenza pandemica (di cui ancora non è evidentemente a tutti chiara la reale portata), può essere, secondo Landolfi, l’occasione di una “rinascita” istituzionale per il Paese.

 “Fosse un’automobile, l’Italia del post-virus avrebbe tutte e quattro le gomme a terra, il serbatoio vuoto, la catena di distribuzione usurata, i freni fuori uso e le luci del cruscotto che non si accendono. Pronta o quasi per la rottamazione”.Ma forse non tutto è perduto. L’Italia oggi avrebbe bisogno di una riforma completa e strutturale della propria governance, che ne ricostruisca l’architettura istituzionale, liberandola dalle contraddizioni e dalle inefficienze a cui è stata condannata da un riformismo incauto e modaiolo. Una riforma complessiva che sappiaesaltareed utilizzare taluni aspetti di forme di governo autonomo locale, ma inquadrandole in una funzionale “macchina di governo” generale, in grado di dare risposte certe ed efficienti alle esigenze del Paese. 

Landolfi quindi immagina la necessità che l’attuale situazione storica, possa essere una sorta di “anno zero”, il momento dal quale far germogliare una nuova ordinata inflorescenza istituzionale.Auspica quindi l’elezione di un’assemblea costituente formata da cento persone elette col sistema proporzionale, a cui affidare la redazione di un testo di revisione costituzionale (in un tempo prefissato di 18 mesi) da sottoporre poi a referendum popolare confermativo.Una procedura straordinaria rispetto ad una situazione eccezionale, per uscire dalle secche, in cui la “gran tempesta” del virus ci ha condotto, dando certezze, infondendo sicurezza, restituendo un “nocchiero” alla nave Italia.

© Riproduzione riservata.
La Redazione non è responsabile dei commenti espressi dai lettori e in nessun caso potrà rispondere per eventuali commenti lesivi di diritti di terzi, nemmeno se i commenti vengono espressi in forma anonima o criptata.

Sabino Morano

Scritto da Sabino Morano

Nato ad Avellino nel 1981, da sempre mi incuriosiscono l’uomo ed i suoi comportamenti, potrei dir di me stesso d’essere un “Appassionato studioso del genere umano” come Luigi Natoli fece autodefinire il Cavaliere Coriolano, della Floresta nel suo “I Beati Paoli”. Conseguenza quasi diretta, ne sono stati il mio gusto per la discussione ed il ragionamento, il piacere nello scrivere (sperando di non arrecare troppi dispiaceri in chi legge) e la ricerca perpetua dell’impegno politico in tempi in cui la politica è caratterizzata dalla richiesta del disimpegno. Tradizionalista, ma non tradizionale, per necessità d’animo, prima che per vocazione, in quanto trovo la modernità di una noia mortale…

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Loading…

0

Comments

0 comments

Gli uomini rossi di Aligi Sassu

L’Anticristo è già tra noi?