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La sollevazione filoborbonica di Castelvetere (ottobre 1860)

All’indomani della partenza per l’esilio di Francesco II, in tutto il sud Italia si accesero i fuochi della ribellione, alimentati sia da una condizione economico-sociale divenuta sempre più precaria che dal legittimismo borbonico. La nuova legislazione sabauda, con la leva obbligatoria e l’esproprio dei beni ecclesiastici, e che eliminava le forme residuali di feudalesimo sostituendo gli antichi Signori con i ‘galantuomini’ liberali fedeli alla nuova dinastia, aumentava le disparità sociali fra poveri e ricchi, tra città e campagne. Al ceto rurale, angosciato dagli stenti e dalle privazioni arcaiche, cui si sommavano gli effetti negativi delle nuove leggi – percepite come angherie -, non restava che l’insorgenza armata. La violenza contadina incendiò l’intero territorio meridionale, ed era sostenuta e galvanizzata dal partito filoborbonico, che non abbandonava la speranza di un ritorno del legittimo sovrano.

Le condizioni ideali del terreno, la posizione strategica che ne faceva una base sicura per rapide incursioni e permetteva il rifugio fra i boschi montani, fecero dell’alta Irpinia un punto focale della ribellione contadina e della guerriglia. Ad alimentare il disordine sociale contribuirono gli interessi della nuova classe dirigente, attenta a sfruttare la nascente struttura statuale, e le vendette personali, che divisero famiglie e insanguinarono anche i più piccoli paesi. Furono questi gli elementi che, all’indomani della guerra per l’unità d’Italia, favorirono il sorgere del fenomeno del brigantaggio.

Uno dei momenti principali di questo processo insurrezionale fu il ritorno a casa dei soldati borbonici. Dopo il 14 febbraio 1861, quando sotto una pioggia di bombe la roccaforte di Gaeta fu costretta ad arrendersi, centinaia di militi si riversarono nelle città e nei borghi irpini. Questi consideravano l’invasione garibaldina come una sopraffazione, invitavano i parenti e gli amici a restare fedeli a re Francesco, e promettevano una sicura e rapida riconquista borbonica.

Gli abitanti di Castelvetere dimostrarono fin da subito aperta ostilità al nuovo Stato e al suo ordine istituzionale, testimoniando così la propria vicinanza ai sovrani spodestati. I documenti processuali parlano di colpi di fucile sparati ai ritratti di Vittorio Emanuele II nelle sale dei municipi e nelle sedi della Guardia Nazionale, di canzoncine inneggianti al Regno delle Due Sicilie, e di volantini anti Savoia. Un momento apicale di questo dissenso si manifestò con il plebiscito confermativo del 21 ottobre 1860, che avrebbe ratificato e legittimato l’aggressione militare piemontese. A Castelvetere la protesta durò alcune settimane, con strascichi che avrebbero coinvolto anche la popolazione della vicina Montemarano.

I pochi liberali filosabaudi, in buona parte grandi proprietari terrieri, erano fatti bersaglio di insulti e offese dai compaesani. Preoccupati per l’esito delle votazioni, essi avevano allertato la Guardia Nazionale per vigilare sullo svolgimento delle stesse. Tuttavia, la maggior parte delle guardie si resero indisponibili al servizio, e la mattina del plebiscito passeggiavano provocatoriamente davanti al seggio con dei nastri rossi sul berretto al posto delle insegne tricolori. La coccarda rossa era considerata un ornamento provocatorio poiché manifestava l’appoggio ai Borbone.

La protesta dilagò in paese, tanto che il sacerdote don Vincenzo Bimonte, filoborbonico, dal pulpito della chiesa minacciò di scomunica chi avesse votato Sì al plebiscito. Intanto, in una selva a due chilometri dal centro, una quarantina di persone si erano armate con fucili e scuri, ed erano pronte a guidare l’insurrezione. Ciononostante la giornata si concluse tranquillamente, senza violenze e colpi armati: infatti, il sindaco e i liberali, vistisi accerchiati e in minoranza, e traditi dalla stessa Guardia Nazionale, avevano optato per la fortificazione nelle proprie abitazioni. L’indomani, essi inviarono un telegramma al governatore di Avellino, Nicola de Luca, descrivendo la situazione e lagnandosi dell’insicurezza in cui erano costretti a vivere e operare.

La mancata dimostrazione di forza da parte dei galantuomini filosabaudi galvanizzò gli animi dei ribelli: un altro sacerdote, don Salvatore Sullo, diffuse la notizia che la regina Maria Sofia aveva partorito un erede al trono e Francesco II era vicino alla capitale con un’armata imponente. Con la diffusione di queste notizie, Castelvetere fu nuovamente in agitazione: muniti dei nastrini rossi, uniti in corteo, in decine affollarono le vie e le piazze principali inneggiando a Francesco e al principe ereditario, e maledicendo Garibaldi e lo scomunicato Vittorio Emanuele II. Tra colpi di fucile e mortaretti, e il suono dei tamburi di Battista Minichini – ex soldato dell’armata napoletana -, la processione si diresse verso la confinante Montemarano. Qui, il corteo si ingrossò dietro la bandiera bianca delle Due Sicilie, ma la Guardia Nazionale tenne ben salde le sue postazioni, sparando in aria quando dai rivoltosi partirono sassate verso di loro.

I festeggiamenti proseguirono a Castelvetere fino a notte fonda, fra balli e schiamazzi; furono strappati i decreti delle autorità dalla Casa Comunale, e fu celebrata messa e cantato il “Te Deum” davanti all’abitazione di don Salvatore. Fu stabilito di ritrovarsi il giovedì successivo, festa di Ognissanti, per un “gran banchetto e una lauta mensa” in onore della coppia reale napoletana e del nascituro. In questo turbinio di tensioni, c’era chi voleva giustiziare i liberali e chi, invece, proponeva semplicemente di tagliargli mustacchi e barbe.

A questo punto arrivò la reazione governativa: al giudice regio di Montemarano furono inviati 130 soldati dal distretto di Sant’Angelo dei Lombardi, da aggiungersi agli effettivi della Guardia Nazionale di Castelvetere rimasti fedeli. Quest’imponente schieramento di forze, l’indomani, avviò le operazioni di rastrellamento e di incarcerazione. L’arresto e la persecuzione giudiziaria portarono all’arresto di 58 persone: alcuni restarono in carcere solo pochi giorni, poi furono rilasciati per l’assenza di capi d’accusa probanti, per altri ci furono condanne che l’amnistia del dicembre 1863 azzerò.

In Castelvetere, la famiglia Bimonte ebbe tredici incriminati, fra i quali il prete don Vincenzo; i Sullo nove, fra cui il canonico don Salvatore; i Moccia perseguitati furono cinque; i Nargi processati furono tre; i Mele, i Matteis e gli Acquaroli ne ebbero due. La casata più colpita di Montemarano fu quella dei Mastromarino, che vide cinque componenti portati in giudizio.

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