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Le città postmoderne come apoteosi dello sradicamento e della flessibilità

Come la “città invisibile” di Ottavia delineata da Calvino, la città per progetti si fonda su reti e connessioni non rigide, né stabilizzate, composta com’è da luoghi di passaggio, in cui si transita ma non si sta, e che sono essi stessi contraddistinti da identità instabili e omologate, iconicamente uguali da Londra a Casablanca, da Berlino a Lima. Il conformismo edonistico, liberal-libertario ed euro-atlantista anima anche i paesaggi urbani delle metropoli ridisegnate secondo geometrie rigorosamente postmoderne.

L’ideologia postmoderna si incontra qui con quella mondialista, trovando nello sradicamento e nel nomadismo apolide il punto di massima tangenza. La pluralità delle città nelle quali hanno preso corpo le storie dei popoli reciprocamente irriducibili tende sempre più, in coerenza con il paradigma del one world e dell’“inglobalizzazione”, a essere sostituita dal modello unico della città uniformata su scala planetaria, con icone universali e indifferenziate, con spazi omologati e architetture invariate, con linguaggi unificati nelle grammatiche anglofone e con l’effetto di un irresistibile senso ubiquitario di familiarità che induce gli oltreuomini a sentirsi ugualmente sradicati a Toronto come a Napoli, a Tokyo come a Sidney.

Sono, per inciso, quelli che Marc Augé ha definito i “non-luoghi”, ossia le località postmoderne che, culmine dello sradicamento destoricizzante, siamo costretti ad attraversare quotidianamente nelle città per progetti, dagli atri delle stazioni ai passaggi degli aeroporti trasformati in centri commerciali obbligati. Si tratta di luoghi che non sono realmente tali, essendo più propriamente passaggi in cui è strutturalmente impossibile un rapporto abitativo e stanziale. 

I non-lieux messi a tema da Augé corrispondono ai luoghi senza radicamento e identità propri della postmodernità liquida, nei quali il nuovo blasè postmoderno transita e non dimora. La loro cifra e, più in generale, l’essenza della nuova urbanistica precarizzata e dell’architettura flessibile risiede nella cancellazione programmata di ogni simbolo e di ogni radicamento storico.

Questo aspetto ci permette di sostenere che l’uomo a una dimensione messo a tema da Marcuse abita oggi nel “mondo a una dimensione” del globalismo mercatista, senza alto e basso, confini e territori, differenze e identità.

Nella vicenda dell’Occidente, le città figurano sempre come il palcoscenico della storia, che le plasma e che le anima, e come il luogo della costruzione delle identità sociali. Sono, in altri termini, i luoghi dell’identità e della memoria, della socializzazione comunitaria e della trasmissione monumentale della storicità immortalata nei palazzi e nelle strutture architettoniche che popolano gli spazi urbani. Nella vita delle città si prende coscienza della vita storica dei popoli che le abitano e che in esse si oggettivano mediante l’architettura e l’arte paesaggistica.

La stessa logica che produce la deeticizzazione del mondo della vita e la destabilizzazione delle esistenze a termine va oggi a riconfigurare i paesaggi urbani nel senso di una loro intensa precarizzazione. Le grandi utopie urbane, dall’Icaria di Cabet ai falansteri di Fourier, cedono il passo a un paesaggio metropolitano che semplicemente duplica lo smarrimento di senso, la dispersione delle identità e la destabilizzazione generalizzata propri del turbocapitalismo flessibile. È questo quello che, con Calvino, possiamo qualificare in senso non meramente metaforico come “l’inferno che abitiamo tutti i giorni”.

Se è vero che, come ricorda Schmitt, le idee politiche sono sempre riferite a spazi concreti, ne segue che l’oggi in auge flessibilizzazione dell’architettura e degli spazi urbani presenta un suo evidente portato politico: discende dalle logiche dell’accumulazione flessibile e, di rimando, le promuove a livello immaginativo. Nelle città e nei quartieri postmoderni la dispersione delle identità, il disorientamento degli io flessibili e la lacerazione del legame sociale appaiono in maniera fulgida.

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Diego Fusaro

Scritto da Diego Fusaro

(Torino, 1983) è una delle voci più critiche e indipendenti della riflessione filosofica contemporanea. Specialista di Filosofia della storia e interprete eterodosso di Hegel e Marx, insegna Storia della filosofia presso la IASSP, Istituto di Alti Studi Strategici e Politici di Milano. All’insegnamento affianca la divulgazione, anche attraverso collaborazioni giornalistiche con testate quali «La Stampa» e «il Fatto Quotidiano». Tra i suoi libri: Bentornato Marx! (Bompiani 2009), Pensare altrimenti (Einaudi 2017), Storia e coscienza del precariato (Bompiani 2018) e Il nuovo ordine erotico (Rizzoli 2018).

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