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Le origini di Trevico

Trevico vanta origini assai remote, come attestano i diversi reperti archeologici risalenti al II millennio a. C.(vasi in terracotta, monete, monili muliebri), conservati in parte nei giardini pubblici della “villa archeologica”. Affacciandosi dalla sommità del borgo, capitale dell’antica ‘Baronia di Vico’, ponendosi nella zona della stazione metereologica, incastonata nei ruderi dell’antica fortezza medievale, si possono intravedere i territori di ben quattro regioni e due mari, sia il Tirreno che l’Adriatico.È, grosso modo,lo stesso scenario gustato dal poeta romano Quinto Orazio Flacco – al netto dei deturpamenti apportati dall’uomo (pale eoliche, aree industriali e costruzioni fuori luogo) -, che giunse a Trivicum durante la primavera del 37 a.C.Sull’etimologia del nome vi sono due diverse spiegazioni: la prima ipotesi si basa sul fatto che si sia formato dall’unione di tre borghi (vici in latino); la seconda teoria vorrebbe che il nome Trevico derivi dal culto della Dea Trivia (altra ipostasi di Diana) cui era dedicato un tempio nei pressi dell’odierna cattedrale.

La satira “Iter Brundisinum”, la quinta del primo libro di Saturae, è il divertente e divertito racconto del viaggio da Roma a Brindisi, che Orazio fece in compagnia di Mecenate, CocceioNerva e Fonteio Capitone. Si trattava di un vero e proprio convoglio, composto da un nutrito seguito di servitori, carri per i viaggiatori, animali da soma per i bagagli e, infine, il buffone Sarmento, che doveva rallegrare la brigata nelle sue soste. Fra modesti alloggi e locandieri bricconi, essi percorsero la via Appia dalla capitale imperiale al porto pugliese, che apriva le porte dell’Oriente e alla loro missione diplomatica presso Marco Antonio.Incontrare quest’ultimo e tentare una riappacificazione con Ottaviano era lo scopo del viaggio, dato che i rapporti fra i due triumviri erano nuovamente tesi. L’accordo verrà effettivamente siglato a Taranto grazie alla mediazione di Ottavia, sorella di Ottaviano e moglie di Antonio, già partito per l’Egitto quando la comitiva di Orazio giunse a Brindisi.

Per il poeta, dunque, il contesto storico diviene soltanto il pretesto per scrivere la Satiraricca di scenette improntate al sarcasmo e di considerazioni paesaggistiche. “Incipit ex illomontes Apulia notos ostentare mihi, quostorretatabulus et quosnumquamerepsemus, nisi nos vicina Trevici villa rece pisset…”: il nono giorno il gruppo fece tappa a Trevico.Arroccato sui monti, il piccolo borgo irpino, in uno scenario aspro e riarso dal sole,tormentato dal vento, ospitò la comitiva in una locanda fumosadove i rami umidi messi a bruciare nel camino facevano lacrimare gli occhi degli avventori. L’osteria si trovava nell’agro trevicano, in località “Taverna delle Noci” (oggi territorio di Vallesaccarda),racchiusa in un triangolo fluviale delimitato a nord dal torrente Fiumarella, a est dal Calaggio, a sud-ovest dalla Valle dell’Ufita e dall’omonimo fiume. Nonostante la stanchezza per la strada impervia, resa ancor più malagevole dalla pioggia, il poeta si accorda con la cameriera per una notte d’amore – nelle taverne dell’epoca, spesso, le fanciulle arrotondavano la paga esercitando il mestiere più antico del mondo… Tuttavia la ragazza non si presenta, e a Orazio non resta che ardere dalla passione, maledicendo “l’adorabile bugiarda”!

Dopo una notte di sogni lascivi, Orazio e gli amici proseguirono per la Daunia, seguendo il corso del fiume Ofanto, lasciando con l’amaro in bocca il “Tetto d’Irpinia”, ripensando alla cocente umiliazione subita dalla giovane donna trevicana…

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