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L’intolleranza dei progressisti, Berlinguer ed i pericoli del berretto frigio

L’intolleranza delle opinioni altrui è da sempre il tratto caratterizzante dei progressisti. Figli di quell’illuminismo che per definizione si pose come detentore assoluto della ragione, non potevano non finire per ritenere chiunque si fosse posto in posizioni discordanti dalle loro, come foriero di irrazionalità.

E l’irrazionalità, si sa, o è figlia della follia, o dell’ignoranza, o della malafede, per cui chi si oppone ai progressisti, o è un malato di mente da “curare”, o un ignorante da rieducare (meglio se a basse temperature siberiane che notoriamente favoriscono l’apprendimento), o è un criminale da mandare in galera.

Considerando dunque “irrazionali” tutti quei soggetti che si permettono di dissentire dalla loro autoproclamata razionalità, i progressisti possono, al massimo, provare una sorta di compassione nei confronti di quelli che ritengono ignoranti o malati di mente; ma in nessun caso credono possibile riconoscere, ai propri avversari, la dignità di una “posizione politica” differente.

Del resto, appare ovvio che non possa essere diversamente: non si può essere allo stesso tempo progressisti e tolleranti, si tratterebbe di un ossimoro, in quanto la razionalità, se è tale, non può concedere alcuna “cittadinanza” a quello che considera diverso da sé, quindi irrazionale.

Al massimo può concedere una giustificazione in relazione ad una manifesta incapacità di intendere o volere, dovuta o a turbe psichiche o alla mancanza dei minimi strumenti culturali necessari a comprendere la realtà.

In ogni caso, essendo portatori della ragione e quindi del bene, loro malgrado i progressisti, a seconda delle epoche, son stati costretti, a far lavorare (libertariamente) la ghigliottina, a fucilare e deportare (democraticamente), a utilizzare la giustizia (legalitariamente) per eliminare, incarcerandoli o estromettendoli dalla vita pubblica, gli avversari politici.

Se i giacobini individuarono nell’assetto politico del mondo pre-moderno e nella religiosità i nemici irrazionali da combattere e laicizzare, i marxisti-leninisti si assunsero il fardello storico di emancipare le masse lavoratrici ignoranti.

Ai progressisti post 1989 quindi, in presenza di una società secolarizzata e di  un’alfabetizzazione diffusa, non è rimasto altro che concentrarsi sulla terza categoria di comportamenti irrazionali, quelli in mala fede, ossia quelli delle forze che si ergono a contrastare il progressismo per difendere gli interessi disonesti dei propri adepti.

Per questa ragione, Berlinguer (proprio quello che qualche leader politico maldestramente, di recente dalle nostre parti, ha cercato di associare ad un proprio improvvisato e carnascialesco “Panteon” ideale), quando si rese conto che il PCI non aveva più certezza della propria identità internazionalista, decise di far vestire alla sinistra italiana i panni della forza moralizzatrice.

E’ da quel momento che in Italia nasce una divisione artificiosa, ideologica e caratterizzata dalla delegittimazione perpetua dell’avversario; una divisione che nemmeno il sangue della guerra civile e la guerra fredda erano riusciti a far diventare un tratto peculiare della lotta politica nazionale.

Da quella fase storica in poi l’egemonia intellettuale (e non mi riferisco solo ai media ed alla capacità di influenza sulla cultura di massa), della sinistra del Bel Paese si è incaricata di consegnare alle cronache tutti i propri avversari politici come ideali eredi di Bonturo Dati, il famigerato politico di Lucca del 1300, bollato da Dante come re dei “barattieri”, ovvero di coloro che traggono illecito guadagno da un incarico pubblico.

E fu così che Craxi, attraverso un’altra suggestione dantesca, diventò Ghino di Tacco per la penna di Eugenio Scalfari, che Andreotti venne rappresentato quale il presunto capo occulto della mafia secondo le elucubrazioni di certa stampa, che Berlusconi diventò un campione d’ogni specie di crimine che l’umano ingegno abbia potuto concepire, che Salvini e la Lega son divenuti, ultimi in ordine di successione, una impunita masnada di ladroni.    

Passando per la virulenza neo-progressista dei 5 stelle (che al terrore giacobino si ispirarono anche dichiaratamente attraverso terminologie e riferimenti teorici più o meno velati), un certo giustizialismo, che tende a farsi moralismo attraverso il riuscito perverso tentativo di sostituire il concetto di legalità con quello di etica, ha inoculato, nella vita pubblica italiana, il germe del giustizialismo quale carattere fondante della nuova intolleranza progressista. Oggi, chi è contro la ragione  è un delinquente!

Intendiamoci, l’utilizzo della cosiddetta “questione morale” in politica è cosa vecchia quanto il mondo: su di essa  ironizzava Pietro Nenni col suo celebre aforisma secondo cui “a giocare a fare i puri troverai sempre il più puro che ti epura”, ma è con Berlinguer che avviene l’adozione di simili argomentazioni come elemento centrale nella prassi politica; ed avviene per una precisa esigenza storica, dovuta alla necessità di trovare una rinnovata giustificazione all’azione intollerante della sinistra, essendo storicamente crollata l’illusione della ideale società socialista.

Non potendo più sperare di internare gli oppositori politici, ignoranti seguaci del capitalismo, nei campi di rieducazione, ci si è dovuti accontentare di sbatterli a San Vittore e sulle prime pagine dei giornali, in quanto membri di una banda di ladroni. Si è dovuto fare di necessità virtù.

Il dramma dell’Italia di oggi però sta nel fatto che questa realtà non solo non è chiara alla maggior parte della pubblica opinione, ma non è chiara ormai nemmeno più alla maggior parte di chi fa politica opponendosi alle forze di sinistra.

La riprova dell’assoluta egemonia intellettuale “progressista” di cui il nostro paese è succube, risiede proprio nel fatto che periodicamente c’è chi, pur su posizioni politiche diametralmente opposte alla sinistra, ricerca una sorta di legittimazione da parte dell’avversario, accarezzandone tesi e prassi, e compiacendosi in maniera infantile delle lusinghe provenienti dal campo avversario.

Evidentemente i meschini non sanno che i “custodi dell’egemonia” son sempre lieti di ricoprire d’applausi e lodare chi si preoccupa di magnificare le mirabili benigne qualità della ghigliottina che servirà a tagliare la loro testa. Chiedetelo alla buonanima del cittadino Luigi Capeto, già Luigi XVI, quanto poco ci vuole a passare dal calzare il berretto frigio al dover indossare quello verde dei condannati a morte, quando si ha a che fare con i progressisti.

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Sabino Morano

Scritto da Sabino Morano

Nato ad Avellino nel 1981, da sempre mi incuriosiscono l’uomo ed i suoi comportamenti, potrei dir di me stesso d’essere un “Appassionato studioso del genere umano” come Luigi Natoli fece autodefinire il Cavaliere Coriolano, della Floresta nel suo “I Beati Paoli”. Conseguenza quasi diretta, ne sono stati il mio gusto per la discussione ed il ragionamento, il piacere nello scrivere (sperando di non arrecare troppi dispiaceri in chi legge) e la ricerca perpetua dell’impegno politico in tempi in cui la politica è caratterizzata dalla richiesta del disimpegno. Tradizionalista, ma non tradizionale, per necessità d’animo, prima che per vocazione, in quanto trovo la modernità di una noia mortale…

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