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L’irresistibile fascino del taglio

Ormai, a virologi piacendo, è stata definitivamente fissata la data del 20 e 21 settembre per l’election day, come lo chiama la nostra sempre più anglofona comunicazione, e quindi, salvo “psicovirus” di ritorno, insieme alle elezioni amministrative e regionali, in tutte le città italiane si andrà a votare il famoso referendum sul taglio dei parlamentari.

Si tratta di un referendum confermativo, il quarto della storia del paese, in cui, se dovessero prevalere i “si”, verrebbe approvata la legge di revisione costituzionale dal titolo “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari”, che prevede il taglio del 36,5% dei componenti di entrambi i rami del Parlamento; i deputati passerebbero da 630 a 400, mentre i senatori da 315 diverrebbero 200.

L’altro giorno mentre prendevo un bel caffè, aspettando un amico al tavolino di un bar a Riviera di Chiaia, non ho potuto fare a meno, dati i toni comiziali della discussione, di ascoltare due signori che animatamente argomentavano la necessità di un voto favorevole alla riduzione dei parlamentari, sciorinando tutto il peggiore armamentario dei più usuali luoghi comuni di quell’antipolitica che tanto piace a coloro che in luogo del ragionamento preferiscono approcciarsi alle questioni attraverso slogan.

Un tempo si diceva, di un politicante furbastro e guittesco, che è “uno che parla per slogan”; oggi sono in troppi quelli che “pensano per slogan”.

Si sa, fin dai tempi del “piove? governo ladro!”, lo slogan antipolitico è efficacissimo, piace a tutti, è catartico per una società che, alla perpetua ricerca di assoluzione per sé stessa, è perennemente a caccia di colpevoli da lapidare. E chi meglio degli odiati, privilegiati, parlamentari, da candidare ad un “taglio”? Suggestione potente il “taglio”, che, anche terminologicamente, ricorda tanto quelle belle ghigliottine del terrore parigino. Tagliamoli! Non servono a nulla, stanno là solo a rubare lo stipendio! Urla la voce della piazza. A questo punto, verrebbe da chiedersi: “perché limitarsi a eliminarne soltanto il 36,5 %? Perché non “ghigliottinare” tutto il Parlamento?”.

Se le argomentazioni in favore del taglio dei parlamentari che si ascoltano tra la gente, appaiono, sinceramente, più materia da analisi freudiana che politica, quelle prodotte da chi ha promosso a livello parlamentare la legge, nemmeno sembrano troppo convincenti. 

Alla fine, il succo della vicenda, il motivo per il quale sarebbe un gran traguardo ridurre i parlamentari, consisterebbe in un risparmio di danaro pubblico, quantificato in 500 milioni di euro a legislatura, che, in un paese che paga 65 miliardi all’anno (178 milioni al giorno) di interessi sul debito pubblico, non appare propriamente una svolta epocale. Viceversa, appare invece alquanto curioso che forze politiche che non si sono mai poste il problema di sparare a zero (alle volte anche in maniera completamente immotivata) contro l’intero sistema Italia, facendo scatenare le agenzie di rating con conseguente lievitazione degli interessi sul debito nell’ordine di miliardi in poche ore, oggi ritengano una questione così esiziale la spesa di cento milioni all’anno per mantenere l’assetto parlamentare attuale.

Possibile che nessuno abbia fatto un simile ragionamento? Chiederlo ad una politica indolente e fellona, i cui leader sono troppo impegnati nella ricerca disperata di like sui social netwoork, sarebbe stato troppo. Quelli sono impegnati a giocare a fare gli influencer: per dirla col  “Sant’Ambrogio” del Giusti,”i lor cervelli, Dio li riposi, in tutt’altre faccende affaccendati, a questa roba son morti e sotterrati “; hanno preferito accodarsi pedissequamente in parlamento alla vulgata, hai visto mai si perdesse un like!

Tristi sono i tempi in cui non è più la politica a guidare il Paese ma accade il contrario!

Ma la domanda vera è un’altra; al netto della totale inconsistenza della classe politica italiana, questa riforma, avrebbe detto Cicerone, “cui prodest”? A chi giova?

Il politologo americano di origini tedesche Leo Strauss, che proprio un fesso non era (non fosse altro perché era stato allievo di Martin Heiddeger e di Carl Schmitt), teorizzava che ogni grande filosofo ha lanciato un doppio messaggio, uno chiaro per  tutti (che è quello di “salvezza”, di natura che oggi potremmo definire “ideologica”), ed un altro invece che è un messaggio di potere,  destinato soltanto ad una “minoranza organizzata”. Seguendo il suggerimento di Strauss qualcosina inizia allora a diventar più chiara.

In Italia ormai, siamo abituati da anni a vedere minoranze politiche trasformarsi in maggioranze parlamentari; puntualmente, qualunque sia stato il risultato delle elezioni, ci ritroviamo grosso modo un governo sempre sulla stessa linea rispetto alle questioni principali, quelle tanto care a taluni “poteri forti”.

E’ dal 2008 che in Italia non giura, nelle mani del presidente della repubblica, un governo che sia espressione della maggioranza politica del Paese, e questo, signori miei, è un dato. E lo è a dispetto del fatto che la maggioranza politica degli italiani tende ad essere sempre più definita; oggi tutti i sondaggi attribuiscono al centro-destra percentuali che sfiorano la maggioranza assoluta.

E’ evidente (e la storia dei molteplici “cambi di casacca” dei parlamentari, negli ultimi decenni, ce lo racconta lapalissianamente), che, riducendo il numero dei parlamentari (specie dei senatori), sarà sempre più difficile avere maggioranze parlamentari politicamente definite. Riducendo i parlamentari si ha un unico risultato: governi di larghe intese per sempre!

Un futuro a larghe intese dunque, che va nel solco di quella tradizione tanto cara ai salotti della grande finanza, nel segno di Ciampi, Dini, Monti, Renzi, e, non ultimo, l’ottimo Conte.

E cosa c’è di meglio dell’antipolitica per arrivare al governo perpetuo dei poteri fortissimi? Dalli quindi al parlamentare! Che, tanto ebete come è, non fa nemmeno nulla per difendersi, anzi si compiace dell’essere solerte a esporre il deretano ai generosi calci dei suoi aggressori. In tal modo mostrando, secondo lui, il proprio essere in sintonia con la gente.

Certo qualcuno dirà, ma questa classe parlamentare comunque non serve a nulla, che la teniamo a fare?

E’ vero! Ma forse sarebbe più intelligente preoccuparsi di migliorarla, direbbe un saggio (se ci fosse). Ma di questi tempi la saggezza è virtù rara, e, diciamoci la verità, nemmeno troppo conveniente.   

Ed è così che il 20 e 21 settembre, eserciti di novelli Robespierre andranno a votare per ridurre i propri rappresentanti (e consegnare altro potere a chi, da oltre venti anni, decide sulle teste di tutti noi); e lo faranno avendo sulle labbra lo stesso compiaciuto sorriso beffardo di quel tale che, mentre si evirava, gridava alla moglie con cui aveva litigato “He, he, voglio vedere, ora che me lo son tagliato, come farai”!

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Sabino Morano

Scritto da Sabino Morano

Nato ad Avellino nel 1981, da sempre mi incuriosiscono l’uomo ed i suoi comportamenti, potrei dir di me stesso d’essere un “Appassionato studioso del genere umano” come Luigi Natoli fece autodefinire il Cavaliere Coriolano, della Floresta nel suo “I Beati Paoli”. Conseguenza quasi diretta, ne sono stati il mio gusto per la discussione ed il ragionamento, il piacere nello scrivere (sperando di non arrecare troppi dispiaceri in chi legge) e la ricerca perpetua dell’impegno politico in tempi in cui la politica è caratterizzata dalla richiesta del disimpegno. Tradizionalista, ma non tradizionale, per necessità d’animo, prima che per vocazione, in quanto trovo la modernità di una noia mortale…

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