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L’orrore della società dei like: l’inganno dei social network

Nell’apoteosi della rete dell’internet propria dell’evo della “scomparsa delle lucciole” di pasoliniana memoria,la comunicazione ipetrofica sostituisce la relazione, sempre più latitante e rarefatta. Quelle disseminate per lo spazio cosmico del web, infatti, non sono mai vere relazioni: figurano, nella migliore delle ipotesi, come promesse di relazione, che, per attuarsi, necessitano del rapporto reale tra i “volti”, secondo la dinamica messa a tema da Lévinas.

Favoriscono, in altri termini, i processi di isolazionismo individualistico e di privatizzazione dell’immaginario collettivo degli “incantati dalla rete” (Carlo Formenti), confermando la tendenza generale di un’epoca connessionista che aspira al moltiplicarsi delle relazioni fluide e, insieme, opera affinché esse mai si condensino in forme stabili.

Le reti sociali, da Facebook a Instagram, si fondano sul dispositivo del like, mediante il quale l’utente esprime il proprio apprezzamento per immagini o considerazioni svolte dagli altri utenti. Ora, i likes che popolano le reti sociali sanciscono il valore dell’homo digitalis sul mercato sociale elettronico: ciascuno vale in base ai likes che ha ottenuto, id est in base al gradimento che è stato in grado di suscitare presso gli altri utenti. Non è arduo comprendere come un tale meccanismo generi forme di livellamento e di omologazione, inducendo ogni membro ad adeguarsi volontariamente al gusto prevalente. In ciò riposa il dispositivo della dimostrazione sociale: esso induce i giovani a comportarsi esattamente come gli altri al fine di ottenere la loro approvazione.

Oltre a ciò, le reti sociali generano l’ansia di essere sempre aggiornati su ciò che accade nel mondo. Il paradosso è che, nella percezione delle nuove generazioni, non si vive appieno se si è off line. Di più, la vera vita viene identificata sempre più spesso con quella on line, intendendo l’off line come una interruzione provvisoria. Né si può trascurare l’autoreificazione che si accompagna alla vita trascorsa on line sulle reti sociali: gli utenti si propongono senza tregua come oggetti che debbono piacere agli altri e, dunque, come merci suadenti, che debbono incontrare il gradimento – il like – da parte dei “consumatori”.

L’aspetto paradossale, che è poi quello in cui è sospesa la i-Gen o, almeno, le sue fasce ancora in grado di avvertire come problema il mondo in cui vivono, è che, per un verso, ci si sente angosciati dall’idea di una connessione illimitata e, per un altro, si è letteralmente terrorizzati dall’idea di perderla e di rimanere off line.

Nella pellicola del 2012 del regista Henry-Alex Rubin, intitolata Disconnect, è magistralmente tratteggiata l’aporeticità della nuova condicio virtuale a cui le nuove generazioni sono condannate. Sempre connessi, gli abitatori della rete dipendono integralmente dall’internet per ogni azione e per ogni pensiero.

Un numero sempre crescente di giovani ha apertamente scelto di vivere on line, disertando la vita reale, svilita al rango di esistenza off line. È l’imago parossistica dell’esistenza al tempo del globalismo: l’homo cosmopoliticus coincide con una soggettività puntiforme e uniforme, solitaria ma sempre connesso, globale ma isolata, vicino al distante e distante dal vicino.

“Sono connesso, dunque sono”: pare questo il teorema in cui si condensa il senso dell’essere al mondo dell’uomo digitale, per il quale il mondo reale è divenuto favola e la sola dimensione di vita autentica coincide con gli spazi sconfinati della rete dell’internet. Egli è permanentemente on line, lavora senza tregua (e quasi sempre senza saperlo) per le piattaforme che impiega, fornendo dati, rispondendo a lettere telematiche, generando profitto per i padroni del digitale.

Per questa via, non solo la relazione umana si fa digitale e il confine tra tempo libero e tempo del plusvalore evapora, ma, in maniera convergente, l’azione è inibita e lo spirito critico è anestetizzato: il tempo dell’esistenza è speso in rete, nel controllo ossessivo della mail e del telefonino, nella cura delle relazioni digitali e nella rielaborazione permanente del proprio profilo virtuale quale appare sul palcoscenico delle reti sociali.

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Diego Fusaro

Scritto da Diego Fusaro

(Torino, 1983) è una delle voci più critiche e indipendenti della riflessione filosofica contemporanea. Specialista di Filosofia della storia e interprete eterodosso di Hegel e Marx, insegna Storia della filosofia presso la IASSP, Istituto di Alti Studi Strategici e Politici di Milano. All’insegnamento affianca la divulgazione, anche attraverso collaborazioni giornalistiche con testate quali «La Stampa» e «il Fatto Quotidiano». Tra i suoi libri: Bentornato Marx! (Bompiani 2009), Pensare altrimenti (Einaudi 2017), Storia e coscienza del precariato (Bompiani 2018) e Il nuovo ordine erotico (Rizzoli 2018).

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