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L’uomo in Irpinia all’Età del Bronzo

L’avvento delle genti anatoliche ed il sincretismo con gli “autoctoni” (in senso relativo) neolitici generò, come dicevamo l’altra volta, un forte impulso tecnologico e commerciale che fece “compiere incredibili passi in avanti” all’uomo irpino, proiettandolo verso la scoperta, la lavorazione e l’utilizzo di materiali sempre più pregiati per la realizzazione di utensili nettamente più efficienti.

L’esercizio della transumanza, ben avviatosi col neolitico ed implementatosi con l’eneolitico, favorì la nascita di una forte mobilità sul territorio da cui conseguì, sin dal XIX secolo a.C., un forte contatto tra le varie popolazioni, indi un forte incremento di primordiali forme di commercio.

La massiccia presenza umana durante il periodo del Bronzo Antico (XIX-XVII secolo a.C.) e Medio (XV-XIV secolo a.C.), dovuta alla predetta transumanza dei pastori, si estese lungo tutta la dorsale appenninica.

A Pratola Serre gli scavi hanno riportato alla luce un villaggio appartenente al Bronzo Antico (XIX secolo a.C.) che sorgeva in posizione strategica per il controllo del fiume Sabato: tale villaggio era collocato a sua volta in un luogo frequentato sin dal Neolitico Superiore.

Dagli scavi su questo villaggio è emersa una capanna ellittica avente al suo interno un focolare circondato da altre buche di palo ed una fossa di dimensioni notevoli preposta alla raccolta d’acqua piovana. Sono stati inoltre recuperati numerose frecce, lame e schegge unitamente a vasellame e ceramiche varie appartenenti alle facies del Bronzo Antico.

Un villaggio siffatto sorgeva presso la località La Starza di Ariano Irpino, sito d’importanza per gli interscambi con l’area settentrionale della Puglia.

Durante il 1800 a.C. l’eruzione delle Pomici di Avellino ha reso possibile la formazione di alcuni piroclastiti che dimostrano una stratificazione di più insediamenti sulla stessa località, da cui sono emerse numerose ceramiche finemente lavorate ed appartenenti alla fecies Palma Campania.

Altre testimonianze della suddetta fecies sono state rinvenute presso Mirabella Eclano: ivi vennero ritrovate delle tombe a cremazione disposte in un letto circolare di pietre, reperti ceramici (come scodelle, brocche, olle, tazze), strumenti in ossidiana e selce.

Un interessante recinto per bestiame sempre appartenente al Bronzo Antico è emerso presso Taurano, a Manocalzati e Mercogliano invece son stati rinvenuti olli, vasi, ciotole con anse e fornelli tipici della facies Appenninica.

È a Carife che abbiamo invece elementi del Bronzo Antico quali asce, ciotole, scodelle e frammenti di fornelli.

Presso San Martino Valle Caudina è stato scoperto un sito pluristratificato con elementi tipici sia del Bronzo Antico che Medio (XV-XIV secolo a.C.).

È verso il XV secolo a.C. che, lungo la fascia appenninica dell’Italia meridionale, si sviluppò la Cultura Appenninica, caratterizzata -oltreché dalla predetta frequente pratica transumante- altresì dalla tendenza degli uomini a stabilizzarsi presso villaggi capannicoli soventemente fortificati, di solito situati in posizioni strategiche da cui era possibile scorgere e dominare le principali vie di transito delle varie popolazioni. L’economia, perciò, risulta essere stata caratterizzata tanto dall’allevamento quanto dall’agricoltura e dal baratto d’oggetti artigianali e d’importazione più remota.

Ed è proprio tra la fine del Bronzo Antico e l’inizio del Bronzo Medio che, i Greci d’età storica (dall’VIII secolo a.C. in poi), grazie ad un epos (e dunque ad una tradizione orale) forse tramandatasi sin dagli inizi del cosiddetto medioevo ellenico (1200 a.C.), erano convinti che dall’Arcadia delle genti si fossero mosse, ben 17 generazioni prima della guerra di Troia (cioè circa intorno al 1600 a.C.), verso il meridione d’Italia, sbarcando presso Capo Iapigio. Di ciò scrissero, sebbene seguendo delle versioni leggermente diverse l’un dall’altra, uomini illustri come Dionigi di Alicarnasso, Strabone, Ferecide di Atene, Erodoto, Sofocle, Antioco di Siracusa ed Aristotele!

L’archeologia, su questa vicenda, ha sfortunatamente ancora le idee poco chiare, in quanto non è semplice confutare o meno -in assenza di reperti archeologici chiari- una simile narrazione. E tuttavia, alcuni insediamenti sul versante ionico della Lucania e della Calabria ed appartenenti al V secolo a.C. sono da lungo tempo oggetto di dibattimento per un’appartenenza o meno al suddetto ethnosenotrico, al seguito di alcune specificità che li contraddistingue dalle altre fecies dell’età del Bronzo.

Si ipotizza, perciò, che questi Enotri si diffusero dal suddetto Capo Iapigio sino ad abbracciare l’intero meridione d’Italia, a macchia di leopardo, in un’epoca che va dal 1600 a.C. sino al 500 a.C., quando scomparvero -dopo aver per breve tempo convissutoci- per mano dei Greci di nuova generazione (stanziatisi lungo le coste di tutto il Mezzogiorno durante l’VIII secolo a.C.), oltreché per l’impressionante espansione osca (i quali si stanzieranno specialmente nelle aree interne).

La loro economia parrebbe essersi basata su agricoltura, artigianato, allevamento. Riuscivano a ben lavorare bronzo ed a produrre ceramiche finemente lavorate. Tanto ancora si potrebbe dire degli Enotri, specialmente riguardo alla loro origine “divina”, ma non è questo il luogo.

Ritornando all’apodittica archeologia, nell’area dell’antica Abellinum, presso Atripalda, ben più netta è la presenza del Bronzo Medio, di cui son tipica espressione i rinvenuti frammenti vascolari decorati con motivi triangolari ed a zig zag.

Da Bisaccia ci son pervenute interessanti testimonianze del Bronzo Medio, quali fondi di capanne e vario materiale fittile da una collina che verrà frequentata fino alla tarda età del Ferro.

Fusaiole e pesi di telaio discoidali e cilindrici con fuso in sospensione, unitamente ai resti di pasto faunistici di ovo-caprini, bovini, cinghiali, ghiande e fragole, rinvenuti presso Serino attestano, anche qui, la presenza del Bronzo Medio e della relativa tipica economia mista, basata sia su pratiche pastorali che di caccia.

Gli scavi condotti presso Solofra e San Sossio Baroniaattestano la presenza del Bronzo Medio tramite le cospicue ceramiche rinvenute ed ai ritrovamenti di grossi recipienti d’impasto, oltreché di alcune forme per la cottura di alimenti e ceramiche.

Elementi del Bronzo Antico e Medio, quali ceramiche d’impasto come situle, bollitoi, vasi, ciotole ed industrie in selce ed ossidiana, reperiti presso Montoro, confermano anche qui la presenza del Bronzo Medio.

Verso la fine dell’età del Bronzo e gli inizi di quella del Ferro in Irpinia si assiste, per il sopraggiungere di nuova gente dal Mediterraneo e per l’introduzione del nuovo minerale, ad un sostanziale rivoluzionamento delle correnti culturali precedenti, le quali mostravano -pur nel loro susseguirsi nei millenni- una sostanziale continuità.

Sorge così in Campania la Cultura Protovillanoviana, di cui per ora si ha conferma nella provincia di Avellino soltanto presso Lacedonia, in località Calaggio. Le poche tombe rinvenute ci offrono corredi funerari ricchi di urne, scodelle, tazze, ciotole, fibule in ferro e appartenenti al IX secolo a.C. La Cultura Protovillanoviana è caratteristica, perciò, d’esser stata ponte di collegamento tra la fase finale dell’età del Bronzo (XI-X secolo a.C.) e quella antica del Ferro (XI secolo a.C.), innovativa per l’introduzione del culto dell’incinerazione (originario del Danubio) qui in Irpinia, mediante le valli del Volturno e del Calore.

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Michele Zabatta

Scritto da Michele Zabatta

Ignaro emulo d’Aristotele, già durante la mia prima fase adolescenziale ebbi a credere - sebbene senza la cognizione di causa con cui m’accingo ad esplicare tale fenomeno - che ciascuna cosa si completasse nella sua ragion d’essere anche attraverso la ricerca della sua causa efficiente, come se fossi stato colto da quell’intuizione propria del nous per la quale il dato ci si dischiude a noi senza quella mediazione legata ad una conoscenza sillogistica-deduttiva, ovvero senza che proceda da categorie alcune, bensì che si dia sic et sempliciter in noi come atto d’innata intelligenza (a voler essere razionalisti) o come atto divino (a voler seguire i grandi aristotelici della falsafa islamica): ed è proprio per ciò che, sin da adolescente, m’interrogavo quali genti m’avessero preceduto quivi ove io risiedo, a Calitri ed in Hirpinia, quasi come se comprendendo quello potessi comprendere anche questo, id est me. E se la mia curiosità si sia limitata, ai primordi di tal fenomeno, alla comprensione dell’a me prossimo, essa progressivamente accrebbequantitativamente, sì che man mano che crescevo, oltreché cogliere nella filosofia della storia la fondatezza del rapporto tra l’indagine storica e la comprensione del proprio sé, m’interessavo anche al remoto: ed è così che, ad oggi, accostatasi a quella νόησις(nòesis, cioè l’intuizione di cui prima) le varie conoscenze dianoetiche, accresciuto indi il mio bagaglio storico-culturale, mi ritrovo altresì a sentirmi investito dell’onere di divulgarle, giacché non possono esserci τέλη (tèli, fini, scopi) alcuni nella mia vita se non quelli di render benefizio della mia formazione, delle mie ricerche e della mia cultura ad una comunità più o meno ampia, ovvero che proceda anche qui dal prossimo al remoto, senza scadere né in campanilismi né nel globalismo, ma unendo al sano identitarismo e patriottismo altresì una sana etica cosmopolitica.

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