in ,

L’uomo in Irpinia tra Neolitico ed Eneolitico

Se, come detto la scorsa settimana, scarna è la presenza del Mesolitico in Irpinia, ben più copiosi e variegati sono invece i ritrovamenti attinenti al periodo del Neolitico (10mila-6mila anni fa) ed emersi da località nei comuni di Andretta, Ariano Irpino, Altavilla, Atripalda, Avellino, Avella, Calitri, Carife, Casalbore, Castel Baronia, Frigento, Gesualdo, Grottaminarda, Manocalzati, Melito Irpino, Montecalvo, Montefusco, Montemiletto, Pratola Serra, Savignano Irpino, San Martino Valle Caudina e Taurasi.

A caratterizzare questa nuova fase della vita dell’uomo è l’affiancamento di prime sperimentali pratiche di allevamento accanto alla caccia, oltreché allo sviluppo di una prima tecnica di lavorazione dell’argilla ed all’avvento della pratica dell’inumazione.

Villaggi risalenti al Neolitico Antico (5500-4500 a.C.)sono emersi da scavi presso Casalbore e Savignano Irpino, da cui sono emersi numerosi frammenti di ceramica, decorati e levigati, mentre l’industria litica è caratterizzata da lame e lamelle in ossidiana e da punteruoli in osso.

È a Carife che invece l’emersione di frammenti fittili e manufatti in selce ed ossidiana provenienti dalle Isole Lipari attestano, per la prima volta nella Baronia, l’esistenza di un villaggio neolitico (sempre appartenente al periodo Antico).

Al periodo Antico del Neolitico appartiene altresì il villaggio emerso nei pressi di Ariano Irpino. La presenza di elementi neolitici parimenti a quelli paleolitici-di cui s’è già parlato la scorsa settimana-sempre ascritti al circondario di Ariano lascia desumere l’importanza che ha rivestito quel territorio sin dalle prime fasi del paleolitico, poiché fungeva da naturale luogo di congiunzione del versante tirrenico con quello adriatico del Mezzogiorno, nonché da porta d’accesso al Tavoliere delle Puglie: questo, in particolar modo, giocò un ruolo cruciale sul progresso della civiltà nel meridione, in quanto già durante il Neolitico Antico veniva utilizzato per la produzione cerealicola, ragion per cui si pensa che nei pressi di quest’area dev’esserci stato il primo contatto tra i nuovi colonizzatori neolitici appartenenti alla Cultura della ceramica impressa ed i precedenti abitanti mesolitici.

Ancora nei pressi di Ariano Irpino, più precisamente presso la località Starza, l’ispezione condotta da un’equipe britannica ha ridato alla luce alcuni resti ossei di pasto di ovi-caprini insieme a industrie litiche e rifiuti di vario genere accumulati dai neolitici, probabilmente al fine di creare una barriera protettiva.

Pare che questo villaggio sia stato popolato, oltreché durante il Neolitico Antico e Medio (del qual ultimo ci sono pervenute facies appartenenti alla Cultura di Serra d’Alto), anche nel Neolitico Superiore: di questo periodo (3000-2000 a.C.) sono infatti i resti di manufatti di pietra e ceramiche d’impasto proprie della Cultura di Diana-Bellavista.

Alle falde del Partenio, nel territorio di Avella, è stato scoperto un altro villaggio appartenente al Neolitico Superiore che ha restituito abbondante materiale ceramico e litico come ciotole, scodelle a bocca larga, bicchieri, ollette, lame, punte di frecce e utensili di disparato genere in ossidiana provenienti dalle Isole Eolie. I resti di pasto ci offrono un quadro piuttosto chiaro su quale fosse, invece, l’economia del villaggio, ovvero alternanza tra caccia ed allevamento oltreché sfruttamento di boschi e foreste per il reperimento di legname e frutti.

Anche presso San Martino Valle Caudina è attestata la presenza degli uomini del Neolitico, dati i ritrovamenti di materiale litico in selce e di ceramiche d’impasto.

A Calitri ed a Gesualdo sono state trovate delle asce neolitiche in pietra levigata.

Di particolare valore è il ritrovo di una fornace per la lavorazione e produzione di ceramica risalente al 2800 a.C. e rinvenuta nei pressi di Carife, accompagnata da frammenti di legno utilizzati per la creazione di capanne sempre ascrivibili alla Cultura di Diana-Bellavista.

Tra il 2500 ed il 2000 a.C. genti provenienti dall’Egeo e dall’Anatolia giunsero nel Mezzogiorno d’Italia ed in Irpinia, portando con sé delle conoscenze tecnologiche ed un’organizzazione del commercio notevolmente superiore rispetto alle genti preesistenti: principalmente, la metallurgia e nuove pratiche funerarie accompagneranno e, progressivamente, si sostituiranno alle precedenti.Tale evento segna convenzionalmente l’inizio di ciò che è detto Eneolitico.

Tombe e necropoli proprie di questo periodo sono state rinvenute presso Mirabella Eclano, Taurasi, Ariano Irpino, Castelbaronia e Gesualdo, mentre cuspidi di frecce e giavellotti, pugnali silicei e reperti ceramici sono emersi da scavi condotti presso Altavilla Irpinia, Avella, Bagnoli Irpino, Calabritto, Calitri, Lacedonia, Monteverde, Solofra, Villamaina e Zungoli.

Gesualdo ci offre invece una straordinaria e meravigliosa necropoli in cui gli scheletri degli inumati sono stati rinvenuti in posizione rannicchiata e ricchi di corredi quali vasi, pugnali, frecce, lance e ciottoli levigati.

Altre tombe eneolitiche i cui sepolti si trovino rannicchiati ci son pervenute da Casalbore, ove gl’inumati erano qui stati adagiati su di un letto di pietre calcaree e la cui copertura della tomba era di lastre di pietra ed arenaria, appartenenti alla Cultura di Rinaldone (III millennio a.C.).

Alla stessa succitata Cultura appartengono gli inumati pervenuti presso Ariano Irpino, cosa che attesta indi anche la presenza dell’eneolitico sul territorio.

Ma il fiore all’occhiello dei ritrovamenti e delle conoscenze eneolitiche sul territorio irpino c’è offerto dagli scavi di Mirabella Eclano: quivi infatti è stata reperita una necropoli appartenente alla cosiddetta Cultura del Gaudo, id est caratterizzata da tombe “a forno” con camere sepolcrali ipogee cui s’accede mediante vestiboli a forma di pozzo circolare. Le tombe, scavate nel tufo, raggiungono una profondità ipogea di 2 metri. Gli scheletri sono stati pervenuti in posizione supina e con gli arti inferiori ripiegati verso il torace, adornati da corredi funerari pastorali in selce, perlopiù frecce, pugnali, punteruoli e vasellame. Fra le varie tombe ne spicca invece una sola per singolarità e diversità: quivi l’inumato è stato rinvenuto sepolto insieme al proprio cane ed al bastone di comando, guadagnandosi l’epiteto di “tomba del capo tribù”, anche per l’eccezionalità del corredo funebre da cui s’evince fosse di rango sociale elevato. Infatti, ben 42 cuspidi di frecce, 4 broccali, 2 pugnali di pietra e 3 pugnali di rame costituivano il corredo.

Voza pensa che questa tomba appartenga alla seconda fase della Cultura del Gaudo, ovvero all’Eneolitico Finale, il quale si caratterizza per una sempre più diffusa presenza di materiali in rame a scapito di quelli in pietra e da una sempre più articolata organizzazione dei corredi funerari, oltreché dalla presenza di ceramiche sempre più variegate ed elaborate, fungendo così da vero e proprio ponte per il passaggio all’Età del Bronzo, di cui vi dirò successivamente…

© Riproduzione riservata.
La Redazione non è responsabile dei commenti espressi dai lettori e in nessun caso potrà rispondere per eventuali commenti lesivi di diritti di terzi, nemmeno se i commenti vengono espressi in forma anonima o criptata.

Michele Zabatta

Scritto da Michele Zabatta

Ignaro emulo d’Aristotele, già durante la mia prima fase adolescenziale ebbi a credere - sebbene senza la cognizione di causa con cui m’accingo ad esplicare tale fenomeno - che ciascuna cosa si completasse nella sua ragion d’essere anche attraverso la ricerca della sua causa efficiente, come se fossi stato colto da quell’intuizione propria del nous per la quale il dato ci si dischiude a noi senza quella mediazione legata ad una conoscenza sillogistica-deduttiva, ovvero senza che proceda da categorie alcune, bensì che si dia sic et sempliciter in noi come atto d’innata intelligenza (a voler essere razionalisti) o come atto divino (a voler seguire i grandi aristotelici della falsafa islamica): ed è proprio per ciò che, sin da adolescente, m’interrogavo quali genti m’avessero preceduto quivi ove io risiedo, a Calitri ed in Hirpinia, quasi come se comprendendo quello potessi comprendere anche questo, id est me. E se la mia curiosità si sia limitata, ai primordi di tal fenomeno, alla comprensione dell’a me prossimo, essa progressivamente accrebbequantitativamente, sì che man mano che crescevo, oltreché cogliere nella filosofia della storia la fondatezza del rapporto tra l’indagine storica e la comprensione del proprio sé, m’interessavo anche al remoto: ed è così che, ad oggi, accostatasi a quella νόησις(nòesis, cioè l’intuizione di cui prima) le varie conoscenze dianoetiche, accresciuto indi il mio bagaglio storico-culturale, mi ritrovo altresì a sentirmi investito dell’onere di divulgarle, giacché non possono esserci τέλη (tèli, fini, scopi) alcuni nella mia vita se non quelli di render benefizio della mia formazione, delle mie ricerche e della mia cultura ad una comunità più o meno ampia, ovvero che proceda anche qui dal prossimo al remoto, senza scadere né in campanilismi né nel globalismo, ma unendo al sano identitarismo e patriottismo altresì una sana etica cosmopolitica.

Commenti

Leave a Reply

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Loading…

0

Comments

0 comments

Cous cous con le verdure

Riflessioni intorno a “le ultime lettere di Jacopo Ortis”