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Mirabella Eclano: tre toponimi per una sola località

Tre toponimi per una sola località: quella che oggi è conosciuta come la città di Mirabella Eclano un tempo fu il villaggio sannita poi municipio romano di Aeclanum, quindi divenne il borgo medievale di Quintodecimo, infine, in epoca relativamente moderna essa ha assunto l’attuale denominazione.

Posta sul versante destro della media valle del fiume Calore, la città di Aeclanum fu uno dei centri principali delle tribù irpine, sebbene fosse abitata già in epoca preistorica. Area popolata dalla stirpe osca, tra il VI e il V secolo subì l’invasione dei sanniti che si sovrapposero agli abitanti primitivi, acquisendone la lingua, gli usi e la tecnologia. Tre monumenti, con relative fonti epigrafiche in lingua osca, attestano il livello della civiltà irpina in epoca preromana: una iscrizione era dedicata a Mamers, divinità associabile al capitolino Marte e protettore di una stirpe bellicosa come i sanniti; un’ara in tufo, situata in un santuario fuori della cinta muraria, era consacrata alla dea Mefite; infine, una terza indicazione riguardava il culto del dio Fauno, signore delle belve e dei boschi.

Sebbene alla fase romana della città siano legate le pagine più gloriose nella storia di Mirabella, essa è ricordata anche per l’episodio più amaro che l’Aeclanum irpina ricordi, vale a dire il saccheggio di Lucio Cornelio Silla. Nella guerra sociale (91-88 a.C.), infatti, essa militò nella coalizione italica, la cui alleanza si batteva per un programma politico, che poteva sintetizzarsi nell’ottenimento della cittadinanza romana, con tutti i benefici che essa comportava. Esplosa nel Piceno, la rivolta antiromana coinvolse tutta l’Italia centro-meridionale: gli insorti si riunirono in federazione ed elessero quale capitale Corfinio, che ribattezzarono “Italica”. A questa ribellione non restarono estranei gli Irpini, anche se proprio ad Aeclanum vi fu una spaccatura tra il partito filoromano, capitanato dalla famiglia dei Magi, e la fazione antiromana, supportata dalla maggioranza popolare.

Il partito antiromano ebbe la meglio ed Aeclanum si schierò con Marsi, Peligni, Vestini, Lucani e con le altre tribù irpine, entrando a far parte della confederazione italica. Guida politica e militare della parte amica di Roma fu Munazio Minato Magio, che costituì a sue spese una legione di irpini schierati al fianco dei romani e cercò di provvedere alle necessità dell’armata sillana. Egli arruolò amici, clienti e schiavi, che formarono un gruppo armato che si fece valere negli assedi e nelle battaglie di Ercolano, Pompei e nell’alta-irpina Compsa. Minato, che possedeva enormi possedimenti e latifondi, e usufruiva di vaste porzioni dell’ager publicus eclanese, nel dopoguerra, grazie al suo prestigio e alle sue benemerenze verso Silla, riuscì a far iscrivere la città nella tribù Cornelia, invece che alla Galeria come le restanti fortezze irpine.

Lucio Cornelio Silla attestò l’importanza strategica e militare di Aeclanum: infatti, dopo l’assedio di Pompei (89 a.C.), egli si diresse sulla città evitando altri centri come Nola o Abellinum, che avrebbe incrociato sul suo cammino. Gli eclanesi, non avendo truppe a sufficienza per contrastare l’avanzata di Silla, si rifugiarono dentro le mura per sostenervi l’assedio, fiduciosi nel soccorso dell’esercito lucano. Ma, il console romano non era tipo incline agli indugi: perciò, concesse loro solo un’ora per la resa, quindi fece appiccare le fascine di sarmenti che aveva fatto posizionare dai suoi uomini presso le mura della città. Al tempo del conflitto, infatti, come ci informa Appiano, la città aveva solo una cinta di legno che fu facilmente incendiata e distrutta. Dato che la popolazione non si era arresa immediatamente, la furia di Silla si abbatté sulla città: il saccheggio fu tremendo poiché doveva essere d’esempio per gli altri centri ribelli.

Dopo che Silla ebbe fatto incendiare le difese lignee della città, con l’occupazione romana fu innanzitutto ricostruita la cinta muraria. L’opera, piuttosto onerosa, fu sostenuta economicamente da Caio Quinzio Valgo nella sua qualità di ‘patronus’ della città. Questi era suocero di Publio Servilio Rullo, tribuno della plebe e fra i maggiori esponenti del partito sillano che, come riporta Cicerone, si era enormemente arricchito grazie alle proscrizioni. Il politico e avvocato romano, nell’orazione contro la sua legge agraria, sosteneva che Servilio restituisse con la munificenza pubblica una parte delle ricchezze di cui si era appropriato nell’ambito della guerra civile tra Silla e Mario. Egli aveva accumulato enormi possedimenti anche in Irpinia, con latifondi che si estendevano da Aeclanum ad Abellinum.

La nuova cinta muraria, costruita in opus reticulatum, era decorata da prismi in travertino; inoltre, il foro e le altre aree pubbliche erano abbellite da statue e decorazioni marmoree, da pavimenti in mosaico, colonne in laterizio coperte di stucco che attestavano la magnificenza raggiunte dal centro irpino – soprattutto in epoca imperiale. Al periodo della romanizzazione risalgono la costruzione dell’impianto termale, dell’anfiteatro, del macellum, del foro, del gimnasium, del teatro e del mercato del bestiame.

Alla fine della guerra sociale la città fu elevata a Municipio con diritto di voto e iscritta nella tribù Cornelia (87 a.C.). Più tardi passerà sotto il diretto dominio dell’imperatore Augusto, entrando nel patrimonio di sua moglie Livia Drusilla. Durante il regno di Adriano divenne colonia con il nome di “Aelia Augusta Aeclanum” (120), mentre sotto Marco Aurelio fu ingrandita e ripopolata con una nuova iniezione di coloni romani. La cosa fu voluta e ottenuta dal console Lucio Cossonio Eggio Marullo, appartenente alla gens eclanese degli Eggii. Il suo nome è restato su alcune iscrizioni rinvenute durante gli scavi archeologici: egli è ricordato come pontefice e come uno dei treviri addetti alla coniazione delle monete. Anche suo figlio, pretore e più volte magistrato, si ricorda per la manutenzione delle vie, per il rifacimento di alcuni edifici e per i monumenti edificati in materiale pregiato: strumenti per nobilitare il proprio nome e accrescere il prestigio della famiglia d’origine.

Una basilica paleocristiana, dalla costruzione imponente e le cui origini sono anteriori al periodo giustinianeo, ricorda che già intorno al 400 d.C. la città era stata elevata a diocesi e ospitava la sede vescovile. Un aneddoto particolarmente rilevante sulla diocesi eclanese è legato al secondo vescovo della sua storia, Giuliano, che fu consacrato da papa Innocenzo I nel 415. Costui si distinse perché fu vicino al movimento del pelagianesimo, che minimizzava le conseguenze del peccato originale e valorizzava le possibilità naturali dell’uomo. Quando la dottrina di Pelagio fu condannata come eretica, Giuliano scelse l’esilio, prima in Sicilia e di lì in Turchia, da dove ingaggiò un duello teologico con sant’Agostino, il quale scrisse il “Contra Julianum”. Il suo sostegno alle idee pelagiane non venne mai meno, e così Giuliano morì nel 455 senza rientrare nella sua diocesi eclanese.

La decadenza della città romana cominciò nel 369, quando un terremoto disastroso ne devastò buona parte del territorio. In seguito fu il passaggio armato dei Visigoti di Alarico (410), diretti verso la Puglia, che provocò ingenti danni alla città. Ulteriori devastazioni Aeclanum le subì nel VI secolo, durante il conflitto fra Goti e Bizantini e, infine, quando l’imperatore Costante II assediò il ducato longobardo di Benevento (662): le ultime tracce del glorioso passato e della splendida architettura romana della città venivano definitivamente distrutte e sepolte.

Il centro irpino, fino al VII secolo subì un costante spopolamento, che provocò il trasferimento degli abitanti verso un luogo più facilmente difendibile. Edificato nell’VIII secolo, questo nuovo sito fu designato con il toponimo di Quintodecimo, attestante la distanza di quindici miglia da Benevento. Il borgo medievale fu feudo di importanti famiglie gentilizie, dagli Sforza agli Orsini, che ne ratificarono l’importanza secolare, sebbene i fasti del periodo imperiale non tornarono più.

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