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Paolo IV Carafa il papa tremendo

La storia della Chiesa, nel XVI secolo, fu caratterizzata dalla volontà di reagire alla sfida lanciata dai protestanti e di impedire la secolarizzazione della società. A difendere il primato morale e l’autorità spirituale della Santa Sede, messe in discussione dall’umanesimo e dai luterani, dedicò la sua esistenza Paolo IV, infiammato dalla dedizione per la causa della Chiesa, dall’ostilità per gli eretici e dall’odio per gli Asburgo.

Quale era l’origine di questo personaggio, dal portamento ascetico e austero, dal carattere passionale e dallo zelo per l’ortodossia cattolica? Egli era nato il 28giugno 1476 nella baronia paterna di Sant’Angelo a Scala, ai piedi di Montevergine, nel cuore dell’Irpinia occidentale. Gian Pietro Carafa apparteneva a una famiglia dell’alta feudalità dell’Italia meridionale, e giovandosi della protezione dello zio Oliviero, cardinale e arcivescovo di Napoli, avviò il suo percorso ecclesiastico.Trasferitosi a Roma, il giovane Carafa completò la sua formazione teologica, imparando l’ebraico, approfondendo le lingue classiche, studiando diritto e filosofia, ed ebbe l’opportunità di portare a termine l’opera di san Tommaso d’Aquino, il DoctorAngelicusdell’ordine domenicano.Questo quinquennio trascorso a stretto contatto con la corte papale gli consentì una migliore conoscenza dei costumi clericali, a suo giudizio frivoli e mondani, e ne alimentò il disprezzo per la Curia.

Ricoprì vari incarichi diplomatici, da legato apostolico nell’Inghilterra di Enrico VIII – dove conobbe e fu apprezzato per la sua preparazione culturale da Erasmo di Rotterdam –e nella Spagna di Carlo V, distinguendosi per la severità e lo spietato senso di giustizia. Tornato in Vaticano gli fu assegnata la diocesi di Chieti, dove costituì la Congregazione dei Chierici Regolari (Teatini), strumento per avviare il rinnovamento cattolico partendo dal suo episcopato. Forgiati “a sua immagine e somiglianza”, essi saranno una milizia utilissima per riformare i costumi del clero in senso intransigente, in maniera antitetica rispetto a una pietas caritativa e compassionevole. Ne risultò un forte disciplinamento nei costumi del clero locale, sino ad allora troppo rilassati per la sua idea di ‘sacerdozio’. Le misure prese, relative alla celebrazione della messa e all’osservanza dei digiuni, anticiparono il programma di riforme che avrebbe sostenuto nel corso della sua carriera ecclesiastica e portato a compimento da papa. Il vescovo visitò costantemente e puntualmente il territorio diocesano, ispezionando e punendo i parroci dal tenore di vita immorale, affrontando l’opposizione delle comunità e dei feudatari, in particolare di quelli fedeli alla corona spagnola.

L’alta dignità raggiunta non alterò il sobrio tenore di vita del Carafa, anzi, la sua austerità gli consentì di dissentire apertamente sia con Paolo III che coi suoi nemici in Curia. Il ruolo del Teatino, elevato al cardinalato, suscitava una notevole apprensione negli ambienti curiali, abituati agli abusi e agli eccessi mondani, e fra i moderati, che chiedevano una politica conciliante verso i riformati. La sua nomina esasperò queste rivalità e consolidò gli schieramenti;il fallimento del moderato Contarini nella Dieta di Ratisbona (1541), tenuta per appianare i dissensi coi luterani, spianò la strada al Carafa, che da due decenni sollecitava l’organizzazione di uno strumento tipo l’inquisizione spagnola. Si giunse, così, all’istituzione del tribunale romano del Sant’Uffizio con la bolla Licet ab initio, emanata da Paolo III il 21 luglio 1542, che centralizzava le varie inquisizioni locali, nelle quali fin dal Medioevo operavano frati francescani e domenicani. Nelle intenzioni del papa essa doveva essere uno strumento temporaneo, nato per affrontare l’emergenza; l’indirizzo datole dal Carafa le assicurò una lunga vita e una larga influenza sulla missione pastorale della Chiesa, tanto da deciderne il criterio direttivo e la condotta.

Combattente deciso per natura, ontologicamente rigoroso, egli proseguì nell’opera di riforma appena elevato al Soglio di Pietro (23 maggio 1555), gestendo il potere in modo autocratico e con fanatismo, istituendo un regime di terrore e repressione antiereticale. La fermezza e il ‘candore’ delle sue azioni furono poste interamente al servizio di Dio, senza preoccupazioni né attenuazioni moralistiche; nessuna ipocrita politica di conciliazione o di indulgenza verso i nemici, ma dedizione assoluta alla ‘sua’ causa.     Dalle più mondane corti papali del rinascimento, con interessi umanistici e artistici, dominate da un manipolo di famiglie eminenti e spesso colpite da scandali, si passava a un papato austero e ascetico che privilegiava la teologia e l’Inquisizione. Il programma del Carafa si basava su un rafforzamento della funzione ecclesiastica, con chierici che non solo il crisma dell’unzione sacramentale, ma anche un regolare corso di studi e l’inserimento in un quadro di gerarchie stabili rendevano compatibili con un ordinato governo della Chiesa, e funzionali a un energico impegno di rinnovamento. Riforma che, muovendo dall’alto verso il basso, dal centro alla periferia, avrebbe coinvolto dapprima i vertici delle istituzioni ecclesiastiche, poi l’intero clero, infine, si sarebbe estesa ai laici e all’intera società civile.

Sin dai primi provvedimenti amministrativi emerse la volontà carafiana di fare del Sant’Uffizio il principale organo del suo governo, demandandogli funzioni prima assegnate ad altri uffici. Durante il suo papato, Paolo IV stabilirà l’assoluta e indiscussa superiorità dell’Inquisizione su tutti gli altri organi curiali: “che il suo offitio preceda a tutti gli altri Tribunali e che i suoi Ministri da tutti gli altri siano riveriti, e che a loro in tutto e per tutto deferiscano et obediscano”.Paoloannunciò che le strutture e le funzioni della Curia sarebbero state riviste, e avrebbero subito una riorganizzazione improntata dall’alto, di tipo autoritario. Esemplari in tale senso furono le disposizioni adottate contro gli ebrei – che rivoluzionarono la tradizionale tolleranza romana -, e la creazione della Congregazione del Terrore degli Ufficiali, addetta al controllo dell’operato dei funzionari pubblici.

La questione ebraica fu trattata nella bolla Cumnimis absurdum (14 luglio 1555), che istituiva il ghetto e imponeva una serie di obblighi che ponevano dei limiti all’esistenza della comunità giudaica. Agli ebrei era fatto divieto di possedere beni immobili, anche di quelli all’interno del ghetto; gli era proibito esercitare alcune attività professionali e dovevano rispettare la chiusura commerciale nei giorni delle festività cristiane. Essi erano obbligati a ridurre il tasso d’interesse sui prestiti “senza usure di usure” e a indossare un segno che li distinguesse dai cristiani. Questa bolla, che insisteva sulla necessità della conversione dei giudei, segnò sotto vari riguardi una nuova fase nelle relazioni cristiano-ebraiche, impostando in termini di subordinazione il regime nei loro confronti. Gli ebrei non potevano più essere datori di lavoro per operai cattolici, ma solo servi nelle case dei cristiani. Nella primavera del 1556, l’anno dopo l’emissione della bolla antisemita, ad Ancona era stata avviata una cruenta azione repressiva nei confronti dei marrani d’origine portoghese, da tempo residenti in città.Circa ottantacinque marrani furono arrestati e, contro di essi, l’Inquisizione procedé con l’accusa di apostasia: ventiquattro furono condannati al rogo, un venticinquesimo morì in carcere per gli stenti e le torture subite (maggio-giugno 1556); anche il Talmud fu bruciato in quella occasione.

Fra le prime iniziative prese da Paolo, una menzione particolare merita l’udienza pubblica periodicamente concessa dal papa, assistito dai cardinali della Segnatura di giustizia, dal Camerlengo e dal governatore di Roma. Il permesso di essere ricevuto e ascoltato dal papa era accordato a chiunque, innanzitutto alle vedove, agli orfani e ai poveri, a condizione che fossero “persone diligenti et costumate”. L’udienza era presieduta da Paolo IV nella Sala dei Re del Palazzo Vaticano, ogni primo mercoledì del mese, alla presenza delle più alte autorità della Curia e del Campidoglio, compreso il rettore della Sapienza. Qualunque persona si ritenesse lesa nei propri diritti o incriminata ingiustamente poteva presentare le proprie rimostranze: il papa avrebbe dato una risposta immediata, dirimendo le liti “con equità, ad onore e gloria di Dio Onnipotente”.

Un fragore clamoroso, anche in ambito europeo, fu provocato dalla compilazione dell’Indice dei libri proibiti, che condannava gli autori riformati e la letteratura umanistica. Anche molti ecclesiastici furono sconvolti dalla rigidità dell’Indice paolino;infatti, l’opera censoria, promulgata nel dicembre 1558, comprendeva 904 titoli: buona parte della cultura europea veniva messa al bando con un impeto rigoroso. Poiché i carafiani erano convinti che la diffusione della letteratura protestantica potesse essere sconfitta solo con un atto di forza, con un’efficace azione repressiva, di lì in avanti solo i libri col licet ecclesiastico avrebbero potuto essere stampati. L’Indice classificava tre tipologie di libri proibiti: quelli degli autori non cattolici, che combattevano apertamente la vera fede; quelli di scrittori che, solo talvolta, cadevano in errori dottrinali e che già in passato erano stati segnalati; infine, i testi che non riportavano sul frontespizio il nome dell’autore e dello stampatore, la data e il luogo di pubblicazione. I censori dell’Inquisizione intervenivano con visite ispettive nelle biblioteche, nelle librerie e alle dogane di frontiera; inoltre, agivano direttamente sulla coscienza dei fedeli mediante il sacramento della confessione, stimolandoli a denunciare chi possedesse opere sospette.Con l’Indice paolino la Chiesa fece un salto di qualità nella lotta all’eresia: esso fu il più severo che la storia ricordi, con condanne radicali, coerenti con l’inflessibilità del Carafa. I testi perniciosi per il cattolicesimo dovevano essere eliminati: il Talmud, il Corano, le opere di magia e di astrologia, e tutte quelle ‘immorali’. Nelle maglie dell’Inquisizione finirono il Decamerone di Boccaccio, Erasmo da Rotterdam, l’intera opera di Machiavelli, Pietro Aretino, eperfino i sermoni di Savonarola.

La mattina del 18 agosto 1559 Paolo IV convocò al suo capezzale i cardinali presenti a Roma, in primis et ante omnia quelli dell’Inquisizione e del Sacro Consiglio. Il papa li esortò a scegliere come suo successore un uomo capace di contrastare la crisi della Chiesa: “un acerrimo difensore della Santa Sede e un persecutore degli eretici”. Anche nei giorni precedenti la sua morte egli aveva mantenuto il suo severissimo portamento ascetico, fatto di digiuni e preghiere, che si era imposto fin da giovane e aveva mantenuto durante il regno, rifiutando i consigli dei medici per prolungare la sua esistenza terrena. Quella stessa notte Paoloscomparve all’età di ottantatré anni. La rigidità morale e le necessità politiche lo avevano privato del favore popolare, così, alla sua morte un tumulto manifestò la contrarietà dei romani al regime troppo austero da lui imposto. La mattina seguente la plebe romana fece scempio della statua del papa in Campidoglio e si accanì ferocemente contro le insegne della sua famiglia. Altro bersaglio del popolo fu il convento domenicano di santa Maria sopra Minerva, sede dell’Inquisizione, dove molti frati furono aggrediti, il palazzo devastato e dato alle fiamme, e i prigionieri liberati dalle carceri. La salma di Gian Pietro Carafa fu sepolta di nascosto nei sotterranei del Vaticano per essere sottratta all’odio e al furore della massa. In seguito Pio V gli diede degna sepoltura in santa Maria sopra Minerva, commissionando un maestoso monumento funebre all’architetto Pirro Ligorio.

La tensione moderna all’individualismo e la multietnicità degli Stati contemporanei, la compresenza di fedi e culture diverse, determinano soluzioni ‘ecumeniche’, irenistiche, ai conflitti: tattica suggerita dalle plutocrazie e dai loro interessi economico-finanziari. Diverso era il portamento e la tempra di Gian Pietro Carafa: egli non ebbe timore di lottare per il potere né di prendere decisioni drastiche, che scontentavano le minoranze ma salvaguardavano la religione cattolica, se necessario con l’uso della forza. La vicenda politico-esistenziale di Paolo IV e le sue dispute (con i sovrani temporali, con i curiali e i vescovi avversari, con gli ebrei e i vari eretici) risultano anacronistiche nel mondo globalizzato, dove ogni scontro si ammorbidisce in nome della ‘tolleranza’, ogni lotta sfuma sotto le insegne dell’accoglienza e dell’umanitarismo. Egli si mosse in totale antitesi con le moderne teorie politiche, che vorrebbero rimuovere il conflitto dai centri del potere e dalla vita delle nazioni, in ossequio alle astratte ideologie umanitarie.

Aldilà dell’influenza sulla reazione cattolica al ‘mondo moderno’, a Paolo IV bisogna riconoscere gli sforzi compiuti per riformare la Chiesa, non semplicemente antitetici agli ideali progressistici. Con lui, la Controriforma comprese sia l’anima propositiva che lo spirito della restaurazione: gli aspetti innovativisi sommarono alla sua visione, essenzialmente reazionaria e conservatrice, della Chiesa.

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