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Platone: “Distruggere la democrazia? Perché no”

Modello gerarchico e rigida divisione dei lavori conme contrapposizione al mondo progressista

A Platone i democratici stavano sulle balle. Colpa di Cimone, Aristide, Pericle, Temistocle. Ma per quale motivo? Procediamo gradualmente.

Tra le varie forme di Stato, Platone si prodigò ad analizzare anche la democrazia, in cui ognuno fa ciò che gli pare perché libero, essendo, il consociato, abbandonato a ogni genere di perversione, mica come il parsimonioso oligarchico.

Platone condanna vivamente i sofisti in quanto nuovi teorici della Polis nonché tutti quegli uomini – come i succitati – che avevano attuato riforme in senso democratico della società.

È evidente che il tutto nascesse da una volontà di risolvere questioni socio-politiche di ben più ampia portata, come il clima di estrema insicurezza dell’epoca, e volendo, di oggi. Già, perché Platone, checché se ne dica, è sempre attuale.

In un contesto come quello odierno, devastato dall’abbattimento dei confini territoriali, dal cosmopolitismo, dalla borghesia che si è presa tutto pur restando attaccata alla vita soltanto da quotidiane dosi di insuccessi personali somministrate argutamente da un sistema che si è autogenerato, Platone sarebbe impazzito. Non esito a sostenere che si sarebbe anche suicidato, non per depressione, suvvia, ma come sacra visione del Bushido.

A quel tempo era in corso una bella diatriba tra gli aristocratici e il popolo, da intendersi non solo bellicosamente quanto ideologicamente: antitesi fra opposte concezioni della società e della giustizia.

Platone, come avrebbe fatto Hobbes, era mosso dal desiderio piuttosto umano di salvarsi il culo, e chi avrebbe potuto farlo se non gli aritoi? I migliori – aritoi per l’appunto -, non erano soltanto sfondati a soldi e possessori di titoli nobiliari quanto titolari di virtù e valori personali (spesso e volentieri, di natura eroica, concezione poi tramandatasi sino alla medievale epoca – ed epica – cavalleresca).

Il problema platonico era ovvio. La democrazia pretendeva d’esser il governo della moltitudine, ovvero di tutti coloro i quali avevano la cittadinanza. Insomma, medesimo problema odierno, anche se oggi c’è decisamente più fumo negli occhi. Lo scontro tra le due diverse concezioni di ius sanguinis e ius soli tralascia piuttosto aprioristicamente che una massa, o un popolo (che dir si voglia), debba esser guidata come un pastore col suo gregge.

La dimostrazione dell’eguaglianza popolo e gregge è da compitino di algebra elementare. Il sistema finanziario crea idoli e falsi miti (gruppi LGBT, Greta e gretini vari, asini volanti e turbofinanziarismo sfegatato…) e la massa non solo esulta, ma si schiera in loro difesa, in un vano tentativo di poter far soldi che, nella concezione attuale, restano il vero e unico parametro di differenziazione tra coglione 1 e coglione 2.

Ma al figlio di Aristone del demo di Collito e di Perictione, la situazione appariva diversa, incentrando i volumi della Repubblica su una rigida diversificazione delle attività scaturita a sua volta da una naturale diseguaglianza che non creava discrasie in quanto i governanti – essendo pensatori ma non sofisti – governavano, e i lavoratori, sostanzialmente, zappavano. Nessun punto di contatto se non la normale sottoposizione dei secondi ai primi. Cosa che farà storcere il naso a molti ma che oggi avviene in maniera molto più subdola e, soprattutto, anonima.

Eh sì, miei cari. Almeno con l’aristocrazia di Platone avreste potuto far saltare qualche testa. Oggi manco li vedete. È pur vero che dopo la decapitazione, non sarebbe spettato a voi scegliere i nuovi governanti, non possedendo le giuste qualità di discernimento.

Platone, in tal modo, dà un calcio in culo a Protagora e alla sua concezione di una distribuzione universale della virtù politica, proponendo la tesi di una gestione per pochi eletti della cosa pubblica. Un carattere elitario della politica, insomma. Una politica per chi possiede le doti. Dote non implicava chissà che trascendentalismo o chissà quale visione giusromanistica. Anzi, i governanti, per governare, non dovevano assolutamente adattarsi al modus pensandi degli altri governanti, ma solo allo Stato. Il governante poteva persino mentire:

E se a qualcuno sarà dato il diritto di mentire, questo spetta soltanto a chi h ail governo della città, per ingannare i nemici o i cittadini,quando lo esige lo interesse per lo Stato.

Repubblica, Platone

Ma perché i pochi potevano governare? “La ragione al potere e i filosofi al governo”. Una vera e propria noocrazia.

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Daniele Martignetti

Scritto da Daniele Martignetti

Nacqui, senza volerlo, nella diomedea Maleventum in uno dei due giorni di Carmenta del '91, trascorrendo poi i primi anni della mia infanzia alle pendici del Castrum Montis Alti ove si erge la bellezza etrusca di Vulci. Qui apprendo la lazialità pura e cristallina della popolazione viterbese che mi accompagnerà nel successivo approdo a Montefusco, sannitica cittadella fulcro analitico nella celeberrima “Ab Urbe Condita Libri CXLII” di Tito Livio. Mi trasferisco poi ad Abellinum, luogo natio del condottiero Gaio Ponzio, "stratega di prim'ordine" nella Seconda guerra Sannitica. Sebbene la gentile concessione della cittadinanza, non ricordo granché bene il giorno in cui lo Stato mi domandò della mia effettiva volontà di appartenere a questa Italia. Non mi interessa nulla che sia comune: distruggerò il linguaggio, e ci berrò sopra. Condanno vivamente le logiche faustiane dell'odierno Occidente e ripropongo, in chiave contemporanea, l'apollineo passato in un presente decadente. Già redattore di diverse testate giornalistiche che non cito onde evitare pubblicità indiretta, redigo quotidie racconti che mai pubblicherò.

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