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Qui va tutto a rotoli, altroché…

In fondo alle statistiche in ogni campo, primi solo per cialtroneria. Gli italiani sono il problema di sé stessi

Accademia della Politica del centro studi Polaris

Prima gli italiani, dicono.
Forse nelle eccellenze della ricerca, dei commandos e dell’aerospaziale, cioè in ambiti in cui si finisce per lavorare per gli altri. Ma per il resto?

Intanto siamo gli ultimi in Europa per natalità e i penultimi nel mondo, dopo i giapponesi. Nel 2019 abbiamo registrato un calo del 4% rispetto al disastroso 2017. Con i vecchi longevi che falsano il dato, se non cambia registro, in meno di quindici anni la situazione sarà disperata.

In politica internazionale l’improvvisazione, la cialtroneria e la faciloneria sono determinanti e se ne notano gli effetti con la cosiddetta crisi libica che ci prepara scenari agghiaccianti.

In politica interna tutto si esaurisce in slogan sempliciotti e in sfide a insulti tra le parti implicate nella commedia, mentre il sistema è tenuto coeso dall’eccessiva esposizione della Magistratura che si sta tramutando in una dittatura del deep state.

In politica economica è meglio tacere.

Le piccole e medie imprese, che dovrebbero rappresentare la nostra ricchezza, sono tassate in misura inferiore alla sola Francia, che però vive di grandi gruppi. Il carico fiscale complessivo nei loro confronti si attesta al 59,1 % dei profitti, quando le multinazionali del web presenti in Italia, o meglio le controllate di questi giganti economici ubicate nel nostro Paese, registrano un tax rate del 33,1 %

L’Alitalia versa in situazioni disastrose.

Non parliamo nemmeno dell’Ilva che nessuna forza politica o di governo ha inquadrato nella sua valenza strategica, nel suo contesto settoriale, nella competizione mondiale e che rischia seriamente la paralisi trascinando seco un indotto mastodontico!

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Ilva (foto da quotidianodipuglia.it)


Mentre ci spertichiamo in scaricabarile tra governo e privati, siamo costretti a registrare una condizione da infrastrutture a dir poco allarmante. I cedimenti strutturali che subiamo non sono in linea con nessun paese occidentale.

Anche il fiore all’occhiello del capitalismo italiano è malato.

Quando Marchionne realizzò la fusione tra Fiat e Chrysler in molti pretesero che stesse vendendo il marchio torinese.

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Sergio Marchionne
(foto tratta da Corriere.it)

Ma nel 2019 la Chrysler sul mercato americano ha superato i due miliardi di dollari di guadagno mentre sul mercato europeo (quindi marchi italiani) si registrano 1.376.000 di euro di perdita. È la bad company che ormai vive di sussidio.

Fatta eccezione delle eccellenze, non c’è un solo campo nel quale l’Italia sia, non dico competitiva, ma in condizioni che non rasentino l’agonia.

La nuova fase strategica con la redistribuzione mondiale tra players ci vede del tutto spiazzati e fuori tempo, protesi a inseguire le logiche consociative del passato e i rapporti d’elemosina nei confronti dei potentati stranieri. Ambizioni da pezzenti già superate comunque dal cambio della situazione.

In questo sfacelo presunti economisti e nuovi profeti s’inventano formulette magiche, stile i filtri che si vendevano alle fiere di paese, per uscire miracolosamente dalla crisi, magari da soli e in autarchia. Come se si potesse immaginare un’autarchia italiana e come se il nostro problema non fossimo proprio noi.

Gli stessi politici sovranisti non solo vanno a tentoni ma in Europa siedono in gruppi diversi. Chi con gli identitari, chi con i popolari, chi con i conservatori, dimostrando, se ce ne fosse stato bisogno, che non c’è alcun disegno e alcuna prospettiva.
“Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani” avrebbe detto Massimo d’Azeglio.
A questo pensarono la Grande Guerra e poi il Fascismo. Alla fine di quell’esperienza, Mussolini ebbe a dire che governare gli italiani non era impossibile ma era inutile.

Forse non sarà vero, ma è sicuro che, nel compiacimento dell’8 settembre e della politica successiva, Cinecittà immortalò una tipologia italiana cialtrone, ammiccante, accattone e miserabile che poi ha fatto scuola e da cui non sembrano esenti neppure quelli che intenderebbero rivendicare la nostra dignità nel mondo.

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Gabriele Adinolfi

Scritto da Gabriele Adinolfi

Gabriele Adinolfi (1954), scrittore, ha militato fin dal 1968 nella destra radicale. Cofondatore di Terza Posizione è stato oggetto di tre comprovati tentativi di depistaggio in margine alla strage di Bologna. Ha vissuto vent'anni in esilio, in particolare a Parigi. Fondatore e dirigente di più centri studi (Orientamenti & Ricerca, Polaris, EurHope) ha scritto diversi libri in Italia, Francia e Spagna, si occupa di formazione e anima varie iniziative metapolitiche, in particolare i Lanzichenecchi d'Europa.
Dirige, oltre alla rivista Polaris, il giornale online www.noreporter.org

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