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Il carabiniere non avrebbe dovuto uccidere il 16enne. Ma l’assassino è lo Stato

foto web: UomoQualunque

La vicenda è nota. Ugo R., sedicenne, ha tentato di rapinare un carabiniere, assieme ad un suo complice diciassettene, a bordo di uno scooter, coperti in volto, come nelle più comuni serie tv.

Impugnata la pistola giocattolo che replicava un’arma realmente esistente, il ventitrenne militare delle forze dell’ordine ha reagito. Legittima difesa.

Legittimità dell’azione

Non rifugiamoci nel legalismo sfegatato. Qui non è in corso un match calcistico, sebbene io comprenda la vostra necessità di sfogo per il rinvio delle partite. A norma di legge, non si minacciano le forze dell’ordine. Sociologicamente, è pressoché fondamentale che ogniqualvolta si minacci un carabiniere o un poliziotto, vi sia una reazione. Uno Stato in cui le forze dell’ordine sono caotiche è destinato all’anarchia.

Bisogna tuttavia operare una distinzione tra legittimità e legalità. Il ventitreenne era legittimato a reagire, e se pur non lo fosse stato, è perché ancora è vigente una legge di quattro soldi che protegge il reo e non la vittima. Legalità? Qui occorre adoperare il sostantivo in senso a-tecnico.

L’intera operazione è tautologicamente illegale, così come illegale è lo Stato che affama le masse di certe zone italiane – come quelle di provenienza del ragazzino – inducendo il comune cittadino a commettere reati. Sì perché qui lavoro non ce n’è, ed è un fallimento di vita su tutti i fronti.

Sospetto di eccesso di legittima difesa

Senza scadere nella banalità dell’analisi della legge, siamo più oculati, e domandiamoci se reagire con ben tre colpi di pistola sparati a freddo sia da soggetto capace di mantenere la lucidità mentale nello svolgimento del suo compito per i cittadini. Insomma, se fai il carabiniere, non puoi concederti il lusso dell’andare in panico.

Ma la colpa, anche qui, mica è sua. Sono i bandi di concorso che fanno schifo. Qui occorre agire meglio su certune caratteristiche psichiatriche dei soggetti, non solo limitandosi a “La porta è chiusa?” quando il candidato a un corpo statale entra nella stanzetta dello psicologo.

Breve considerazione personale

Il ragazzino di quindici anni ucciso dal carabiniere non va giustificato, ma compreso.
Vero, la legittima difesa tende al sacro, ma analizzare l’evento come colluttazione diatribica tra il 15enne e il carabiniere 23enne è volgare.
Ancora una volta, a mancare è lo Stato. Uno Stato inesistente in tante zone, come quelle del napoletano. Uno Stato dove un quindicenne emula gli attori delle serie tv dove vi è la santificazione del criminale, del boss, e dello spacciatore.

Andiamo oltre all’evento e percepiamo il problema di uno Stato di merda in cui due suoi consociati si ammazzano dando vita a una lotta orizzontale tra poveri che, alla fine, giova solo ai burattinai.

Lo Stato vi sta dimostrando che non siamo associati, ma solo ‘amici’ facebookiani.

Lui non avrebbe dovuto impugnare una pistola giocattolo, il carabiniere non avrebbe dovuto sparare tre colpi.

Ma qui si muore di fame e voi vedete pagliuzze.

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Daniele Martignetti

Scritto da Daniele Martignetti

Nacqui, senza volerlo, nella diomedea Maleventum in uno dei due giorni di Carmenta del '91, trascorrendo poi i primi anni della mia infanzia alle pendici del Castrum Montis Alti ove si erge la bellezza etrusca di Vulci. Qui apprendo la lazialità pura e cristallina della popolazione viterbese che mi accompagnerà nel successivo approdo a Montefusco, sannitica cittadella fulcro analitico nella celeberrima “Ab Urbe Condita Libri CXLII” di Tito Livio. Mi trasferisco poi ad Abellinum, luogo natio del condottiero Gaio Ponzio, "stratega di prim'ordine" nella Seconda guerra Sannitica. Sebbene la gentile concessione della cittadinanza, non ricordo granché bene il giorno in cui lo Stato mi domandò della mia effettiva volontà di appartenere a questa Italia. Non mi interessa nulla che sia comune: distruggerò il linguaggio, e ci berrò sopra. Condanno vivamente le logiche faustiane dell'odierno Occidente e ripropongo, in chiave contemporanea, l'apollineo passato in un presente decadente. Già redattore di diverse testate giornalistiche che non cito onde evitare pubblicità indiretta, redigo quotidie racconti che mai pubblicherò.

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