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Salvare il corpo biologico, annichilire il corpo sociale

Con la promessa di salvezza del corpo biologico (individuale per definizione), si sta attuando l’annichilimento del corpo sociale. Quanto più si afferma il principio per cui la priorità assoluta della politica è la salvaguardia del corpo biologico dell’individuo, tanto più, sia pure tacitamente, si impone il corollario per cui può andare in rovina il corpo della società intesa come un organismo, come una comunità di individui, come uno spazio sociale partecipato e condivido. Si istituisce, così, un regime di salvezza dei nudi corpi, un sistema che scardina l’idea stessa di democrazia come corpo sociale, come comunità solidale; un sistema che, per ciò stesso, finge di valorizzare la responsabilità sociale e il benessere di tutti, ma che, in realtà, semplicemente fa valere un sistema di egoismi della nuda vita. Ciò dà, a sua volta, luogo a un dispositivo per cui ciascuno, in nome della salvezza del proprio corpo innalzata a bene sommo, chiede la cessione di libertà e di diritti di tutti. Dietro la parvente figura del benessere comune si nasconde, così, l’egoismo dell’io individuale, che, per salvaguardare la propria vita, è disposto a rinunciare a tutto e, soprattutto, pretende che gli altri facciano altrettanto. La “nuda vita”, come sempre ricorda Agamben, non unisce gli uomini, ma li acceca e li separa. Li acceca, dacché genera offuscamento del rapporto sociale. E li separa, giacché produce individualismo egoistico. Di più, sbriciola la società nella forma del “sistema dell’atomistica” (Hegel) portato alla sua forma parossistica. Si compie, così, il sogno del capitalismo, che è la neutralizzazione del sociale e l’individualizzazione assoluta, per cui ciascuno, ridotto ora a corpo biologico, vede l’altro solo come un potenziale nemico da cui mettersi al sicuro (homo homini virus). La politica, ridefinita essa stessa in termini medici, diviene prassi securitaria per escludere l’altro (che è sempre un asintomatico potenziale) e, dunque, per contenere il contagio e per garantire la sopravvivenza dei singoli corpi isolati. Ciascuno di essi pensa ora soltanto a sé, alla propria salvezza, e chiama “reponsabilità sociale” e “bene comune” l’universalizzazione di questo principio schiettamente individualistico: bene comune vuol dire, ora, che ogni atomo sociale, ogni corpo, pensa e agisce in modo da garantire a se stesso e a ogni altro la preservazione della vita biologica, mantenendo la distanza sociale e garantendo la sospensione di ogni socialità. La società si dissolve nel pulviscolo di corpi che, in quanto potenziali asintomatici, debbono essere “responsabili” nel tempo dell’emergenza pandemica, cioè devono rispettare il principio del distanziamento sociale (e dei suoi derivati molteplici), escludendosi reciprocamente e garantendo la tenuta del sistema degli egoismi. Il modello che ne scaturisce è, ancora una volta, di ordine hobbesiano, perché assume la securitas, più precisamente la sopravvivenza del corpo che ciascuno è, come valore sommo, nel cui nome tutto può essere alienato: il singolo non chiede altro, al potere, se non di vedersi garantita la condizione per la propria sopravvivenza individuale, secondo un modello che può funzionare solo ove tutti (omnes et singulatim) accettino questo paradigma. Il bene comune risulta, così, soltanto un flatus vocis, che in verità dice l’universalizzazione degli egoismi e la generalizzazione del proprio interesse personale, coincidente con la salvezza del corpo che, nel tempo dello scientismo materialistico, non si “ha”, ma si “è”. Come dicevo, il corpo sociale è dissolto, sostituito dal sistema degli egoismi dei corpi biologici distanziati. E, insieme, è dissolta l’unità della nostra esperienza vitale, la quale sempre è, inscindibilmente, biologica e spirituale, individuale e sociale, materiale e culturale: la vita decade a entità meramente biologica, che non solo “può”, ma sempre più apertamente “deve” essere disgiunta dallo spirituale, dal culturale, dal sociale. In luogo dell’esperienza vitale, troviamo ora soltanto la nuda vita, prodotto del potere che esso stesso usa come fondamento del nuovo modo di governare le cose e le persone. 

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Diego Fusaro

Scritto da Diego Fusaro

(Torino, 1983) è una delle voci più critiche e indipendenti della riflessione filosofica contemporanea. Specialista di Filosofia della storia e interprete eterodosso di Hegel e Marx, insegna Storia della filosofia presso la IASSP, Istituto di Alti Studi Strategici e Politici di Milano. All’insegnamento affianca la divulgazione, anche attraverso collaborazioni giornalistiche con testate quali «La Stampa» e «il Fatto Quotidiano». Tra i suoi libri: Bentornato Marx! (Bompiani 2009), Pensare altrimenti (Einaudi 2017), Storia e coscienza del precariato (Bompiani 2018) e Il nuovo ordine erotico (Rizzoli 2018).

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