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Son troppi gli eredi di Mezio Fufezio

Dare un’occhiata ai social network, due o tre volte al giorno, è diventata un’abitudine simile a quella che, un tempo nei piccoli paesi, era rappresentata da un giro di qualche minuto nella piazza principale.
Chi aveva qualcosa da dire, chi voleva dare vita ad un pettegolezzo allusivo, manifestare una opinione politica, fare un annuncio importante, sapeva che doveva farlo in piazza; di conseguenza, chi voleva tenersi aggiornato su quanto stesse accadendo in paese, necessariamente doveva frequentare, negli orari più adatti, lo stesso luogo.
Scorrere i social quindi è diventato, per molti noi, una sorta di rapida ricognizione per conoscere le ultime novità occorse ad amici e conoscenti, e per sapere come essi la pensino sui più svariati argomenti.
Anche io non mi sottraggo quasi mai a tale “camminata virtuale”, in questa sorta di piazza post-moderna. Proprio qualche giorno fa, dando un’occhiata ai vari post, ne ho visto uno di un amico, professionista avellinese che si è sempre distinto per una certa passione profusa nell’attività politica.
Simpaticamente scherzava rispetto ad una sua possibile candidatura, raccontando di come gli fosse venuto in sogno Mezio Fufezio per invitarlo scendere in campo.
Immediatamente ho commentato, con una battuta, sotto il suo post, che, dati i precedenti peculiari del personaggio (di cui diremo a breve), non mi sembrava un invito particolarmente affidabile; ho salutato comunque con favore ed affetto il suo proposito, ma invitandolo a cambiare gli interlocutori onirici.
A qualche giorno di distanza, questo allegro scambio di battute mi dà spunto per dedicarmi, qui adesso, ad una breve riflessione sulle caratteristiche della figura di Mezio Fufezio che la storia ci ha tramandato, e su quanto siano esse alla base di alcuni vizi che permangono tetragoni, ancora oggi, in un certo modo dell’agire politico Italiano.
Mezio Fufezio fu l’ultimo re della città di Alba Longa (città del “Latium vetus”, a capo della confederazione dei popoli latini), nella seconda metà del VII secolo avanti Cristo, e, secondo quanto ci racconta Tito Livio, la leggenda lo indica come il celebre ideatore della disfida tra Orazi e Curiazi.
Roma ed Albalonga erano entrate in guerra ed avevano schierato i rispettivi eserciti lungo le “Fossae Cluiliae” (sull’attuale via Appia Antica). Mezio che doveva essere un furbastro, andò dal suo collega il re romano Tullo Ostilio e disse qualcosa del tipo “Ne’ Tullo, senza che ci mettiamo adesso a fare una guerra tra di noi che ci costa sangue e denari; dal momento che tutti e due, al di la delle nostre controversie, stiamo comunque contro agli Etruschi, e che dobbiamo necessariamente combattere prima o poi contro di loro, risolviamo questa faccenda attraverso un “match” tra i nostri rispettivi campioni, e chi perde si assoggetta all’altro. Anche perché, in fondo, siamo pure mezzi parenti, i nostri popoli discendono entrambi da Romolo, se diamo luogo ad una carneficina facciamo pure brutta figura!”
Mezio Fufezio, attraverso quell’espediente, era convinto di portarsi a casa la vittoria con il minimo sforzo, sicuro della superiorità dei suoi campioni, i fratelli Curiazi. Come sappiamo fin dalle elementari però, le cose andarono diversamente, e il re di Alba Longa dovette attenersi ai patti, da lui stesso proposti, ed assoggettarsi “ob toto collo” ai romani.
Risolta la questione tra di loro, come era stato ampiamente previsto, le due città scesero in guerra contro la città etrusca di Veio alleata alla città di Fidenae. Arrivato sul campo di battaglia, Mezio Fufezio, che come si direbbe dalle mie parti, aveva ‘o serpe int’ ‘o manecone (agiva in mala fede), col suo esercito non prese parte alla battaglia, lasciando i romani a combattere da soli.
Per sua sfortuna però i romani, anche senza il suo aiuto, vinsero lo stesso. Tullo Ostilio non prese molto bene il comportamento del re di Alba Longa e, catturatolo con uno stratagemma, lo accusò di tradimento, ma prima di farlo squartare, gli spiegò dettagliatamente per quali ragioni questa misura fosse assolutamente necessaria.
Stigmatizzando la deplorevole condotta abituale del collega, come ci riporta sempre Tito Livio, ebbe a dire “Mezio Fufezio, se tu fossi in grado di apprendere la lealtà e il rispetto dei trattati, ti lascerei in vita e potresti venire a lezione da me. Ma siccome la tua è una disposizione caratteriale immodificabile, col tuo supplizio insegna al genere umano a mantenere i sacri vincoli che hai violato. Pertanto, come poco fa la tua mente era divisa tra Fidene e Roma, ora tocca al tuo corpo essere diviso”.
Per chiarire definitivamente il concetto Tullo Ostilio ordinò che Alba Longa venisse rasa al suolo, e che i suoi abitanti deportati.
Si sa, i romani erano gente seria e ai patti, specie in politica, ci tenevano; chiedetelo al povero Attilio Regolo che, circa quattro secoli dopo i fatti di cui parliamo, prigioniero dei cartaginesi era stato da essi liberato sulla parola, e inviato a Roma per condurre una trattativa; quando questa non andò a buon fine, Attilio, fedele alla parola data, tornò a Cartagine con le sue gambe, per farsi torturare ed uccidere.
Giuseppe Prezzolini diceva che, per molti versi, gli italiani sono la negazione degli antichi romani; artisti, eroi scapestrati, poeti, i primi, ingegneri, grandi soldati, giuristi e storici, i secondi.
Non so se questo sia un concetto estendibile a tutti i campi, ma certo, in quello politico, in un paese come l’Italia in cui l’istituzionalizzazione dell’emergenza diviene prassi politica, le leggi elettorali vengono ripensate in base ai sondaggi tra le mani dei governi in carica, il provvisorio da sempre tende a diventare definitivo, le forze politiche si alleano in maggioranze di governo tra posizioni teoricamente inconciliabili, un paese in cui lo “stai sereno” è un mantra che non passa mai di moda, il sovrano di Alba Longa sembra aver “fatto scuola” in maniera ben più efficace di quanto non l’abbia fatto la tradizione politica di Roma antica.
Un “fufezismo” congenito pervade molti protagonisti della vita politico-istituzionale del paese, e non mi pare, in verità, che vi sia alcun Tullo Ostilio all’orizzonte a far da contraltare o da spauracchio.

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Sabino Morano

Scritto da Sabino Morano

Nato ad Avellino nel 1981, da sempre mi incuriosiscono l’uomo ed i suoi comportamenti, potrei dir di me stesso d’essere un “Appassionato studioso del genere umano” come Luigi Natoli fece autodefinire il Cavaliere Coriolano, della Floresta nel suo “I Beati Paoli”. Conseguenza quasi diretta, ne sono stati il mio gusto per la discussione ed il ragionamento, il piacere nello scrivere (sperando di non arrecare troppi dispiaceri in chi legge) e la ricerca perpetua dell’impegno politico in tempi in cui la politica è caratterizzata dalla richiesta del disimpegno. Tradizionalista, ma non tradizionale, per necessità d’animo, prima che per vocazione, in quanto trovo la modernità di una noia mortale…

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