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Sovranità – Riflessioni di un Conservatore di Provincia – 7° Capitolo – 2ª Parte

Kelsen e i neokantiani non intendono prendere in considerazione il “caso d’eccezione”, perché, secondo loro, esso non dimostra nulla, e non può essere trattato o previsto scientificamente dalla norma.

Viceversa, per Schmitt, esiste una vita concreta che sfugge alla norma, e che non è affatto regolarità ma, soprattutto, è eccezione; in tali circostanze può accadere che il diritto preesistente venga sospeso (ossia che non si proceda in base alle leggi fino a quel momento vigenti), e può accadere che,  in base ad una decisione del sovrano (cioè di chi ha il potere) si instauri un nuovo ordine giuridico, non legato a quello precedente.

A mio avviso è assolutamente giusto, ad esempio, che un Paese, attraverso i propri servizi segreti, ponga in essere delle azioni che travalicano la legalità per evitare un imminente attacco terroristico che costerebbe la vita a migliaia di innocenti: immaginiamo che un governo sia venuto a conoscenza per vie illegali che qualcuno abbia messo in una scuola elementare una bomba capace di uccidere mille bambini, non vorremmo tutti in tal caso che chi ha il potere lo esercitasse, sospendendo il diritto preesistente?

Appare pertanto non veritiero, conclude Schmitt (che da buon provinciale non ci gira troppo intorno), il principio-base della teoria giuridica di Kelsen, sintetizzabile nella massima secondo cui “ogni norma nasce da una preesistente 3  ed il diritto deriva dal diritto”.

3 Secondo Kelsen, ogni norma nasce da una preesistente, risalendo a ritroso fino alla norma fondante che è la Costituzione (ossia  la norma  costituente lo Stato).

Schmitt invece ci dice che l’eccezione è più importante del caso normale: quest’ultimo non prova nulla, mentre l’eccezione prova tutto (ossia rivela chi ha la sovranità), e quindi la regola stessa (l’esercizio della sovranità) vive solo nell’eccezione.

Nel caso eccezionale (nel senso di “non normale”) che abbiamo citato come esempio, solo chi è sovrano potrà decidere di far rimuovere la bomba dalla scuola elementare, agendo al di fuori della legge (in quanto la notizia è stata conosciuta per vie illegali), sospendendo quindi il diritto preesistente, e per questo suo potere stesso egli  è sovrano.

In effetti, se tutto si svolgesse regolarmente, senza il presentarsi di casi eccezionali, verrebbe meno, a mio modestissimo avviso, la stessa funzione politica, risiedente (a secondo dei casi e delle epoche) nel sovrano o, negli stati moderni, in quello che Mosca chiama l’elemento elettivo.

Per Carl Schmitt la sovranità sta quindi nel “potere di decidere”. Lo ribadisce ancora nel  secondo capitolo della sua opera “Il problema della sovranità come problema della forma giuridica e della decisione”, quando dice che la definizione tradizionale di sovranità (“sovrano è un potere che non ha altri poteri al di sopra di se”) si presenta poco utile nella prassi politica concreta; in effetti un tale tipo di definizione  identifica la sovranità come una sorta di “causa prima”, mentre il problema di fondo del concetto di sovranità è, secondo lui, proprio la necessità di “conciliazione del potere supremo di fatto e di diritto”. 

Altrimenti, aggiungo io, avrebbe avuto ragione Alphonse Gabriel Capone (più noto alle cronache col diminutivo di Al Capone) a definirsi sovrano nella Chicago degli anni ’30,  in quanto un potere supremo di fatto lo esercitava certamente.

I neokantiani e Kelsen invece, cercano di distinguere tra “potere giuridico” e “potere di fatto”, ritenendo riguardabile il primo come problema giuridico, ed il secondo come problema sociologico; ciò in quanto ritengono lo Stato un concetto puramente giuridico (avulso cioè da qualsiasi realtà sociologica concreta), e fanno coincidere anzi lo Stato con l’ordinamento giuridico. Una simile concezione dello stato, estremizzata e portata al caso limite, porta al superamento della necessità di una classe “politica”,

Pertanto, per Kelsen, lo Stato non è l’autore dell’ordinamento giuridico; in realtà anzi lo Stato non esiste, ma è una schematizzazione, un’idea concettuale, che l’uomo comune ha creato per sua comodità di comprensione e rappresentazione: lo Stato, giuridicamente, coincide con la sua “costituzione” (che è la sua norma fondamentale unitaria), e l’ordinamento giuridico (che si sviluppa dalla costituzione ed in conseguenza di essa) dimostra che “il fondamento per l’efficacia di una norma può essere solo una norma”.

Da questo tipo di concezione dello stato, a mio avviso, nasce la pericolosa religione laica (ed in quanto tale ferocemente intollerante) professata dai teorici dello stato di diritto, che costituisce il paravento ideologico al potere di burocrati e tecnocrati.

Per Schmitt questa presunta coincidenza di Stato ed ordinamento giuridico è una “tautologia.

Inoltre, per Schmitt, Kelsen tenta in definitiva, con il suo rigoroso normativismo, di rimuovere ed eliminare il problema della sovranità (ossia il problema cardine di chi abbia il potere concreto).

Nella realtà concreta, invece, la norma discende dalla decisione, purché questa sia stata presa nella sede opportuna, ossia da chi ha il potere per prenderla; in quel momento la decisione è indipendente dal suo contenuto (ossia dal suo fondamento, ossia, ancora, dalla sua eventuale derivazione da una norma preesistente), ed è indipendente dall’eventuale riconoscimento o condivisione dei soggetti a cui si applica; la decisione acquista cioè valore indipendente.

E’ pertanto fondamentale il problema della “competenza”, cioè di chi sia il potere di emanare una legge, mentre è secondario il contenuto della legge ed eventualmente il suo legame con l’ordinamento preesistente. Sovrano dunque è chi può decidere ed esercita il suo potere di farlo.

Nel terzo dei quattro capitoli costituenti la sua teologia politica ( lo avevamo detto in partenza che Schmitt era uno che all’argomento ci teneva assai) la “Teologia politica: quattro capitoli sulla dottrina della sovranità” Carl Schmitt sostiene che, nell’età moderna, i concetti della “Dottrina dello Stato” sono concetti “teologici secolarizzati”.

Mi rendo conto che questo concetto, detto in questi termini, fa immediatamente passare la voglia di approfondirlo; secondo me, agli stessi suoi amici e seguaci, quando per la prima volta Schmitt volle in questi termini presentare la sua teoria, venne in mente che ognuno tra loro aveva qualcosa di urgente da fare; in realtà il concetto, nella sostanza, risulta molto più comprensibile della sua enunciazione.

Infatti, per comprendere la sua affermazione (“i concetti della Dottrina dello Stato  sono concetti teologici secolarizzati”), occorre ricordare che, secondo Schmitt, fino alla fine del ‘700, in Europa la conformazione della struttura giuridica della società coincideva con quella delle convinzioni metafisiche in essa in auge in quel momento, perché “l’immagine più definita  che una società può dare di sé è quella che troviamo nella sua metafisica”.

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Sabino Morano

Scritto da Sabino Morano

Nato ad Avellino nel 1981, da sempre mi incuriosiscono l’uomo ed i suoi comportamenti, potrei dir di me stesso d’essere un “Appassionato studioso del genere umano” come Luigi Natoli fece autodefinire il Cavaliere Coriolano, della Floresta nel suo “I Beati Paoli”. Conseguenza quasi diretta, ne sono stati il mio gusto per la discussione ed il ragionamento, il piacere nello scrivere (sperando di non arrecare troppi dispiaceri in chi legge) e la ricerca perpetua dell’impegno politico in tempi in cui la politica è caratterizzata dalla richiesta del disimpegno. Tradizionalista, ma non tradizionale, per necessità d’animo, prima che per vocazione, in quanto trovo la modernità di una noia mortale…

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