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Sovranità – Riflessioni di un Conservatore di Provincia – 7° Capitolo

Gli evidenti disastri causati da questa irrefrenabile e continuata aggressione nei confronti dell’economia tradizionale da parte dell’industria finanziaria (che trova nella Comunità Europea, non a caso  definita l’”Europa delle banche e dei burocrati”, una sua naturale alleata), non trovano da anni argini capaci di contenere la portata dei loro danni negli stati nazionali. 

Questo è fatto alquanto scontato, accettato quasi con fideistica rassegnazione, ma di cui anche il più stolto tra gli stolti si rende conto, pur senza ovviamente porsi  degli interrogativi sulle origini di tale situazione.

Quello di cui non sempre i nostri connazionali sembrano rendersi conto, è che la costante azione delegittimante operata nei confronti del primato della politica all’interno della vita dello  stato,  in favore di una burocrazia ispirata a principi astratti di rettitudine in una visione relativistica e sovranazionale, costituisce di per sé una minaccia per la sovranità degli stati nazionali.

Delegare i poteri ad una tecnocrazia nazionale, che si rimanda ad una sorta di rigorosa etica figlia di una tecnocrazia sovranazionale, costituisce il primo passo verso la perdita della sovranità di uno stato.

Quando un magistrato entra nel merito  di vicende che attengono a quella dimensione che un tempo era definita “ragion di stato”, come è successo per il caso di Ingroia rispetto all’allora presidente della repubblica Napolitano, in quello stesso momento il principio di sovranità viene messo in discussione.

Sempre premettendo che io non sono né filosofo, né economista, né politologo, ma un semplice lettore di provincia, che (per dirla con il grande Armando Gill) quando entra a Napoli non può fregiarsi d’altro titolo se non quello di “cafone ‘e fore” (per i non campani “contadino che viene dalla campagna”),  ritengo che sia piuttosto evidente come, nell’attuale situazione italiana, si assista sempre di più ad un venir meno del concetto di “sovranità”.

Se c’è stato uno che, a detta di tutti, del concetto di sovranità certamente, come si dice dalle mie parti, ne capiva, e ne ha diffusamente dissertato nelle sue opere, questo è stato sicuramente un signore tedesco di nome Carl Schmitt, che essendo nato a Plettenberg  una piccola cittadina della Westfalia prussiana, arrivato a Strasburgo dove si laureò nel 1910, non doveva essere molto dissimile da un irpino sceso alla stazione di Milano.

Carl Schmitt (1888-1985)

Nella “Definizione della sovranità”, il primo dei quattro capitoli costituenti la sua “Teologia politica: quattro capitoli sulla dottrina della sovranità” (1a ediz. 1922, 2a ediz. 1934), Carl Schmitt esordisce sostenendo che tradizionalmente si definisce la “sovranità” come il “potere supremo, giuridicamente indipendente e non derivato”.

Questa definizione, senza necessità di analisi più approfondite (già “a uosemo”, ovvero seguendo l’olfatto, come si direbbe in dialetto nostrano), ci appare abbastanza lontana dal tipo di potere esercitato oggi dai nostri stati nazionali.

Ma il nostro autore aggiunge subito però che questa definizione è insoddisfacente, in quanto non chiarisce a chi, in concreto, spetti la sovranità nel caso più interessante che si possa verificare, ossia nel “caso eccezionale”: quando non si è in presenza dell’andamento consuetudinario della vita di uno stato, ma è in gioco l’interesse pubblico, o si presenti un caso estremo di emergenza, al sovrano compete di decidere se la costituzione (intesa come insieme delle norme a partire dalla legge costituente dello stato)  possa essere sospesa in toto; perciò il sovrano sta fuori dall’ordinamento giuridico normalmente vigente (in quanto ha la possibilità di renderlo non più vigente), e tuttavia appartiene ad esso (in quanto a lui tocca la decisione).

Pertanto, secondo Schmitt, definizione più precisa di sovranità è quella secondo la quale “ha la sovranità (cioè è sovrano) colui il quale può decidere e decide”.

Rispetto a questa precisazione, la lontananza dei nostri stati nazionali europei dal concetto stesso di sovranità prima olfattivamente avvertita, diviene visibile e chiarissima.

Uno stato che ha aderito a trattati con i quali rinuncia alla possibilità di battere moneta in favore di un istituto privato quale la “Banca Centrale Europea” ha, avendo rinunciato alla propria sovranità monetaria, di fatto rinunciato alla propria sovranità politica, in quanto ha rinunciato a priori alla facoltà di scegliere.

C’è poco da fare se non puoi disporre di quella che dalla parti mie si chiama “la chiave dell’acqua”: guarderai impotente le sofferenze economiche di un popolo.

Del tuo popolo, che ridotto all’esasperazione da agenti finanziari sovranazionali, rispetto ai quali lo stato non ha potere di intervento, potrebbe trasformare la crisi economica in crisi politica, e in turbamento dell’ordine pubblico.

Uno stato il cui potere non può decidere e quindi non decide, non è uno stato sovrano; uno stato nel quale la politica rinuncia al suo naturale primato (“supremo, giuridicamente indipendente e non derivato”) in favore del primato di altri, non può dirsi uno stato sovrano.

A questa visione della “sovranità” si opposero il filosofo Hans Kelsen ed i suoi amici neokantiani. Sarà un caso, ma Kelsen era nato a Praga e si era trasferito con la sua famiglia a Vienna; era quindi per l’epoca (all’opposto del provinciale Schmitt) il non puls ultra del tipo metropolitano, e, probabilmente, se avesse incontrato l’altro nel tram, avrebbe subito pensato “chi sa da dove arriva ‘sto provincialotto”.

Secondo Kelsen “lo Stato coincide con l’ordinamento giuridico”.

In realtà, nel caso di eccezione, lo Stato continua a sussistere, pur essendo il suo ordinamento giuridico sospeso; pertanto, secondo Schmitt, la definizione di Kelsen è teorica, e rivela la contraddizione esistente nel suo pensiero tra l’”essere” ed il “dover essere”2.

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Sabino Morano

Scritto da Sabino Morano

Nato ad Avellino nel 1981, da sempre mi incuriosiscono l’uomo ed i suoi comportamenti, potrei dir di me stesso d’essere un “Appassionato studioso del genere umano” come Luigi Natoli fece autodefinire il Cavaliere Coriolano, della Floresta nel suo “I Beati Paoli”. Conseguenza quasi diretta, ne sono stati il mio gusto per la discussione ed il ragionamento, il piacere nello scrivere (sperando di non arrecare troppi dispiaceri in chi legge) e la ricerca perpetua dell’impegno politico in tempi in cui la politica è caratterizzata dalla richiesta del disimpegno. Tradizionalista, ma non tradizionale, per necessità d’animo, prima che per vocazione, in quanto trovo la modernità di una noia mortale…

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