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Sulla Convenzione di Faro

La Convenzione di Faro sul patrimonio artistico, appena ratificata dal governo italiano, include almeno due articoli, il 4 e il 7, particolarmente problematici. Qui, per ragioni di spazio, mi soffermerò sull’articolo 7, che concerne “il rispetto per la diversità delle interpretazioni” relative al suddetto patrimonio, e “i procedimenti di conciliazione per gestire equamente le situazioni dove valori tra loro contraddittori siano attribuiti alla stessa eredità culturale da comunità diverse”, così da “sviluppare la conoscenza culturale come risorsa per facilitare la coesistenza pacifica, attraverso la promozione della fiducia e della comprensione reciproca, in un’ottica di risoluzione e di prevenzione dei conflitti”, integrando infine tutto ciò “in tutti gli aspetti dell’educazione e della formazione permanente”.

L’articolo riconosce correttamente l’esistenza di una pluralità di possibili interpretazioni e valori riconducibili a “comunità diverse”, e persino il fatto che tale pluralità possa condurre a esiti tra loro contraddittori, ossia alla forma più radicale di contrasto. Insomma, il presupposto del ‘politeismo dei valori’ di weberiana memoria come segno distintivo della nostra epoca è riaffermato, insieme alla possibilità che tali valori, specie se non negoziabili e quindi reciprocamente contraddittori, possano rivelarsi altamente conflittuali. Si pensi ad esempio alle comunità islamiche e al loro modo di ‘leggere’ il nostro patrimonio culturale.

L’ideologia ‘progressista’, della quale la Convenzione di Faro è un classico prodotto, ovviamente preferirebbe un mondo fatato (a sua immagine e somiglianza, s’intende), in cui, data l’assenza di fastidiose preferenze contrastanti, regnasse un’armoniosa concordia su ogni questione e una felice cooperazione spontanea. Non essendo stato ancora raggiunto un simile obiettivo, è giocoforza costretta ad accettare il pluralismo ma, ecco il punto decisivo, lo vorrebbe “disarmato, dove le diverse prospettive ammesse sono quelle di chi è disposto a riconoscere l’altro e a venire a patti con lui senza conflitti” (Carlo Burelli). Da qui, il ricorso a tutto l’armamentario retorico disponibile, a base di rispetto, conciliazione, equanimità, coesistenza pacifica, fiducia, comprensione, risoluzione dei conflitti, che poi – ulteriore e imprescindibile passo – andrà scientemente a permeare di sé tutti i possibili percorsi pedagogici, partendo da quelli direttamente coinvolti nella gestione e fruizione del patrimonio culturale italiano. Detto in sintesi, l’educazione posta al servizio dell’ideologia.

Essendo però la realtà, nonostante tutto, ancora refrattaria a simile idealismo di quart’ordine, ed essendo il mondo in cui ci ritroviamo a vivere ed agire sostanzialmente indipendente da noi, bisogna prendere atto dell’evidenza che questo mondo siffatto continua a resistere “ai tentativi di rifarlo o cancellarlo da parte del linguaggio” (Alessandra Besussi). Insomma, la prosa ‘politicamente corretta’ di cui è intessuto l’articolo 7, non risolve affatto magicamente i problemi posti dall’esistenza di valori, prospettive, interpretazioni tra loro incomunicabili e confliggenti. Anzi, ritenere che i conflitti possano essere neutralizzati o rimossi solo grazie all’uso della ragione dialogica, magari unita al solito vocabolario empatico, inclusivo, non-divisivo, e così via, sarà pure “un’attitudine apparentemente nobile, ma spesso pericolosa in politica, perché fraintende fondamentalmente la natura del conflitto” (Carlo Burelli), e pertanto può condurre alla resa nei confronti di culture aggressive e indisponibili al dialogo.

Al riguardo, proprio Burelli, partendo da una prospettiva realista, ha detto cose assai interessanti, e cioè che il conflitto è una evenienza sempre possibile laddove siano presenti due precondizioni ben precise, ossia le preferenze contrastanti e la volontà di affermare la propria preferenza a discapito di quelle altrui. Ora, si dà il caso che la prima condizione sia ammessa anche dagli estensori della Convenzione, la seconda invece riflette la “preoccupante inclinazione umana a imporre la propria volontà a chi la pensa diversamente” (sempre Burelli), tant’è vero che un conflitto può emergere anche unilateralmente, nel senso che basta che qualcuno sia disposto a far prevalere i suoi valori e princìpi, per trascinare nello scontro chi magari avrebbe di gran lunga preferito evitarlo ma si trova nella scomodissima posizione di ‘incarnare’ valori e princìpi opposti se non addirittura contraddittori rispetto a quelli sostenuti dall’altra parte. E nel caso si optasse per un atteggiamento di arrendevolezza, proprio al fine di scongiurare il conflitto, molto probabilmente si peggiorerebbe soltanto la situazione, in quanto comportamenti del genere notoriamente non hanno altro effetto che quello di rafforzare e incoraggiare la tendenza altrui a imporre, in maniera ancor più aggressiva e intollerante, il proprio punto di vista. Valga come esempio la cosiddetta cancel culture, che vorrebbe fanaticamente cancellare tutto ciò che non collima e coincide con i suoi deliri ideologici, e nella quale si possono agevolmente ritrovare tutti i vari aspetti sinora analizzati.

Per cui, in definitiva, la Convenzione di Faro sembra essere l’ennesima capitolazione nei confronti di un malinteso ed equivoco multiculturalismo, che, come nella più classica eterogenesi dei fini, partendo dalle ‘buone intenzioni’ di agevolare, idealisticamente, l’intesa dialogica tra culture differenti, finisce in realtà o per alimentare aspri conflitti culturali (e quindi inevitabilmente politici) o per favorire una penosa abdicazione della nostra cultura a tutto vantaggio di culture altre, convinte della loro superiorità e della loro forza e dunque per nulla disposte a scendere a compromessi. Da questa consapevolezza non credo si possa più prescindere.

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Giovanni Damiano

Scritto da Giovanni Damiano

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