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Un nuovo Leviatano. Hobbes e il paradigma (bio)securitario

La sterzata autoritaria del globalcapitalismo, la sua nuova configurazione di regime sanitario reso possibile dalla pandemia – reale o narrata – del Coronavirus, si lascia anche inquadrare come un ritorno al modello hobbesiano. E, dunque, come un passaggio da un capitalismo incondizionatamente liberal-permissivo di consumatori a un capitalismo autoritario di controllo dei sudditi. Il modello cessa di essere quello del consumatore anarchico liberal-libertario e torna a essere quello hobbesiano del suddito ubbidiente, che a tutto rinuncia per avere garantita la vita e la securitas. Invero, il nuovo suddito del Leviatano sanitario (o “dispotismo tecnologico-sanitario”, come l’ha qualificato Agamben) assume l’inedito sembiante del paziente che deve essere curato dalla “politica medica” e che, essendo potenziale diffusore del virus, non può rifiutare le cure. Perché possa prevalere nuovamente il modello hobbesiano, occorre riproporre una condizione analoga allo status naturae descritto dal Leviatano di Hobbes: e tale è, a ben vedere, la situazione della pandemia e dell’emergenza sanitaria. Ciascuno, nello status naturae pandemico, è un potenziale lupo per tutti gli altri o, meglio, un potenziale virus (homo homini virus). Si ha, in tal guisa, un regresso repentino allo stato di natura e, com’è ovvio, all’esigenza di uscirne: ne va della mera vita, che deve essere protetta dall’emergenza e garantita in ogni maniera, a ogni costo. Quando la mera vita è la posta in palio, accade che gli uomini siano disposti a cedere tutte le libertà pur di farla salva: come precisato da Agamben, “sulla paura di perdere la vita si può fondare solo una tirannia, solo il mostruoso Leviatano con la sua spada sguainata” (blog Quodlibet, 27.3.2020). Perché il nuovo Leviatano sanitario possa funzionare a pieno regime, occorre che si instauri la paura: più precisamente, la paura del contatto con l’altro, vissuto come virus e non come socius. Dall’altro – questo il punto nodale – occorre solo proteggersi e tutelarsi, immunizzandosi ed evitando il contagio che esso potenzialmente reca in sé quand’anche all’apparenza (in quanto “malato asintomatico”) non lo mostri. La mascherina, oltre a essere il visibile marchio del nuovo e docile suddito terapeutico, è anche la spia che ci ricorda in ogni istante che noi stessi e chi ci sta intorno siamo potenziali contagiati e potenziali contagiatori. La condizione nella quale tutti – omnes et singulatim – si trovano a vivere nello stato di natura pandemico è, in effetti, quella descritta da Hobbes: un cielo nuvoloso da cui potrebbe in ogni momento scoppiare un temporale (un “focolaio”). Il solo modo per salvarsi è, appunto, una limitazione generale della libertà: siffatta limitazione, che in una condizione normale non verrebbe accettata e sarebbe forse avversata, è accolta di buon grado, talvolta addirittura con entusiasmo, allorché la posta in palio è la garanzia della vita altrimenti minacciata. Per garantire la securitas della mera vita, minacciata dallo stato di natura pandemico, tutti rinunziano a quote sempre crescenti di libertà, sottomettendosi al Leviatano sanitario. Così potrebbe essere cristallizzato il teorema securitario: quanto maggiore è la libertà, tanto minore è la sicurezza, e viceversa. In questo modo, grazie a una narrazione gestita ad hoc dai padroni del discorso (clero giornalistico e circo mediatico in primis), si diffonde la paura e ciascuno avverte la propria mera vita esposta al pericolo. E sotto questa minaccia, è disposto al nuovo pactum subiectionis, che, a differenza di quello hobbesiano, non è però anche un pactum unionis. Al contrario, il nuovo capitalismo sanitario pone in essere un patto di assoggettamento (con sospensione di molte delle libertà fondamentali) che è, insieme, un patto di “disunione”: ci chiede, infatti, di distanziarci l’uno dall’altro, di seguire le misure del distanziamento sociale (parossistico nel caso del lockdown) e di vivere isolatamente, come atomi che, per fare salva la mera vita, debbono seguire cadavericamente le misure dell’ordine sanitario e mantenere il più possibile l’isolamento reciproco. Il patto di Hobbes unisce una moltitudine di lupi isolati. Il nuovo pactum del Leviatano sanitario disunisce e distanzia una società civile in cui ciascuno si scopre ora minacciato dall’altro che gli sta accanto. Prende forma, in questa maniera, un nuovo ordine mondiale biosecuritario e post-umanista, incentrato sulla triade composta dai confinamenti domiciliari a intermittenza (pur in assenza di reati ascrivibili ai detenuti), sul distanziamento fisico perpetuo e sulle quarantene a yo-yo.

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Diego Fusaro

Scritto da Diego Fusaro

(Torino, 1983) è una delle voci più critiche e indipendenti della riflessione filosofica contemporanea. Specialista di Filosofia della storia e interprete eterodosso di Hegel e Marx, insegna Storia della filosofia presso la IASSP, Istituto di Alti Studi Strategici e Politici di Milano. All’insegnamento affianca la divulgazione, anche attraverso collaborazioni giornalistiche con testate quali «La Stampa» e «il Fatto Quotidiano». Tra i suoi libri: Bentornato Marx! (Bompiani 2009), Pensare altrimenti (Einaudi 2017), Storia e coscienza del precariato (Bompiani 2018) e Il nuovo ordine erotico (Rizzoli 2018).

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