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Un regime a fin di bene…

Non ci stancheremo di ribadire che il nuovo paradigma del capitalismo terapeutico si fonda su una razionalità politica occultata dietro l’apparente obiettività scientifica dei “dati” e del discorso dell’esperto, segnatamente del medico. Già s’è sottolineato come quello dei “dati obiettivi” e dello sguardo scientifico “da nessun luogo” sia un mito che con la scienza poco o nulla a che vedere: i dati sono sempre inseriti in cornici interpretative (le quali non sono “dati”) e lo sguardo dello scienziato è sempre anch’esso collocato nel territorio accidentato della società e delle sue contraddizioni. A ciò si aggiunga che l’apparente obiettività scientifica svolge un ruolo di primaria importanza nel nascondimento dei contenuti sociali, politici ed economici: fa, in sostanza, apparire scientificamente necessario ciò che assai spesso, in ultima istanza, rinvia a interessi di classe “umani, troppo umani”. Non sarà, a tal riguardo, sfuggito che pressoché ogni norma sanitaria introdotta nel quadro dell’emergenza Covid-19 era, insieme, medica e politica, senza che fosse possibile tracciare una netta linea divisoria tra il medico e il politico, tra l’obiettivo e il soggettivo. Il lockdown, il divieto di assembramento e il distanziamento sociale sono, chiaramente, norme sanitarie che, insieme, giovano a introdurre una specifica razionalità politica di tipo autoritario. Permettono, in altri termini, di occultare l’autoritarismo politico dietro il discorso medico, la limitazione delle libertà dietro la difesa della salute, la riorganizzazione verticistica in atto dietro l’esigenza di tutelare le vite di tutti e di ciascuno. Proprio in ciò si misurano la continuità e la differenza tra i vecchi regime autoritari novecenteschi e il nuovo ordine terapeutico instauratosi con l’emergenza del Coronavirus. Le dittature, sia rosse, sia nere, dovevano evitare in ogni modo assembramenti e associazioni, per evitare che il dissenso si organizzasse in forma corali. Mediante il “distanziamento sociale”, il dissenso resta “individualizzato” e, per ciò stesso, impotente, perché non in grado di tradursi in energia pratica rovesciante. Le vecchie dittature, dunque, dovevano mettere fuori legge gli assembramenti per tutelare se stesse e la propria tenuta. Il nuovo ordine sanitario del capitalismo terapeutico percorre una via decisamente più mediata e, per così dire, meglio meditata: se mette fuori legge assembramenti e incontri pubblici, lo fa – secondo il discorso del medico – non certo per tutelare se stesso, ma per proteggere le vite dei sudditi, ponendole al riparo dai contagi. Se l’altro stesso diviene un potenziale e invisibile contagiato-contagiatore (asintomatico), è chiaro che per proteggere la vita di tutti e di ciascuno occorre impedire l’incontro e l’assemblea, la socievolezza e la comunità. Il vecchio regime diceva apertamente di voler evitare assembramenti per proteggere se stesso dai sediziosi (identificati con ogni assembramento non autorizzato). Il nuovo regime afferma, invece, di voler evitare gli assembramenti per proteggere non se stesso, ma la vita dei suoi sudditi. Il passaggio è –si badi – diabolicamente geniale, degno della hegeliana “astuzia della ragione” (List der Vernunft). Si viene, infatti, a creare una paradossale forma di dittatura democratica, di regime a fin di bene o, ancora, di dispotismo che, per difendere la salute, limita la libertà. Il paradosso è che, in nome della libertà futura, ci viene chiesto di rinunciare a quella presente e, in nome del bene a venire, di accettare di buon grado il male dell’odierna situazione d’emergenza. Ne scaturisce, oltretutto, una conseguenza degna della massima attenzione: il “sovversivo”, ossia colui che si opponesse al capitalismo terapeutico, denunciando la svolta autoritaria in atto, sarebbe senza esitazioni trattato come un irresponsabile, colpevole di mettere a repentaglio la salute di tutti e di ciascuno. In effetti, è proprio questo il cuore del nuovo regime, il suo presupposto dogmatico: la salute viene prima di tutto e, in suo nome, la libertà non solo può essere sacrificata, ma addirittura deve esserlo; e ciò in ragione del fatto che, come più volte si è sottolineato, quanta più è la libertà degli individui, tanto maggiore è il pericolo di diffusione del virus. Ci troviamo così, ancora una volta, al cospetto del più volte richiamato paradigma securitario: per garantire la sicurezza sanitaria nel quadro emergenziale instaurato dal Covid-19, occorre di necessità limitare libertà e diritti. Se, poi, dall’emergenza – per una ragione o per l’altra – non si dovesse più uscire, allora, verosimilmente, la sospensione delle libertà e dei diritti potrebbero divenire “la nuova normalità”.

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Diego Fusaro

Scritto da Diego Fusaro

(Torino, 1983) è una delle voci più critiche e indipendenti della riflessione filosofica contemporanea. Specialista di Filosofia della storia e interprete eterodosso di Hegel e Marx, insegna Storia della filosofia presso la IASSP, Istituto di Alti Studi Strategici e Politici di Milano. All’insegnamento affianca la divulgazione, anche attraverso collaborazioni giornalistiche con testate quali «La Stampa» e «il Fatto Quotidiano». Tra i suoi libri: Bentornato Marx! (Bompiani 2009), Pensare altrimenti (Einaudi 2017), Storia e coscienza del precariato (Bompiani 2018) e Il nuovo ordine erotico (Rizzoli 2018).

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