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Una pandemia senza Dio

Mentre si sviluppa la trama della pandemia nelle nostre vite e nelle nostre case, a molti sfugge che in questa narrazione manca qualcosa o meglio qualcuno, ossia Dio. Non ne faccio un ragionamento religioso ma un pensiero di civiltà. Durante tutti questi mesi sono stati tirati in ballo politici, scienziati e burocrati ma nessuno si è posto il problema della mancanza di  quell’entità, che è sempre stata la prima ad essere chiamata in causa, la divinità. Com’è stato possibile dal podio, Dio ed i suoi emissari siano stati retrocessi in fondo alla panchina?

Poiché le epidemie non sono certo una novità nella storia, ricordiamo come alcuni di questi eventi sono stati affrontati dai santi e dalla chiesa del passato.

Nel Biennio 589-590 l’Italia era preda di gravi disastri naturali nonché delle violenze dei longobardi,  a Roma il Tevere era esondato, causando danni ingenti, e si era diffusa una micidiale epidemia di peste. Sta di fatto che il 29 agosto del 590, il futuro papa Gregorio I tenne un’omelia in cui esortò i fedeli alla penitenza, alla frugalità e organizzò per tre giorni consecutivi solenni processioni verso la basilica di Santa Maria Maggiore. Alla fine, mentre attraversava l’odierno Ponte Sant’Angelo, vide l’Arcangelo Michele, in cima all’allora Mole Adriana, nell’atto di rimettere la spada nel fodero, segno dell’imminente fine della peste.

A san Michele Arcangelo è legato anche il ricordo della peste bubbonica del 1656, che nel solo Regno di Napoli causò dai 240 mila ai 400 mila morti. Quando l’epidemia arrivò nella zona del Gargano, l’arcivescovo di Manfredonia, Giovanni Alfonso Puccinelli, iniziò a chiedere  l’intercessione dell’Arcangelo. Il quale gli apparve dicendo, che chi avesse usato con devozione le pietre del suo santuario sul Gargano sarebbe stato liberato dalla pestilenza. Puccinelli fece allora dividere in schegge alcune pietre del famoso santuario, vi scolpì una Croce e le iniziali di san Michele, raccomandando agli abitanti di esporre il segno presso le porte di case e palazzi. Il territorio di Manfredonia rimase immune dal morbo, e l’evento, scrive la Treccani, ebbe vasta eco anche a livello internazionale.

Infine, impossibile non menzionare la cosiddetta “Peste di San Carlo”, che era scoppiata nel 1576, quando il santo si trovava fuori Milano. Mentre la città veniva abbandonata dal governatore spagnolo, san Carlo si precipitò a rientrare, mettendo a disposizione tutti i suoi beni per gli ammalati e i bisognosi. Lui stesso andava nelle case e nel lazzaretto a portare conforto. Alla raccomandazione di osservare le necessarie norme igieniche, san Carlo univa la consapevolezza che solo Dio potesse liberare la città.

Così, chiamò i sacerdoti dai paesi vicini, raccomandò di non far mancare al popolo il conforto dei sacramenti,  promosse un gran numero di preghiere e messe all’aperto. Gli abitanti, anche quelli in quarantena, potevano parteciparvi anche affacciandosi dai balconi. Quando, nel 1577, dopo altre prove di fede e di carità, la peste terminò, i milanesi attribuirono alla santità di Carlo la fine dell’epidemia. Pertanto, non voglio certo dire di trascurare la scienza nella lotta al covid 19, ma di riconsiderare il ruolo che potrebbe avere la religione per portare conforto, speranza e sostegno nell’animo delle persone, perché se ci dobbiamo arrovellare ogni giorno solo sulla freddezza dei numeri, vivremo peggio, e male che vada moriremo dannati nel pensare che il nostro viaggio è finito per sempre.

Tanto più perché, al netto di alcune poche eccezioni, i tanti comunicati del Vaticano e dei  vescovi hanno lasciato a desiderare anche sul piano del richiamo alla preghiera e alla necessità di affidarsi alla divina Provvidenza. Un problema di fede, dunque, forse, ma anche e soprattutto una scelta di laicità integralista dell’occidente, a cui aggiungere un papa non all’altezza che non riesce, oppure, non vuole intervenire, o quanto meno dare indicazioni, elementi, spunti di riflessione ad una classe dirigente e politica impreparata,  sempre più allo sbando. Accanto alle sperimentazioni, alla ricerca del vaccino e di cure sempre più efficienti ed efficaci, sarebbe opportuno recuperare la fede nella Provvidenza, che probabilmente non ci salverà ma ci farà sopravvivere meglio.

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Massimo Antonio Bimonte

Scritto da Massimo Antonio Bimonte

Nato in Svizzera nel 1974, economista, giornalista pubblicista e per fortuna e merito tanto altro ancora; imprenditore per vocazione, organizzatore di professione, riesce sempre ad affrontare le nuove sfide con determinazione e passione, senza mai trascurare tutto ciò che ha fatto fino a ieri.

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