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Una “rivoluzione passiva” su scala cosmopolitica

Ancora con il Gramsci dei Quaderni del carcere, potremmo appellare “rivoluzione passiva” il grande rimodellamento della società e della produzione che sta prendendo forma in virtù dell’emergenza pandemico-sanitaria. La chiamo, con Gramsci, “rivoluzione passiva”, dacché risulta gestita dal blocco liberale dominante ma non più egemonico. Il quale, al cospetto dei sempre più diffusi moti di insorgenza, da Occupy Wall Street alle “giubbe gialle” (gilet jaunes) galliche, impone una svolta autoritaria, tesa a a) devitalizzare quel dissenso e, con esso, ogni possibile futuro dissenso organizzato sociopoliticamente e b) a rimodellare la società nella sua interezza in vista di quell’obiettivo, producendo eo ipso una nuova società autoritaria e verticisticamente organizzata. La si potrà, volendo, appellare società del controllo totale, collettivismo neo-oligarchico (con Orwell), società del capitalismo terapeutico o, ancora, società del distanziamento sociale. Il nuovo capitalismo del “distanziamento sociale” e dei lockdown, dei divieti di assembramento e dell’homo homini virus, in cui l’altro figura sempre e solo come untore e mai come possibile socius, è l’esito di questa riorganizzazione verticistico-autoritaria, di questa “rivoluzione passiva” con cui la classe dominante (ma non più egemonica, ripeto) riplasma la società in forma autoritaria. Più precisamente, in una forma tale per cui – questo il punto nodale – ogni moto di piazza, ogni “social catena” e ogni unione antagonistica dei dominati è resa aprioricamente impossibile, perché fuori legge e, all’occorrenza, sciolta dalle forze dell’ordine in quanto portatrice di contagi e di diffusione del morbo. Proprio come il fascismo negli anni Venti del Novecento, quella in atto nel 2020 è una brutale reazione del potere dominante allo sgretolamento del consenso da parte dei ceti nazionali-popolari, delle classi lavoratrici e dei ceti medi: ossia di quel pur eterogeneo e variegato blocco sociale che, in Storia e coscienza del precariato, ho proposto di qualificare con la formula di “precariato”; che è poi il nuovo nome per la classe dominata dopo il 1989, che si è costituita dalla fusione in un unico blocco del vecchio proletariato e del vecchio ceto medio borghese. Dopo la Belle Époque post-1989 del capitalismo senza più rivali e con consenso potenziato, il nuovo blocco dominato aveva, soprattutto dopo il 2007, iniziato a perdere visibilmente fiducia nel progetto liberal-capitalistico e nella globalizzazione come suo locus naturalis di sviluppo. Di più, aveva principiato, in non rari casi, a contestare tale progetto, spesso in maniere scomposte e non coerentizzate, genericamente rubricate sotto i nomi – coniati e amministrati dai padroni del discorso – di “populismo”, “sovranismo” e “complottismo”. Insomma, la situazione, come quella ai tempi del “Biennio Rosso” (1919-1920), poteva ora svilupparsi lungo due diverse e, anzi, opposte direzioni: o verso la maturazione di una nuova coscienza di classe anticapitalistica, con conseguente organizzazione sempre più mature e più strutturata del dissenso anche nelle forme partitiche della soggettività sociale rivoluzionaria; oppure verso una brusca svolta autoritaria, id est in direzione di un nuovo regime autoritario, in grado di garantire e di potenziare i rapporti di forza e l’ordine della produzione anche con il calante consenso da parte dei blocchi dominati. Da una diversa angolatura, alla possibilità di una rivoluzione attiva da parte del polo dominato si contrapponeva quella di una rivoluzione passiva gestita dal polo dominante. Alla rivoluzione del basso contro l’alto, con annessa possibilità di superare il global-capitalismo, faceva da contraltare la rivoluzione dell’alto contro il basso (variante della “rivolta delle élites” teorizzata da Lasch), con correlata possibilità di potenziare il modo della produzione, confermandone le linee di sviluppo e neutralizzando i residui ostacoli. Fu questa seconda tendenza, come dopo il Biennio Rosso, a prevalere: l’emergenza Covid-19 fu un prezioso strumento, accidentale o – più verosimilmente – creato ad arte, per favorire la svolta autoritaria a beneficio dell’ordine esistente e delle sue classi di riferimento. Le quali non fecero un golpe in vecchio stile, repentino e con parate militari, secondo un’estetica tutta novecentesca: si attuò, invece, una progressiva ristrutturazione autoritaria, su scala planetaria, dei rapporti di forza, secondo il nuovo fondamento del capitalismo terapeutico incentrato sulla norma del distanziamento sociale. Per questa via, la svolta autoritaria e la riorganizzazione verticistica potevano apparire ed essere giustificate come una necessità obiettiva e scientificamente garantita, dovuta all’esigenza di contenere la pandemia e di combattere contro il nemico comune, il Coronavirus. Il discorso del medico si pose, da subito, come la nuova ideologia nel senso marxiano, ossia come il logo falsamente universale-obiettivo che legittimava e, insieme, copriva l’interesse niente affatto universale ed obiettivo delle classi dominanti, vale a dire la loro esigenza di riorganizzare verticisticamente il rapporto di forza su scala mondiale. La compressione dei diritti, la sospensione delle libertà e la messa tra parentesi delle Costituzioni potevano, così, essere presentate non per quello che realiter erano, ossia per una scelta di chiara impronta autoritaria presa, organizzata e gestita dal blocco liberale dominante: potevano, invece, essere celebrate e, in non rari casi, invocate dallo stesso polo dominato (nell’apice della subalternità) come misure medico-scientifiche, intrinsecamente buone perché tese a salvare la vita dei cittadini in balia della pandemia globale. In ciò è da ravvisarsi un punto decisivo: la svolta autoritaria avviene, almeno inizialmente, con il consenso del polo dominato, che presta fede alla presunta obiettività scientifica del discorso del medico (non vedendovi subito la posta in palio sul piano sociale, economico e politico) e che, insieme, viene ad arte terrorizzato dagli amministratori del consenso; e ciò mediante una narrazione tutta tesa a creare paura e, dunque, immediata disponibilità dei più alla resa al potere stesso, che si presenta come benigno e come interessato unicamente a salvare le vite e a garantire la salute. Ciò che un canonico regime novecentesco, sul modello – supponiamo – del Cile di Pinochet, avrebbe fatto d’imperio e senza mediazioni, subito ricorrendo alla violenza, è attuato dal nuovo regime terapeutico in forma graduale, convincendo le menti del fatto che è quella la sola via per salvare le vite. Il regime terapeutico non strappa libertà e diritti con la violenza, con gesto subitaneo e non mediato dal consenso. Au contraire, lo fa in forma mediata e in larga parte consensuale, nascondendosi dietro il ben collaudato teorema per cui è solo limitando libertà e diritti che si può con efficacia combattere il virus e fare salve le vite. E, così, lo stesso potere che crea il generalizzato senso di insicurezza e di paura provvede, poi, a risolverlo, chiedendo in cambio libertà, diritti e, genericamente, rispetto delle normali procedure democratiche. Ovviamente, il non detto – che pure emerge immediatamente nelle sue conseguenze pratiche – è che il potere, seguendo il discorso del medico, per riuscire a fare salve le vite, deve riorganizzarle autoritariamente in sé e nella loro relazione reciproca: ed è a questo punto che subentra il paradigma securitario, vale a dire la bilancia ricattatoria con cui il potere, dopo averli terrorizzati, persuade i cittadini circa la necessità di cedere quote di libertà e di diritti per avere in cambio la garanzia della sopravvivenza nel quadro dell’emergenza pandemica. La svolta autoritaria appare, così, invisibile per due ragioni fondamentali: a) perché occultata da un’emergenza che chiede, come risposta, misure emergenziali, che sempre vanno a limitare libertà e diritti e che si legittimano, appunto, in nome dello stato d’emergenza; b) giacché è nascosta dietro il discorso medico-scientifico, le cui ricette – lockdown, distanziamento sociale, divieti di assembramento –, quanto più cercano di presentarsi come meramente scientifiche, tanto più  appaiono puntualmente anche di tipo politico in senso autoritario. È solo su queste basi che si spiega l’assurda reazione da parte dei più e, in generale, del blocco dominato, che pure aveva iniziato a esprimere, già da tempo, dissenso e disaffezione rispetto al progetto del globalismo capitalistico: e che ora, appunto, accetta di buon grado e talvolta anche invoca le misure repressive, perché giustificate in nome della salvaguardia delle esistenze e in nome del contenimento del “nemico invisibile”, il Coronavirus. Gli stessi che cominciavano a mal sopportare e, spesso, apertamente a contestare l’ordine capitalistico sono quelli che ora lo celebrano nella sua forma terapeutico-autoritaria, soddisfatti di assistere alla militarizzazione del paese, ai coprifuoco marziali e alle molteplici misure liberticide adottate dal potere in astratto per contenere il virus (superstruttura medico-scientifica) e in concreto per riorganizzare la società (struttura socio-economica). Per questa via, il blocco neo-oligarchico liberale vince due volte: in primo luogo, perché scioglie la crisi a proprio vantaggio, neutralizzando la possibilità stessa di ogni futura contestazione dell’ordine dominante (superfluo ricordare quanto sia ancor più difficile organizzare contestazioni sociali e politiche ai tempi dei lockdown e del divieto di assembramento); in secondo luogo, perché riconquista quote di consenso presso chi iniziava a perderlo e che, ora, terrorizzato dall’emergenza o, più precisamente, dalla sua narrazione mediatica, è disposto ad affidarsi integralmente al potere e a consegnarsi senza resistenza ad esso, pur di avere in cambio la promessa della salvezza del proprio corpo. Per questo motivo, occorre rigettare anzitutto l’ordine dello storytelling gestito dalla classe dominante e dal suo clero intellettuale di completamento: bisogna prendere coscienza del fatto che ciò al cui cospetto oggi ci troviamo non ha a che fare, primariamente, con la medicina e con la salute, ma con la politica e con la società. È – non mi stancherò di ribadirlo – una riplasmazione, gestita dal potere, del modo di vivere e di produrre. Il potere dominante usa l’emergenza sanitaria come metodo di riorganizzazione sociopolitica e, insieme, impiega il sapere medico come ideologia di legittimazione di tale riplasmazione: ma fintantoché ci si ostinerà a orientarsi secondo coordinate medico-scientifiche (superstruttura o ideologia che dir si voglia), non si capirà letteralmente nulla di ciò che sta accadendo e, più in generale, della struttura sociale ed economica. Infatti, usare quelle coordinate significa già aver compiuto la propria resa intellettuale, accettando l’ideologia con cui il potere oggi legittima e promuove la propria svolta, il proprio transito e, ancora, la propria rimodulazione. Finché si continueràsoltanto a belare, con magnetico automatismo, “c’è il virus! C’è la pandemia! C’è l’emergenza sanitaria!”, non si farà altro che santificare il transito, in parte già avvenuto, al nuovo terrifico e leviatanico capitalismo terapeutico: e non si capirà – ripeto –nulla di ciò che sta accadendo. E che, per poter accadere senza ostacoli e dissensi, opposizione e antagonismo, deve di necessità legittimarsi con suddetta narrazione medico-scientifica.

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Diego Fusaro

Scritto da Diego Fusaro

(Torino, 1983) è una delle voci più critiche e indipendenti della riflessione filosofica contemporanea. Specialista di Filosofia della storia e interprete eterodosso di Hegel e Marx, insegna Storia della filosofia presso la IASSP, Istituto di Alti Studi Strategici e Politici di Milano. All’insegnamento affianca la divulgazione, anche attraverso collaborazioni giornalistiche con testate quali «La Stampa» e «il Fatto Quotidiano». Tra i suoi libri: Bentornato Marx! (Bompiani 2009), Pensare altrimenti (Einaudi 2017), Storia e coscienza del precariato (Bompiani 2018) e Il nuovo ordine erotico (Rizzoli 2018).

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