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Uno, nessuno o centomila?

Se considerassimo il parallelismo tra la stabilità politica di un esponente della prima Repubblica e la mutazione genetica, nulla affatto di darwiniana memoria, risultante un dato frontman che detiene una data sigla partitica, sarebbe evidente il divario del tutto a svantaggio di quest’ultimo. L’on. Francesco Pionati, traslandola in cifre, ha concluso che la disparità consiste in decenni del predecessore contro il biennio di uno pseudo politico moderno.
È evidente che ne derivi una negativa propensione alla fidelizzazione dell’elettore.

Tutto giusto!

Ma un italiano, oggi, a cosa dovrebbe fidelizzarsi? Quali idee dovrebbe condividere? A cosa dovrebbe affidare il proprio senso di appartenenza?

Più che focalizzare l’attenzione su un eventuale, ma palese, smarrimento dell’elettorato, nonché sulla relativa simpatia verso il venditore di fumo di turno, mi soffermerei sull’evidente crisi identitaria di chi riveste il ruolo di classe dirigente.

The question, dunque, è che mentre prima era la politica ad indirizzare il cittadino, oggi a condizionare in modo determinante le scelte comunicative è la percezione, non sempre veritiera, di ciò che pensa la gente.

L’amico Sabino (Morano), puntualmente, direbbe che, più che rincorrere il consenso, si cerca di acquisire il “like” su Facebook. Ed ha drammaticamente ragione.

Quando, vent’anni fa, mi avvicinai entusiasta al mondo politico, vi era la moda di screditare tutto ciò fosse percepito come vecchio. Ed i partiti rappresentavano quanto di più anacronistico fosse sopravvissuto alla defunta prima Repubblica. Ciò ha comportato non solo la crisi dei movimenti organizzati in quanto tali ma, soprattutto, la morte del confronto sano e genuino.
La battaglia social, così come la nuova veste di “influencer mancato” assunta dai leader contemporanei, è solo l’involuzione di quel clima vandalico che caratterizzò i primi anni del nuovo secolo.

In epoca pre-social, un politico affermato che ammiravo molto mi consiglió :<>. Inutile puntualizzare che l’ammirazione si tramutó in delusione.
Fu però un consiglio profetico, se pensiamo a ciò che ci propinano oggi: tra le altre ipocrisie, nel periodo sovranista, i Grillini votarono i famigerati decreti sicurezza, per poi ripudiarli una volta alleatisi con il Partito Democratico, sennonché riscoprirsi, negli ultimi giorni, difensori dei confini, “non passa lo straniero”. In questa epopea trasformista non c’entra nulla Damasco. Trattasi di folle e costante slancio pseudo empatico il cui obiettivo rimane il consenso, per quanto effimero.

Questa schizofrenica frenesia comportamentale, totalmente di stampo puerile, ed il sintomatico fluttuare impulsivo dell’elettorato si combattono solo con il coraggio. Il coraggio di esprimere e mantenere le proprie idee, di qualsiasi natura esse siano.
Solo osando si palesa, in modo convinto, chi si è davvero, la propria identità.
Scevri dalla scure della ricerca spasmodica del consenso immediato e ad ogni costo, si dimostra lungimiranza.

È necessario ritornare a fare politica, preferendo l’essere al non essere.
Perché, alla fine, tra uno e centomila, abbiamo scelto di diventare nessu

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Eugenio Musto

Scritto da Eugenio Musto

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