Ignaro emulo d’Aristotele, già durante la mia prima fase adolescenziale ebbi a credere - sebbene senza la cognizione di causa con cui m’accingo ad esplicare tale fenomeno - che ciascuna cosa si completasse nella sua ragion d’essere anche attraverso la ricerca della sua causa efficiente, come se fossi stato colto da quell’intuizione propria del nous per la quale il dato ci si dischiude a noi senza quella mediazione legata ad una conoscenza sillogistica-deduttiva, ovvero senza che proceda da categorie alcune, bensì che si dia sic et sempliciter in noi come atto d’innata intelligenza (a voler essere razionalisti) o come atto divino (a voler seguire i grandi aristotelici della falsafa islamica): ed è proprio per ciò che, sin da adolescente, m’interrogavo quali genti m’avessero preceduto quivi ove io risiedo, a Calitri ed in Hirpinia, quasi come se comprendendo quello potessi comprendere anche questo, id est me. E se la mia curiosità si sia limitata, ai primordi di tal fenomeno, alla comprensione dell’a me prossimo, essa progressivamente accrebbequantitativamente, sì che man mano che crescevo, oltreché cogliere nella filosofia della storia la fondatezza del rapporto tra l’indagine storica e la comprensione del proprio sé, m’interessavo anche al remoto: ed è così che, ad oggi, accostatasi a quella νόησις(nòesis, cioè l’intuizione di cui prima) le varie conoscenze dianoetiche, accresciuto indi il mio bagaglio storico-culturale, mi ritrovo altresì a sentirmi investito dell’onere di divulgarle, giacché non possono esserci τέλη (tèli, fini, scopi) alcuni nella mia vita se non quelli di render benefizio della mia formazione, delle mie ricerche e della mia cultura ad una comunità più o meno ampia, ovvero che proceda anche qui dal prossimo al remoto, senza scadere né in campanilismi né nel globalismo, ma unendo al sano identitarismo e patriottismo altresì una sana etica cosmopolitica.
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